BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA'
Cuba deve respirare: quando il bloqueo soffoca salute, scienza e vaccini
Fabrizio Chiodo*
Da oltre sessant’anni Cuba vive sotto un blocco commerciale, economico e finanziario che negli ultimi anni ha aggravato in modo visibile la crisi della sanità e della ricerca scientifica. Un recente articolo pubblicato su Science [https://www.science.org/content/article/u-s-blockade-bites-cuba-s-health-care-and-science-suffer] ha raccontato concretamente che cosa significhi far funzionare ospedali e laboratori in queste condizioni, mentre il caso del vaccino pneumococcico QuimiVio e l’esperienza dei vaccini cubani contro COVID-19 indicano anche la straordinaria capacità di resistenza del sistema biotecnologico pubblico dell’isola. Negli ospedali cubani la crisi non è astratta: blackout prolungati, carenza di carburante e difficoltà di approvvigionamento compromettono sale operatorie, terapie intensive, catene del freddo e trasporti sanitari, rendendo instabile anche la continuità delle cure più essenziali. Le stesse difficoltà colpiscono la ricerca: reagenti, materiali monouso, componenti strumentali e servizi logistici sono ostacolati non solo dalla scarsità interna, ma anche dalle restrizioni che limitano esportazioni, pagamenti, assicurazioni e accesso a tecnologie con componentistica statunitense.
In questo contesto la biotecnologia pubblica cubana, organizzata nel polo BioCubaFarma, continua a operare in condizioni eccezionalmente difficili. Il Centro de Inmunología Molecular (CIM), il Finlay Institute of Vaccines, il Centro de Ingenieria Genetica y Biotecnologia (CIGB) hanno costruito nel tempo una filiera pubblica capace di sviluppare vaccini, anticorpi monoclonali e altri prodotti avanzati. Oggi però devono lavorare tra interruzioni elettriche, rallentamenti dei trial clinici e continue strategie di adattamento tecnico. Pannelli solari, riuso delle apparecchiature, percorsi alternativi di importazione e soluzioni logistiche di emergenza mostrano una creatività notevole, ma anche il costo crescente imposto da una pressione esterna persistente.
Un indicatore particolarmente indicativo di questa pressione è la mortalità infantile. Secondo un rapporto del Center for Economic and Policy Research [https://cepr.net/publications/us-sanctions-and-the-sharp-rise-in-infant-mortality-in-cuba/], l’inasprimento delle sanzioni statunitensi dal 2017 è associato a un forte peggioramento dell’infant mortality rate (IMR) cubano, invertendo una traiettoria che per decenni aveva fatto di Cuba uno dei sistemi sanitari più efficaci dell’America Latina su questo indicatore. Il rapporto richiama l’attenzione sul fatto che l’IMR, proprio perché molto sensibile alla qualità dell’assistenza materno-infantile, alla disponibilità di farmaci, energia, diagnostica e nutrizione, funziona come un indicatore sintetico della tenuta complessiva del sistema sanitario. Il dato è importante anche dal punto di vista politico e scientifico. Quando un paese con una lunga tradizione di medicina preventiva e copertura universale registra un deterioramento dell’IMR, non si è di fronte solo a una difficoltà economica generica, ma all’effetto cumulativo di vincoli che colpiscono incubatrici, antibiotici, dispositivi neonatali, trasporti, elettricità e catene di fornitura. In altre parole, la mortalità infantile rende visibile con particolare durezza quanto le sanzioni possano agire sulla salute pubblica non in modo episodico, ma strutturale. Dal 2018 l’IMR di Cuba è aumentato da un tasso annuo di 4,0 per 1.000 nati vivi a 9,9 nel 2025, con un incremento del 148 per cento. Se il tasso di mortalità infantile fosse rimasto invariato, circa 1.800 bambini in meno sarebbero morti dal 2018.
