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BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA'

Syndicate content La Chimica e la Società
Nell’Antropocene, l’epoca geologica attuale fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo, la Chimica ha il compito di custodire il pianeta e aiutare a ridurre le diseguaglianze mediante l’uso delle energie rinnovabili e dell’economia circolare.
Updated: 1 hour 36 min ago

Covare il cobra.

1 hour 36 min ago

Claudio Della Volpe

Covare il cobra è un articolo di Primo Levi pubblicato su La Stampa 21 settembre 1986

Commentiamo qui il testo di Primo Levi che si occupa dell’etica della scienza e che forse meriterebbe maggiore fama (il testo originale è in corsivo, il resto è il commento).

Si apre con una citazione di Plinio il Vecchio sulla storia di Perillo e del tiranno Falaride. Perillo costruì un toro di bronzo progettato come strumento di tortura. I gemiti delle vittime all’interno venivano amplificati ed emessi dalla bocca del simulacro sotto forma di muggiti. Falaride decise di punire l’inventore facendolo morire per primo dentro la sua stessa creazione. Levi usa questa vicenda semileggendaria per riflettere sul ruolo dello scienziato e dell’inventore nel mondo moderno.

«Nessuno lodi Perillo, piú crudele del tiranno Falaride, per il quale costruí un toro promettendogli che l’uomo che vi fosse racchiuso avrebbe muggito per il fuoco accesovi sotto, e che fu il primo a sperimentare su di sé questo supplizio come frutto di una crudeltà piú giusta della sua. Fino a tal punto egli aveva distorto un’arte nobilissima, destinata a rappresentare dei e uomini. Dunque tanti suoi operai si erano affaticati solo per costruire uno strumento di tortura! In effetti, le sue opere vengono conservate per un solo motivo: affinché chiunque le veda odi le mani dei loro artefici>> (Plinio, Storie naturali, XXXVII, 89).

…………..

Questa storia, vera o falsa che sia, ha un curioso sapore attuale. Ai fini di un processo postumo al tiranno e all’artefice, sarebbe essenziale stabilire a quale dei due risalisse l’iniziativa e l’idea dell’orrenda macchina. Se l’opera era stata inventata da Perillo, e proposta a Falaride, non c’è dubbio che Perillo, a quel tempo già famoso, meritava di essere punito (ma non necessariamente cosí, e non da Falaride che accettando il manufatto si era reso complice dell’inventore). Aveva davvero, come accenna Plinio, prostituito la sua arte e se stesso. Doveva proprio avere “un esprit mal tournè”: non doveva essere stato facile dimensionare le vie d’aria del simulacro in modo che i gemiti della vittima uscissero dalla bocca di bronzo amplificati e modificati nelle loro armoniche, tanto da riprodurre i muggiti di un toro.

Se invece Falaride aveva commissionato l’opera, la pena del taglione da lui adottata appare eccessiva e abusiva: però era un tiranno professionale, e il suo operato non ci stupisce. Tutti i tiranni sono capricciosi. In questa ipotesi, Perillo non esce assolto, ma gli si possono concedere alcune attenuanti: forse era stato costretto, o lusingato, o minacciato, o ricattato. Non lo sappiamo, ma la sua figura di inventore adombra da vicino vicende e figure moderne.

A questo punto il saggio traccia un parallelo tra Perillo e gli scienziati contemporanei:

Durante la seconda guerra mondiale, un gruppo di grandi menti ha sviluppato contemporaneamente l’energia nucleare e la bomba atomica.

Alcuni scienziati si sono prestati a fini bellici più o meno volentieri, altri si sono ritirati dopo Hiroshima, e altri ancora hanno cambiato schieramento.

Levi cita due esempi emblematici di scienziati tormentati dall’uso militare delle loro ricerche:

Peter Hagelstein: Giovanissimo progettista dello scudo stellare americano che ha scelto di abbandonare i laboratori militari per dedicarsi esclusivamente alle applicazioni mediche del laser. Levi approva pienamente questa forma di obiezione di coscienza.

Martin Ryle: Fisico e premio Nobel che si accorse che persino le sue ricerche teoriche in radioastronomia venivano usate per migliorare la precisione dei missili intercontinentali. Prima di morire, Ryle propose provocatoriamente di fermare tutta la ricerca scientifica (“Stop science now“).

È attuale la figura dello scienziato a cui viene richiesto di prestare la sua opera per la difesa del suo paese, o magari per l’offesa del paese vicino. Tutti sanno almeno qualcosa di quella portentosa collezione di cervelli che durante la seconda guerra mondiale ha partorito a un tempo la bomba atomica.e l’energia nucleare per uso pacifico. Alcuni di questi scienziati si sono prestati, piú o meno convinti, più o meno volentieri; altri, dopo Hiroshima, si sono ritirati a vita privata; altri ancora, come Pontecorvo, hanno cambiato campo per ragioni ideologiche, o forse perché pensavano che l’arma nucleare fosse meno pericolosa se ripartita fra le due superpotenze

Felicemente attuale oggi è la figura dello scienziato che dopo aver servito il potere, si pente. Abbiamo letto pochi giorni fa che Peter Hagelstein, allievo del bellicoso Teller, giovanissimo «padre» dello scudo stellare, candidato al Nobel per la fisica, ha lasciato un laboratorio finanziato dal ministero americano della Guerra e si è trasferito al Mit, dove si occuperà esclusivamente di ricerche sulle applicazioni mediche del laser. Mi pare che contro questo tipo di obiezione di coscienza non ci sia nulla da replicare: se tutti gli scienziati del mondo imitassero Hagelstein, i fabbricanti d’armi nuove resterebbero a mani vuote e la pace universale sarebbe piú vicina di quanto non appaia ora.

Mi lascia meno convinto la posizione assunta da Martin Ryle. Ryle, nato nel 1918 in Inghilterra, era stato uno dei massimi esperti di radar durante la guerra, e aveva contribuito in modo determinante alle misure adottate dagli inglesi per «confondere” i radar tedeschi. Dopo la guerra, nauseato dagli orrori della guerra stessa, decise di proseguire la sua brillante carriera di fisico nel campo che meno si prestava ad applicazioni belliche, cioè nella radioastronomia. Ebbe il Nobel nel 1974; ma ben presto dovette accorgersi che neppure i suoi colleghi astronomi avevano le mani perfettamente pulite. Ad esempio, misurare con precisione l’intensità del campo gravitazionale attorno alla Terra ha un indubbio interesse teorico, ma serve anche a pilotare meglio i missili balistici intercontinentali. Secondo i dati di Ryle, il 40 per cento degli ingegneri e dei fisici inglesi sono impegnati nello studio di strumenti di distruzione.

Poco prima della sua morte, avvenuta nel 1984, ha allora formulato una proposta drastica: «Stop science now»>, arrestiamo subito ogni ricerca scientifica, anche quella detta <<di base». Dal momento che non siamo in grado di prevedere come una qualsiasi scoperta può venire distorta e sfruttata, fermiamoci: basta con le scoperte.

La conclusione di Primo Levi

Levi considera la proposta di Ryle estremistica e utopica, poiché l’essere umano è per sua natura un ricercatore. La sua soluzione non è fermare la scienza, ma coltivare la saggezza e l’etica all’interno delle università e delle scuole.

Lo scienziato non può nascondersi dietro l’ipocrisia di una scienza neutrale. Ha il dovere di valutare in anticipo le conseguenze del proprio lavoro, rifiutandosi di collaborare a progetti nocivi (come i gas nervini) per scegliere invece ambiti che riducano la sofferenza umana. Ognuno deve essere consapevole se dall’uovo che sta covando nascerà una colomba o un cobra, da cui il titolo dell’articolo.

Comprendo il tormento spirituale da cui questo appello è scaturito, ma esso mi sembra a un tempo estremistico e utopico. Siamo quello che siamo: ognuno di noi, anche il contadino, anche l’artigiano piú modesto, è ricercatore, e lo è da sempre. Dal pericolo innegabilmente insito in ogni nuova conoscenza scientifica ci possiamo e dobbiamo difendere in altri modi. È verissimo che (cito Ryle) “La nostra intelligenza si è accresciuta portentosamente, ma non la nostra saggezza»; ma mi domando, quanto tempo, in tutte le scuole di tutti i paesi, viene dedicato ad accrescere la saggezza, ossia ai problemi morali?

Mi piacerebbe (e non mi pare impossibile né assurdo) che in tutte le facoltà scientifiche si insistesse a oltranza su un punto: ciò che farai quando eserciterai la professione può essere utile per il genere umano, o neutro, o nocivo. Non innamorarti di problemi sospetti. Nei limiti che ti saranno concessi, cerca di conoscere il fine a cui il tuo lavoro è diretto.