È in questo quadro che acquista particolare rilievo il caso di QuimiVio, il vaccino pneumococcico coniugato sviluppato dal Finlay Institute [https://www.ricercaepratica.it/anticipazioni/articoli/46670/]. Streptococcus pneumoniae resta uno dei principali agenti di polmonite, meningite e sepsi nei bambini sotto i cinque anni, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, mentre i vaccini coniugati disponibili sul mercato internazionale sono prodotti complessi e costosi. Per Cuba il problema non è stato solo il prezzo, ma anche l’impossibilità pratica di acquistare con continuità questi prodotti all’estero. Da qui la scelta di sviluppare una soluzione propria come strumento di sovranità sanitaria. Un vaccino pneumococcico coniugato richiede la produzione e purificazione dei polisaccaridi capsulari, la loro attivazione chimica, il legame controllato a proteine carrier e una rigorosa caratterizzazione del prodotto finale in termini di qualità, immunogenicità e riproducibilità industriale. Il fatto che questo percorso sia stato portato avanti in un contesto di blocco economico e finanziario, con accesso discontinuo a reagenti e strumentazioni, rende ancora più rilevante il risultato scientifico e tecnologico. Gli studi clinici e l’implementazione iniziale del vaccino hanno mostrato risultati incoraggianti. Dopo l’autorizzazione regolatoria, più di 150.000 bambini sono stati vaccinati e l’incidenza della malattia pneumococcica invasiva nelle coorti interessate si è ridotta in modo drastico; intanto la formulazione QuimiVio11 punta ad ampliare ulteriormente la copertura sierotipica. QuimiVio dimostra così che una piattaforma pubblica può generare innovazione vaccinale ad alto impatto anche in condizioni di grande vulnerabilità materiale.
Foto fatta dall’autore, pubblicata su Science. Il vaccino Soberana contro il COVID-19 viene somministrato in una palestra di boxe all’Avana nel 2021: un esempio delle capacità biotecnologiche sviluppate in loco da Cuba, ora messe a dura prova
La stessa logica di autonomia scientifica ha caratterizzato la risposta cubana alla pandemia da SARS-CoV-2, disegnando, sviluppando e producendo, cinque candidati vaccinali di cui tre sono diventati vaccini contro SARS-CoV-2 autorizzati in diversi Paesi. Come ha osservato Nature, Cuba ha scelto di puntare su vaccini propri invece di attendere esclusivamente l’accesso a prodotti esteri, sviluppando più candidati vaccinali in tempi rapidi attraverso le diverse istituzioni pubbliche del suo sistema biotecnologico. Questa scelta è stata dettata da necessità politiche ed economiche, ma anche dalla presenza di competenze accumulate in decenni di ricerca su antigeni, adiuvanti, piattaforme proteiche e processi produttivi [https://www.nature.com/articles/d41586-021-01126-4]. Tra questi vaccini, Soberana02 ha attirato particolare attenzione perché progettato come vaccino coniugato pensato per la popolazione pediatrica: il dominio di legame al recettore del virus è stato coniugato al tossoide tetanico, una soluzione originale che riflette una tradizione scientifica ben nota anche nella vaccinologia batterica. In seguito, Nature ha sottolineato che la scommessa cubana sui vaccini anti-COVID “home-grown” stava dando risultati concreti, anche grazie all’uso combinato di diverse formulazioni e a una campagna vaccinale molto estesa [https://www.nature.com/articles/d41586-021-03470-x]. Al di là del merito specifico dei singoli prodotti, questa esperienza ha confermato la capacità di Cuba di trasformare una biotecnologia pubblica orientata ai bisogni sociali in uno strumento di risposta rapida a una crisi globale.
Nel complesso, il caso cubano mostra due realtà inseparabili. Da un lato, blocco economico e finanziario, sanzioni e crisi energetica erodono indicatori fondamentali di salute pubblica, inclusa la mortalità infantile, e mettono a rischio ospedali, ricerca e produzione farmaceutica. Dall’altro, la traiettoria di QuimiVio e dei vaccini cubani contro COVID-19 dimostra che una infrastruttura scientifica pubblica può ancora produrre innovazione di alto livello quando è sostenuta da una visione di lungo periodo. Per la comunità chimica e biotecnologica europea, Cuba resta così un caso esemplare: una forma di resistenza ed una forma di difesa concreta del diritto alla salute.