Lo sappiamo, il mondo non è fatto solo di bianco e di nero e la tua decisione può essere probabilistica e difficile: ma accetterai di studiare un nuovo medicamento, rifiuterai di formulare un gas nervino.

Che tu sia o no un credente, che tu sia o no un «patriota», se ti è concessa una scelta non lasciarti sedurre dall’interesse materiale o intellettuale, ma scegli entro il campo che può rendere meno doloroso e meno pericoloso l’itinerario dei tuoi coetanei e dei tuoi posteri. Non nasconderti dietro l’ipocrisia della scienza neutrale: sei abbastanza dotto da saper valutare se dall’uovo che stai covando sguscerà una colomba o un cobra o una chimera o magari nulla. Quanto alla ricerca di base, essa può e deve proseguire: se l’abbandonassimo tradiremmo la nostra natura e la nostra nobiltà di fuscelli pensanti, e la specie umana non avrebbe piú motivo di esistere.

Rimane per me un punto debole che la scelta sia considerata da Levi un fatto individuale, mentre ritengo personalmente che sia importante schierarsi non solo individualmente ma POLITICAMENTE; in altre parole occorre prendere posizione negli scontri sociali, non si possono considerare equivalenti tutte le posizioni; soprattutto quando, come ora, nell’era dell’intelligenza artificiale, la scienza è divenuta la principale forza produttiva dell’umanità.

Nessuna scelta individuale può cambiare questo.

Un esempio è stato Einstein, che pure aveva sollecitato l’attenzione USA verso la possibilità della bomba atomica nazista  ma poi si schierò apertamente a favore del movimento pacifista in modo esplicito; di più si schierò a favore di una prospettiva politica e ideale attraverso il suo famoso articolo a favore del socialismo pubblicato sul primo numero di Monthly Review ed una cui traduzione italiana potete trovare qui.

Non si tratta di fare solo una scelta individuale, ma comprendere che l’uso corretto della scienza è un fatto sociale ed è tutta la società a dover cambiare. E nostro compito non solo fare la scelta di una ricerca “giusta”, ma partecipare a questo cambiamento complessivo. Una scienza pacifica non può coesistere con una società votata allo scontro.

Un altro ricordo del “Gatto”

20 August, 2026 - 11:44

Luigi Fabbrizzi, Professore Emerito – Università di Pavia

Berlino, giugno 1978: Carlo Mealli, Luigi Sacconi, Dante Gatteschi, Luigi Fabbrizzi

Nella notte dell’11 agosto è mancato Dante Gatteschi, professore emerito di chimica presso l’Università di Firenze. Dante era nato a Firenze il 27 ottobre 1945, nella zona di Piazza della Vittoria, piazza abbastanza spaziosa per giocarci al calcio. Io ho frequentato col Dante la stessa scuola elementare ‘Cesare Battisti’, la 2° e la 3°, prima di uno dei numerosi traslochi della mia famiglia. Dante veniva spesso a scuola con un pallone da calcio e dopo la scuola c’era tempo per una partitina in piazza.

Dante amava il calcio, ma non distingueva tra stinchi e pallone sicché avevo sempre cura di capitare nella stessa squadra. Ha mantenuto questa caratteristica tecnico-agonistica anche ai tempi dell’università e allora faceva comodo sistemarlo a centro campo, sia nella squadra di chimica che in quella dell’istituto (dove era normalmente chiamato ‘Gatto’). Ci siamo ritrovati all’università e siamo finiti a laurearci presso lo stesso istituto, l’istituto di Chimica Generale, diretto da Luigi Sacconi. Ci siamo laureati lo stesso giorno, nella mattinata del 18 luglio 1969. Lo stesso giorno si laurearono altri 3 compagni di corso coetanei: Carlo Mealli, poi ricercatore CNR nell’istituto di Sacconi, Mario Chelli, genio del laboratorio, ricercatore presso il Centro CNR  di Chimica Organica, Gianni Messeri, futuro direttore del Centro Analisi dell’ Ospedale di Careggi. Io partii subito per il servizio militare, Dante, orfano di padre no. Sacconi, che aveva capito subito le qualità di Dante gli fece avere un posto di assistente. Il poco più anziano Bertini lo prese sotto la sua ala, sicuro di trarne beneficio scientifico, e insieme avviarono la tematica della spettroscopia dei composti di coordinazione.