- *Fabrizio Chiodo, ricercatore CNR, studia interazioni patogeno-ospite mediate dai carboidrati nel contesto del disegno e sviluppo di vaccini ed immuno-potenziatori. Dal 2020 è rientrato dall’estero in Italia al CNR. Dal 2014 collabora attivamente con l’Istituto di vaccini Finlay Cuba.
E se le conseguenze di una guerra……
Diego Tesauro
….fossero un’opportunità? Questa domanda così posta sembrerebbe fuori luogo e con una risposta assolutamente negativa. Già stiamo verificando i danni di una guerra: in primo luogo la perdita di tante vite umane, poi ne siamo colpiti tutti personalmente con i prezzi in rialzo. Per adesso lo notiamo quando facciamo rifornimento di carburanti, ma a breve gli aumenti si rifletteranno su altri settori a catena, non solo derivanti dall’energia, questo è abbastanza ovvio, ma anche per una serie di prodotti che apparentemente non sembrerebbero connessi, come per esempio per gli alimenti, ma che in realtà sono connessi alle materie prime del golfo Persico.
Ora le conseguenze dovute alla chiusura dello stretto di Hormuz, non finiranno con la sua riapertura in quanto ci informano che sia i bombardamenti in Iran che quelli nei paesi della vicina penisola arabica, hanno danneggiato gli impianti di estrazione degli idrocarburi e della produzione di fertilizzanti, di metanolo e di altri prodotti intermedi di sintesi della chimica di base.
E allora, a fronte di questa situazione, gli analisti economici cominciano a trarre auspici negativi per l’economia mondiale in recessione. Ed allora che opportunità ci sono? È un po’ difficile coglierle, ma invece sarebbe necessario e una classe dirigente lungimirante le perseguirebbe. Invece di cercare di tamponare con defiscalizzazioni, aiuti a categorie amiche e proclami ideologici demonizzando la decarbonizzazione e la “follia del green deal europeo” bisognerebbe avere una visione diversa del futuro. L’abbondono delle fonti fossili, oltre ad essere impellente per il riscaldamento climatico, rappresenta in ogni caso il futuro in quanto sono risorse limitate. Pertanto andrebbero fatte scelte in tal senso. Il procrastinare e non sfruttare l’elevato costo degli idrocarburi per imboccare strade alternative che diventano economicamente meno svantaggiose.
Molti governi si stanno muovendo già in questo senso. La Cina, quello che consideriamo il paese con le maggiori emissioni inquinanti al mondo, sta già da anni portando avanti un processo di elettrificazione con energie alternative. Certo in un’economia pianificata tutto diventa più facile, ma le decisioni andrebbero prese consapevolmente in modo democratico e non imposte. Questo consentirebbe di anticipare il futuro e pianificarlo e non subirlo.
Inoltre, soprattutto, sarebbe necessario implementare una circolarità dell’economia, da cui siamo ancora molto lontano, con una diminuzione e riutilizzazione delle materie prime. Anche in questo senso oltre al minor impatto ambientale, non dobbiamo dimenticare che le materie prime da sempre sono state fonte di guerre fin dall’antichità. Infatti, se nel novecento fino ad oggi sono stati carbone e petrolio il motore dei conflitti, anche in passato, usando un termine coniato di recente, la “supply chain” è stata alla base delle guerre. Tanto per citare un esempio, Lorenzo dei Medici scatenò una guerra contro Volterra* per controllare le miniere di allume di potassio all’epoca materia prima essenziale per le industrie tessili, essendo usato come mordente per la tintura delle stoffe. In futuro potrebbero essere le “terre rare” o il cobalto la ragione di conflitti, ma anche l’approvvigionamento dell’acqua dolce, da considerare come oro blu, essendo sempre più scarsa.