Le nostre strade si separarono scientificamente e poi geograficamente. Io emigrai presso la prestigiosa università di Pavia (punti di vista: Lehn mi definiva un exilé florentin). Ma anche Dante fu costretto all’esilio. Bertini, geloso e timoroso della sua genialità, relegò Dante all’insegnamento di Chimica Generale di Farmacia (transeat), nulla di troppo grave, ma soprattutto lo escluse dalla Scuola di Dottorato, il che vuol dire togliere a un professore la linfa vitale della ricerca, i dottorandi. Questo non impedì al Dante di divenire un grande scienziato di valore internazionale. Non sto qui a descrivere le invenzioni geniali di Dante, in primis i magneti molecolari, i suoi successi organizzativi (INSTM), i riconoscimenti nazionali (Accademico dei Lincei) e internazionali. Dico soltanto che mi vanto di essere stato da sempre suo amico, di aver condiviso con lui le emozioni della ricerca e delle prime scoperte nell’Istituto di Chimica Generale di via Jacopo Nardi. E di aver sempre saputo che avevo a che fare con un ragazzo sincero, onesto e generoso, qualità, chissà perché, così rare nell’ambiente universitario.

Due ricordi del “Gatto”

17 August, 2026 - 11:44

L’11 agosto scorso ci ha lasciati Dante Gatteschi (il “gatto” per gli amici più cari), un collega di riferimento nel settore della chimica dei materiali e dei comportamenti magnetici della materia, figura di assoluto rilievo nazionale ed internazionale; pensiamo di fare cosa giusta e gradita ricordandone la figura scientifica ma anche personale nel nostro blog.

Un ricordo di Dante Gatteschi

Rinaldo Psaro

Nella notte dell’11 agosto è avvenuta la scomparsa di Dante Gatteschi. Dante aveva dedicato l’intera carriera accademica all’Università di Firenze, dove si era formato e aveva costruito una scuola scientifica riconosciuta a livello internazionale nel campo della chimica inorganica e dei materiali. Nel 1980 era diventato professore ordinario della stessa disciplina, incarico mantenuto fino al 2015. In quell’anno aveva assunto il titolo di professore emerito. Allievo di Luigi Sacconi, si era formato nella tradizione della chimica di coordinazione, sviluppando nel tempo un percorso basato sull’integrazione tra sintesi chimica, spettroscopia e teoria.

I suoi principali ambiti di interesse comprendevano la chimica di coordinazione, la magnetochimica e la spettroscopia di risonanza paramagnetica elettronica. Questa tecnica era stata utilizzata per studiare la struttura elettronica e le proprietà magnetiche dei complessi dei metalli di transizione.

Tra gli anni Settanta e Ottanta, insieme ai suoi collaboratori, Gatteschi aveva contribuito a fare di Firenze un centro di riferimento internazionale per lo studio dei fenomeni magnetici e spettroscopici.

Una delle tappe più significative della sua attività era arrivata alla fine degli anni Ottanta, quando aveva individuato le potenzialità delle relazioni tra struttura e proprietà per progettare materiali molecolari dotati di nuove funzionalità.

Da quell’impostazione si era sviluppato un filone destinato ad assumere un ruolo centrale nella chimica contemporanea: il magnetismo molecolare. Di particolare rilievo era stata la scoperta, insieme a Roberta Sessoli, del fenomeno del magnetismo di singola molecola, alla base degli studi sui Single-Molecule Magnets.

Il lavoro aveva aperto nuove prospettive nello studio dei fenomeni quantistici legati alla dinamica degli spin e, in seguito, sulle possibili applicazioni nell’informazione quantistica.

Nel corso della sua carriera ha pubblicato oltre 530 lavori scientifici e ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Bruker Prize for EPR Spectroscopy, l’Agilent Technologies Europhysics Prize, il Franco-Italian Prize e l’International Zavoisky Award. È stato membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell?Accademia Nazionale delle Scienze detta dei Quaranta, dell’Accademia della Colombaria, della Deutsche Akademie der Naturforscher Leopoldina e dell’Academia Europæa

Oltre trent’anni fa, seppe riconoscere l’esigenza di mettere in comune competenze, strumenti e capacità di ricerca allora distribuite in diverse realtà universitarie italiane. Da quella intuizione nacque il Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali (INSTM), di cui fu prima Direttore e poi Presidente, accompagnandone i primi anni di vita e contribuendo a definirne un’identità fondata sulla collaborazione tra università, sull’interdisciplinarità e sull’apertura internazionale che ancora oggi ne caratterizza le attività.