E allora accanto alla circolarità delle materie prime va anche implementato un uso razionale delle risorse e in questo campo un aiuto deve venire dall’attività di ricerca, ma anche dall’intelligenza artificiale. Su questi due pilastri bisognerebbe fondare il futuro. E non solo nell’industria manifatturiera, considerata a torto come la principale consumatrice di energia e materie prime, ma piuttosto nell’agricoltura dove i fertilizzanti, che hanno risolto l’atavico problema delle carestie, hanno anche assorbito tanta energia, alterato la biosfera e provocato inquinamento delle falde e dell’aria. Anche in questo caso l’uso andrebbe razionalizzato, e in questo l’Unione Europea non deve derogare come ultimamente sotto la spinta di alcuni paesi, ma come ha fatto fino a qualche anno fa emanando sue direttive e linee programmatiche. Non vorrei con questo esaltare una tecnocrazia, ma questa dovrebbe affiancare e convincere le classi dirigenti democratiche in scelte lungimiranti con la forza dei dati forniti dalla scienza. Nel paese nelle quali non ci sono o si scelgono strade miranti solo al presente, trascurando il futuro, si imporrebbero delle norme per la salvaguardia dell’ambiente. Si possono portare molti esempi, uno fra tutti la direttiva 2024/2881, entrata in vigore il 10 dicembre 2024, che stabilisce obiettivi per la qualità dell’aria in Europa. Alla luce di questa direttiva il consiglio dei ministri italiano lo scorso anno è stato costretto, con una delibera del mese di agosto 2025, ad imporre l’abbandono dell’urea, come ammendante agricolo, a partire dal gennaio 2028 nella Valle Padana.
Quindi se si coglieranno queste sfide, dalla drammatica situazione attuale, si potrà uscire verso un futuro diverso e sicuramente meno problematico. Altrimenti si continuerà a perseguire il vecchio mondo che nel breve sembrerà alleviare il problema, ma alla lunga per chi non avrà colto le opportunità e le innovazioni si tradurrà in un ulteriore declino, come si già verificato in passato e sperimentato nel nostro paese e che dovremmo ricordare se la memoria storica non fosse oggi completamente trascurata.
- *da non confondere con lo scontro con Arezzo; ringraziamo il collega Adrea Ienco per averci aiutato ad evitare errori: la guerra (svoltasi 200 anni dopo quella con Arezzo cui partecipò il sommo poeta) è ricordata da Machiavelli nelle Istorie Fiorentine Libro Settimo Capitolo XXIX https://books.google.it/books?id=ZsorAQAAIAAJ&printsec=frontcover&dq=machiavelli+istorie+fiorentine&hl=it&sa=X&ved=0CCoQ6wEwAGoVChMI-sWgpKK9xwIVCGkUCh3Z7w0w#v=onepage&q&f=false
A proposito di veleni.1.
Claudio Della Volpe
La cronaca di questi giorni e della scorsa estate ha portato alla nostra attenzione due potenti veleni naturali, la botulina (si dice anche il botulino) e la ricina. Facciamo due riflessioni su questo tipo di molecole presenti in Natura.
Quando parliamo di veleno, intendiamo una sostanza che se somministrata in quantità anche piccole ad un essere vivente lo porta alla morte.
La Treccani ci dice
Sostanza di origine esogena che, introdotta per qualsiasi via, anche in dosi relativamente piccole, in un organismo, ne compromette l’integrità strutturale o la funzionalità, con effetto generale o elettivo (agendo, per es., sul sistema nervoso, cardiocircolatorio, ecc.), immediato o tardivo, reversibile o irreversibile, fino alla morte dell’organismo stesso
In effetti l’idea di veleno contiene al suo interno delle altre idee che però non vengono comunemente esplicitate; anzitutto il veleno, l’agente disturbatore della vita è un attore che funziona bene come tale in un sistema complesso ma è difficile da concepire in un sistema all’equilibrio.
Dunque abbiamo questa situazione: un sistema complesso e lontano dall’equilibrio può essere messo in crisi dall’aggiunta di quantità anche piccole di sostanze opportunamente scelte.
Ricordiamo qua che un sistema complesso può essere definito così, ossia un insieme dinamico di numerosi elementi interagenti in modo non lineare, il cui comportamento globale non è prevedibile studiando le singole parti, che si auto-organizzano, evolvono nel tempo e manifestano proprietà emergenti, spesso operando al limite tra ordine e caos.
Se avete invece un sistema all’equilibrio bello omogeneo (e non dovete pensare necessariamente ad una soluzione tampone) la rilevabilità del disturbo indotto da quantità piccola di reagenti estranei è spesso molto difficile. È pure vero che anche una sola molecola sposta l’equilibrio di un sistema, ma lo spostamento è dell’ordine del rumore del sistema, fino a concentrazioni anche elevate.
Al contrario se siete in un sistema lontano dall’equilibrio le cose cambiano.
Il caso più vicino a questo è l’uso di un catalizzatore, che sfrutta una traiettoria diversa da quella più probabile in sua assenza proprio per arrivare all’equilibrio (e dunque lo usiamo proprio perché non siamo all’equilibrio); in questo caso il concetto di veleno funziona bene; posso “avvelenare” un catalizzatore, ossia renderlo inefficace.
In un sistema vivente i catalizzatori si sprecano; siamo fatti di proteine e se escludiamo quelle strutturali, le altre sono tutte catalizzatori di qualche reazione. Bloccare una di esse vuol dire bloccare una via metabolica spesso non sostituibile.
E proprio questo è l’effetto del veleno.
Non è dunque un caso che i veleni più potenti, ossia quelli attivi in dosi più basse rispetto alla massa del sistema da influenzare, siano anch’essi proprio proteine o sequenze di amminoacidi (un peptide, come è il caso per molti veleni prodotti da animali).
I veleni più potenti in natura sono peptidi o proteine perché agiscono come enzimi altamente specifici in grado di distruggere componenti cellulari vitali a dosi infinitesimali. La loro struttura complessa permette un legame preciso e ad alta affinità con i bersagli biologici, garantendo un’efficacia letale superiore a molecole più semplici (come chessò la stricnina, un alcaloide, che non è dunque un peptide, con dose mortale di 2mg/kg).
Sono i più potenti perché presentano una elevata specificità, agiscono su recettori specifici (neurotossine) o distruggono proteine essenziali (citotossine), paralizzando i muscoli o bloccando la sintesi proteica cellulare. Inoltre agendo come enzimi una sola molecola può degradare migliaia di molecole bersaglio, amplificando drasticamente l’effetto distruttivo.
Sono il risultato di una raffinata evoluzione, specialmente nei veleni animali (serpenti, ragni), che mirano a neutralizzare la preda rapidamente tramite un “cocktail” di proteine che agiscono su più fronti.
La conseguenza è che sono efficaci a basse o bassissime dosi: La tossina botulinica, ad esempio, è letale a concentrazioni inferiori a 1 ng (un nanogrammo) per kg di peso corporeo, ossia una parte su mille miliardi, rendendola una delle sostanze più tossiche conosciute.
La ricina di cui i giornali parlano in questi giorni è anch’essa una proteina; e sia la botulina che la ricina sono prodotte da organismi viventi come mezzi di difesa o di attacco.
La botulina è una proteina a catena doppia con legami disolfuro che pesa circa 100mila Da, esiste in 7 varianti ed è capace di inibire la proteina SNAP-25 che serve per il rilascio dei neurotrasmettitori dagli assoni terminali; in questo modo la vittima si paralizza.
Struttura della Botulina
Meccanismo di azione della Botulina.
La botulina, prodotta da Clostridium botulinum serve proprio ad uccidere “tutto” in modo che il batterio che la produce che è un gram+ anaerobio, che esiste di solito in forma di “spora” (una forma batterica capace di resistere a condizioni estreme di temperatura anche oltre 120°C, e di ambiente) si ritrova in condizioni anaerobie; a quel punto il Clostridium, che è un batterio saprofita che si nutre di materia organica in decomposizione si sveglia e produce la neurotossina.
Riassumendo il batterio esiste normalmente sotto forma di spore resistenti nel suolo e nei sedimenti. Quando le spore si trovano in un ambiente adatto (senza ossigeno, ma con acqua e nutrienti), “germinano” e tornano in forma vegetativa, iniziando a produrre la tossina come sottoprodotto del loro metabolismo durante la crescita.