Dante è stato un maestro nel senso più pieno del termine, ai suoi allievi ha insegnato il rigore della ricerca, la curiosità e, soprattutto, il valore del confronto e della collaborazione. Di lui va  ricordata l’estrema onestà, intellettuale ed umana, e la grande integrità.

Dr. Rinaldo Psaro, Associato Senior CNR SCITEC, Istituto di Scienze e Tecnologie Chimiche  “Giulio Natta”

Il Gatto”, un ricordo personale.

Luca Pardi, CNR-IPCF, Institute for Chemical-Physical Processes, Pisa 1° ricercatore (retired)

Con Dante Gatteschi muore un’altra figura di riferimento della mia vita. Una delle persone scientificamente più dotate che io abbia mai conosciuto, e le conto sulle dita di una mano. Una persona con la quale, da questo punto di vista era difficile e molto spesso sorprendente confrontarsi. Nella convivenza di lavoro di nove anni nei quali ho lavorato nel suo gruppo di ricerca all’Università di Firenze, c’era solo una persona che scientificamente si confrontava con lui da pari a pari; Roberta Sessoli che, non per caso, ne ha seguito e ampliato il campo di indagine con straordinari successi. Tutti noialtri del gruppo eravamo gregari.

Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare dell’uomo che valeva quanto lo scienziato se non di più. Non lo vedevo da qualche anno. Io preso dai fatti miei, lui, da tempo chiuso in quella malattia lenta e crudele (ammesso che ce ne siano che non lo sono) che è il morbo di Parkinson.

Ciò che lo distingue dagli altri era, non solo il rigore, ma la correttezza etica in un mondo non privo di cattiveria e disonestà. Ho sempre apprezzato questo suo aspetto più degli altri.

Aveva anche un modo distaccato e ironico di ragionare sui limiti e le storture del mondo della ricerca che non era comune, e men che mai lo è oggi, dal momento in cui siamo entrati nel sistema, come diceva sarcasticamente Dante, della “scienza spettacolo” all’americana, nel quale il marketing e la pubblicità sono diventate la regola. Lui, già negli anni ‘80, le commentava con ironia e sarcasmo.

Ma Dante per me è stato molto altro, si discuteva, talvolta si litigava, di politica (su questo tema non avevo complessi di inferiorità), di calcio, cioè di Fiorentina perché era tifoso viola di sicura fede, lui che di fedi ne aveva poche, si parlava di cose più o meno importanti o futili e si rideva molto.

Accidenti se si rideva. Ho ricordi di serate in margine a congressi nelle quali il divertimento ripagava la fatica del giorno. Mentre altri colleghi seriosamente continuavano a parlare di scienza, Dante, concentrato in modo maniacale durante il giorno, sapeva staccare quando la partita era finita, mostrando a tutti che sì, quello che facevamo era importante, ma nella vità c’è anche molto altro.

Non era facile come persona, e se evitava la falsa modestia, anche con una certa arroganza, manifestando a momenti la propria superiorità (una cosa che forse gli ha alienato qualche simpatia), non aveva difficoltà a mostrare anche le proprie fragilità. Anzi, lo faceva con una certa voluttà autocritica. Non era facile, ma non era nemmeno di quei professoroni universitari con i quali si rischiava con facilità il crimine di lesa maestà.

Confesso che una delle ragioni che mi ha portato a non frequentarlo più negli ultimi anni è stata anche la voglia di preservare la memoria di quell’uomo brillante, spiritoso e sostanzialmente buono (un attributo che non avrebbe sopportato di sentirsi affibbiare). Ho vissuto, relativamente giovane, la malattia e la perdita di mio padre che ho visto deperire e perdersi nel giro di pochi mesi. Con babbo non mi potevo esimere dall’esserci, ma, per quanto non ne vada fiero, con Dante me lo sono concesso.

Per me Dante resterà per sempre, “il Gatto”, quello che seduto dietro la sua scrivania nello studio di via Maragliano mi accoglieva dicendomi sarcasticamente: “ecco il palestinese”. Trovava qualcosa di mediorientale nella mia figura. Con lui, a livello professionale, ho un debito di riconoscenza che non mi avrebbe mai chiesto di pagare anche se ad un certo punto, in un certo senso, l’ho tradito abbandonando il magnetismo e la spettroscopia che, nella mia volubilità, mi erano venuti a noia.