La produzione di tossina da parte del batterio può causare la morte di piccoli animali o pesci presenti nel suo habitat (come sedimenti lacustri o marini). La carcassa dell’animale diventa quindi una ricca fonte di nutrimento e un ambiente anaerobico ideale dove il batterio può moltiplicarsi.
Insomma, non vuole uccidere mica noi, ma ci riesce benissimo. D’altronde a dosi estremamente basse noi usiamo la botulina addirittura come espediente di bellezza, per combattere le rughe.
La ricina invece è prodotta da una pianta, il ricino, una leguminosa, famosa per la produzione dell’olio di ricino che oltre ai suoi usi “politici”, ne ha molti di tipo industriale; attenzione, l’olio di ricino NON contiene la ricina; la ricina è una proteina di peso 62 kDa, anch’essa con due catene legate da ponti disolfuro, contenuta solo nei semi, con una dose attiva di circa 0.2mg per kg di peso corporeo, circa 200mila volte più alta della botulina, estratta con un procedimento complesso perché insolubile nei solventi che estraggono l’olio di ricino, ma idrosolubile.
Struttura della Ricina.
La ricina non è una neurotossina come la botulina, ma una citotossina, ed agisce bloccando i ribosomi, ossia la sintesi proteica dei malcapitati. Il ricino la usa come forma di difesa contro gli insetti e gli animali predatori.
Mentre ci sono molteplici usi dell’olio di ricino, non abbiamo al momento usi comuni della ricina a parte l’ipotesi di usarla nella lotta ai tumori; essa viene concepita come immunotossina: la capacità della ricina di bloccare la sintesi proteica e uccidere le cellule viene studiata e testata per colpire selettivamente le cellule tumorali, “agganciando” la tossina ad anticorpi specifici che la trasportano direttamente sul bersaglio.
Dunque anche questi potenti veleni possono essere utili.
Ciò non deve stupirci.
Una delle frasi più famose della storia della Chimica è quella di Paracelso, un alchimista del XVI secolo. Paracelso scrisse che “tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno“.
D’altronde – mi ricorda l’amico Diego Tesauro – “farmaco” viene dal greco φάρμακον che indica
simultaneamente rimedio, veleno, pozione magica o filtro quindi
rappresenta una sostanza capace di trasformare, capace perciò sia di curare che
di uccidere.
Il principio fondamentale è che qualsiasi sostanza può essere velenosa o benefica, a seconda della quantità assunta. Il veleno non è la sostanza in sé, ma la concentrazione che provoca un effetto nocivo.
Ne segue l’altra frase: “è la dose che fa il veleno” ancora più celebre e che contiene una buona dose di saggezza osservativa, una saggezza che mi ricorda la frase che cito spesso di Guido Barone: “in natura ogni cosa ha due corni”, che voleva esprimere l’aspetto dialettico e contraddittorio della realtà naturale.
Ne possiamo concludere in modo ancora più generale di Paracelso, che in un sistema lontano dall’equilibrio, anche non vivente, ma complesso, come l’abbiamo definito più sopra, un componente anche minore e spesso utilissimo, cambiando di concentrazione può diventare un veleno e mutare il corso della traiettoria del sistema o perfino distruggerlo.
In questi anni ne abbiamo un esempio chiarissimo con la CO2; una molecola utilissima per la vita, base della fotosintesi, ma sopra certe soglie, tutto sommato basse (280ppm in atmosfera), il sistema Terra reagisce al “veleno” spostandosi in zone del suo diagramma di fase diverse da prima, il gas serra funziona da “veleno” per il sistema, il quale non muore ma cambia; comunemente chiamiamo questo fatto: riscaldamento globale.
L’idea di Paracelso è valida anche in climatologia, ed è un esempio del comportamento dialettico e contraddittorio della realtà naturale.
(continua)
Il Mediterraneo 2026
Luigi Campanella, già Presidente SCI
L’11 aprile si è celebrata in Italia la Giornata Nazionale del Mare e della Cultura Marinara, istituita ufficialmente con il Decreto Legislativo n. 229 del 3 novembre 2017. La giornata, si celebra ogni anno con il coinvolgimento di vari ministeri e del Comando Generale delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, con uno scopo di sensibilizzazione. Oltre ad una cerimonia a Favignana quest’anno si è celebrato il raggiungimento del numero di 30 aree marine protette.
Già nel recente passato avevo avuto un ruolo attivo nell’organizzazione e nel contributo scientifico della “Giornata Internazionale sul Mediterraneo” tenutasi l’8 luglio 2024, con particolare riferimento all’evento tenuto presso la Sala Matteotti della Camera dei Deputati (Palazzo Theodoli), incentrata su “Mare Nostrum – Un mare di pace”.
Il Mediterraneo rappresenta una realtà scientifica economica e sociale, una comunità vorrei dire, che per le problematiche che pone può quasi essere considerata un modello. L’acqua da un lato è vita ed aguzza l’ingegno, dall’altro può divenire uno strumento di rovina e distruzione. Oltre alle esecrabili ragioni razziali e di odio fra i popoli, le guerre in M.O. sulle alture del Golan nella valle del Giordano sono anche legate al controllo delle poche risorse idriche
L’inquinamento nelle sue forme più tradizionali, ma anche più recenti – plastica, residui farmaceutici ed alimentari, scarti di ogni tipo – obbliga a considerare la bonifica delle coste, la prevenzione e la loro cura.
I recenti dati scientifici dimostrano che continuando a ritardare gli interventi il rischio di oggi, sostanzialmente ambientale, diventi -come già si intravede- anche sanitario a causa dei processi di inalazione e ingestione degli inquinanti più mobili ed accumulabili.
Le differenze e diseguaglianze in termini di risorse disponibili e di economia fra la sua riva settentrionale e quella meridionale richiedono interventi di collaborazione partecipata capaci di affrontare le emergenze migratorie del nostro tempo. Oggi è solo la messa a disposizione, accanto alle risorse economiche, di risorse intellettuali, di conoscenza, di capitale umano, di beni immateriali che può divenire una strategia vincente per il Mare Nostrum.
Le strade che quel Convegno ed altri recenti (fino al luglio 2025) presso il Senato hanno indicato ai nostri politici sono 3 sul piano scientifico:
le tessere del puzzle ci sono tutte, si tratta di concretizzarne l’immagine complessiva con un approccio olistico e non deterministico;
nessun indicatore da solo può indirizzare verso la strada giusta; la scienza ci ha dotato degli strumenti preventivi e riparativi necessari partendo dal principio ormai accettato del carattere complesso dell’ambiente, che ne preclude la trattazione come su sistemi semplici sul piano politico: ben vengano iniziative come quelle del nostro Governo con il piano Mattei, da alcuni definito scatola vuota, da altri accusato di recepire gli interessi del committente più che del commesso, ma non bastano;
ci vuole una visione partecipata del problema con un tavolo di interlocuzione fra tutti i soggetti interessati ed una governance, diversa quindi dal governo tradizionale di processo, che li rappresenti sul piano sociale; il carattere di mare quasi chiuso conferisce al Mediterraneo il connotato di risorsa distribuibile e gestibile in tutti i suoi aspetti, energetico, ambientale, sociale, turistico, financo alimentare: si tratta di attrezzarsi adeguatamente partendo dal concetto di comunità da cui siamo partiti con questo resoconto facendo del nostro Mediterraneo un esemplare ed un modello di sostenibilità.
A novembre infine si è svolta la XI Edizione della Conferenza MED Dialoghi Mediterranei (promossa da MAECI e ISPI), principale forum internazionale in Italia dedicato alle sfide del Mediterraneo allargato, proprio sui temi del post.
Il chimico pinguino.
Luigi Campanella, già Presidente SCI
Gli organismi animali e vegetali da lungo tempo vengono impiegati per il monitoraggio ambientale. Si pensi ai capelli umani o agli alberi, ma gli articoli pubblicati, soprattutto negli anni 90, sono davvero tanti con riferimenti molto particolari, come le ali delle farfalle o la luce emessa dalle lucciole.