Quello che sto scrivendo però glielo devo. Lui ha sempre apprezzato in me soprattutto la capacità di dire le cose in modo diretto, senza veli, ai limiti della brutalità. Non posso nascondere la commozione, ma ho cercato di essere il meno “goccioloso” possibile come diceva Dante dei discorsi di circostanza quando c’era da lodare o commemorare qualcuno.

“Il Gatto” per me è stato un fratello maggiore e un amico con cui mi trovo ancora oggi a dialogare nel pensiero, come succede di fare con le persone che, per un motivo o per un altro, si sono perse di vista, ma non si dimenticano.

Resterà nei miei pensieri e continuerò a volergli bene e ridere con lui di questo e di quello, finché vivrò.

Odio l’estate

12 August, 2026 - 10:28

Mauro Icardi

“Odio l’estate, il sole che ogni giorno ci donava

gli splendidi tramonti che creava

adesso brucia solo con furor…”

Le parole di questa canzone di Bruno Martino mi ronzano nel cervello da giorni. C’è una premessa indispensabile che devo fare. L’estate nei miei ricordi giovanili è legata al mese di agosto, che trascorrevo nel piccolo borgo di Roure in Val Chisone. Vacanze semplici, turismo di prossimità, escursioni, natura.  Alla sera per trovarsi con gli amici un golfino sulle spalle, oppure annodato in vita perché faceva frescolino.

Terminate le canoniche vacanze estive ci si avvicinava al periodo della vendemmia, e io ed i  miei genitori eravamo impegnati ad aiutare i parenti viticoltori nell’altro borgo della memoria, ovvero Mombaruzzo. Negli anni Settanta e Ottanta si iniziava con la vendemmia delle uve moscato verso fine  settembre.

Le cronache di questa estate mi informano che per la produzione di vini quali il moscato d’Asti e il Brachetto la vendemmia avrà inizio nei primi giorni di agosto. In Oltrepò Pavese si è iniziato a vendemmiare a fine luglio. Si lavora solo fino alle 13.00. Oltre non si può andare, sia per la tutela di chi vendemmia, sia perchè le uve arriverebbero in cantina troppo calde.

Quanto rimpiango quel frescolino  serale in questi giorni di caldo, che si continua ostinatamente a definire anomalo, ma che sta diventando la normalità. Per altro negata da molte, troppe persone.

Con le motivazioni più disparate, ma in fondo accumunate da un’unica ragione, ovvero l’abitudine. L’incapacità di moderare i desideri. L’estate è la stagione del divertimento e dello svago, da sempre sfruttata dalla pubblicità che ci mostra un mondo ideale, artefatto dove tutto è bello e facile. L’induzione artefatta al divertimento e alla felicità obbligatoria.

Gestire il desiderio è qualcosa che è il patrimonio, il lascito forse più importante che i mie genitori mi hanno lasciato. Per cui mi è relativamente facile apprezzare la gioia delle piccole cose, e cercare di adattarmi a questa abominazione climatica, che mi sta facendo dannatamente soffrire in questa interminabile estate.

Apprezzavo il fresco che faceva a Roure che si trova a un’altitudine di 850 metri, ma oggi non lo potrei probabilmente  piu’ sentire , considerato che sul ghiacciaio del Plateau Rosà che si trova invece a 3500 metri di quota si è  registrata una temperatura di 15 ° C.

Mi sento defraudato e avvilito, considerato che questa estate infernale limita pesantemente la possibilità di escursioni in bici, anzi limita l’uscita di casa tout court.

Il giornale on line della provincia di Varese ha pubblicato in questi giorni un elenco dei rifugi climatici, nel quale spiccano i centri commerciali che hanno normalmente l’aria condizionata.  Vedo questo come la realizzazione degli scenari previsti dai migliori romanzi di fantascienza sociologica letti e riletti.

In questa estate si ripropongono problemi già visti, mai seriamente affrontati, e poi richiusi nel dimenticatoio.

Sono in sofferenza praticamente tutti i fiumi, l’acqua per l’irrigazione è contesa e razionata. I consorzi di bonifica e di  irrigazione riducono i rilasci. Calano i livelli dei laghi al nord, e nei fiumi il flusso ridotto e l’apporto di nutrienti, uniti all’aumento delle temperature, favoriscono la crescita di alghe e il proliferare di microrganismi.