In un recente articolo si parla dei pinguini, ma dotati di uno strumento atto al monitoraggio dei PFAS.
In questo caso potremmo paragonarlo a sistemi con sensori indossabili visto che i PFAS vengono prelevati da un campionatore passivo in silicone (SPS) montato sugli arti dei pinguini.
I pinguini, come tali, sono già considerati eccellenti bioindicatori (o specie sentinella) perché la loro sopravvivenza, il comportamento e la salute sono strettamente legati agli equilibri dell’ecosistema marino e alla disponibilità di cibo, rendendoli specchi fedeli delle condizioni ambientali.
Specie come il pinguino di Adelia sono sensibili alle variazioni della banchisa antartica. Lo scioglimento dei ghiacci, causato dal riscaldamento globale, altera il loro habitat di riproduzione e foraggiamento, rendendoli indicatori chiave, permettendo di monitorare la contaminazione chimica negli oceani in modo non invasivo. I pinguini vengono anche impiegati nel monitoraggio della rete alimentare: le abitudini di caccia e le variazioni di peso dei pinguini riflettono l’abbondanza di krill e pesci.
+Una diminuzione della popolazione di pinguini spesso indica una sofferenza dell’intero ecosistema marino a causa della pesca eccessiva o del clima. I pinguini da questo punto di vista possono essere considerati l’evoluzione verso sistemi più complessi di quella che è stata forse la prima applicazione di biomonitoraggio, mi riferisco al deserto lichenico, (discusso in un precedente post), che in passato ha correlato il danno ambientale alla scomparsa di alcune specie licheniche.
Il limite di questo tipo di studi (quelli senza un sensore specifico) è che devono, per giungere a delle conclusioni quantitative affidabili, basarsi su coefficienti di accumulo la cui determinazione è affetta da numerose e variabili incertezze. Da qui il concetto più generale dell’organismo vivente (licheni, muschi, funghi o organismi acquatici) come bioaccumulatori in grado di assorbire e accumulare sostanze inquinanti (metalli pesanti, idrocarburi, radionuclidi) dal loro ambiente in concentrazioni più elevate rispetto all’ambiente circostante. Sono fondamentali per il biomonitoraggio della qualità dell’aria, del suolo e dell’acqua, funzionando come veri e propri campionatori biologici.
Economia europea più circolare
Luigi Campanella, già Presidente SCI
Dal 2026, entreranno in vigore in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea nuove norme che rivoluzionano il diritto alla riparazione dei beni di consumo. Grazie alla direttiva right to repair e ai regolamenti collegati, riparare elettrodomestici e dispositivi come lavatrici, aspirapolvere o smartphone diventerà l’opzione più facile e conveniente rispetto alla sostituzione, con prezzi “ragionevoli” anche per le riparazioni fuori garanzia.
I produttori saranno obbligati a offrire riparazione anche fuori garanzia UE per i prodotti tecnicamente riparabili e dovranno garantire ricambi obbligatori per elettrodomestici e dispositivi tecnologici per un periodo minimo, oltre a informazioni chiare sulle condizioni di riparazione.
Nasce inoltre un indice di riparabilità obbligatorio (o sistema di repairability score) per alcuni prodotti, in particolare smartphone e tablet, che comparirà sulle etichette. Questo informerà il consumatore su quanto è facile e conveniente riparare quel bene prima di acquistarlo.
Una novità importante della normativa è che, se scegli di riparare un prodotto in garanzia anziché sostituirlo, la garanzia verrà estesa di 12 mesi, incentivando così una scelta più sostenibile. Entro il 2027 sarà inoltre operativa una piattaforma online europea che aiuterà i cittadini a trovare riparatori indipendenti e repair cafés nella propria zona.
Il fine ultimo di questa innovazione è evidente: ridurre la produzione di rifiuti affiancando riuso e recupero nel compito di allungare la vita dei prodotti commerciali. Sembra sempre più messo in discussione il principio che recuperare le componenti di maggiore valore da un oggetto dismesso sia la forma più conveniente di economia circolare.