Figura 1 IL Po Torino in zona Murazzi agosto 2026

Quello che intristisce è che se guardo il mio archivio personale degli articoli scritti per questo blog, vedo che di queste cose ho scritto in diverse occasioni e in diversi anni. In un crescendo che sembra non avere fine, e che come al solito sembra non interessare a nessuno.

“Tornerà un altro inverno

cadranno mille petali di rose

la neve coprirà tutte le cose

e il cuore un po’ di pace troverà.”

Questa seconda strofa è poetica, ma decisamente poco realistica. Non credo che la neve potrà coprire tutte le cose, e quando anche lo facesse sarà fusa in breve tempo. Questo è quanto è successo negli ultimi inverni. In un secolo le precipitazioni sulle Alpi sono diminuite di un terzo.

Manca la neve sui monti e i ghiacciai si ritirano, ma non manca mai un sindaco che insista nel volere testardamente un nuovo impianto  di risalita, magari per lo sci estivo.

Boccheggio in questa estate che ho iniziato ad odiare. E come il protagonista della canzone vorrei trovare pace nel cuore, ma se questo significa disinteressarsi di tutto questo, in maniera acritica e superficiale, non credo che potrò mai trovarla.

Terra bruciata Piccola cronaca estiva. Ritorna il problema delle fioriture algali.

Chimica e biomassa, quali problemi?

7 August, 2026 - 14:16

Luigi Campanella, già Presidente SCI

La biomassa svolge un ruolo fondamentale nella transizione globale verso sistemi energetici sostenibili, offrendo un’alternativa rinnovabile e a zero emissioni di carbonio ai combustibili fossili, poiché non contribuisce all’aumento delle emissioni di gas serra (GHG) nell’atmosfera. Tra le sue diverse applicazioni, i biocarburanti solidi hanno acquisito notevole importanza grazie alla loro ampia disponibilità, al rapporto costo-efficacia e all’adattabilità a vari sistemi di recupero energetico. L’utilizzo di questi biocarburanti solidi non solo contribuisce alla sicurezza energetica, ma aiuta anche a ridurre le emissioni di gas serra, in linea con gli sforzi globali per mitigare i cambiamenti climatici.

I biocombustibili solidi comunemente utilizzati nel recupero energetico sono residui forestali (FR), cippato di legno (WC), pellet di legno (WP), bricchette di legno (WB) e segatura (SD):attraverso la valutazione di parametri statistici si possono fornire informazioni utili ai processi decisionali, facilitare l’ottimizzazione dell’utilizzo della biomassa e supportare lo sviluppo di questa.Le caratteristiche fisico-chimiche dei biocarburanti solidi sono determinanti cruciali per le loro prestazioni nelle applicazioni di recupero energetico. Parametri come il contenuto di umidità, il contenuto di ceneri, il potere calorifico inferiore e la composizione elementare (ad esempio, carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, zolfo e cloro) influenzano direttamente la loro efficienza di combustione, il profilo delle emissioni e l’idoneità per tecnologie specifiche, tra cui combustione, gassificazione e pirolisi. Inoltre, comprendere l’eterogeneità di queste caratteristiche tra i diversi tipi di biomassa è essenziale per ottimizzare la qualità del combustibile, garantire la conformità normativa e migliorare la sostenibilità complessiva del settore delle bioenergie.

Fin dalla sua fondazione, il Centro per la Biomassa per l’Energia (CBE) ha accumulato un ampio insieme di dati di analisi fisico-chimiche su vari prodotti di biomassa utilizzati per il recupero energetico, effettuati dal suo laboratorio, accreditato dall’Istituto Portoghese di Accreditamento (IPAC) in conformità con lo standard ISO/IEC 17025 – Requisiti generali per la competenza dei laboratori di prova e taratura. Questo insieme di dati, che comprende anni di meticolosi test e caratterizzazione di campioni principalmente portoghesi, offre un’opportunità unica per valutare sistematicamente gli intervalli e la variabilità delle principali proprietà fisico-chimiche. Tale valutazione è di vitale importanza non solo per il settore delle bioenergie, ma anche per i responsabili politici e i ricercatori che cercano di sviluppare standard e linee guida che promuovano l’uso sostenibile delle risorse di biomassa. Le difficoltà di varia origine incontrate dai motori elettrici hanno rivalutato.le ricerche e gli investimenti energetici per la mobilità indirizzati ai biocarburanti, oggi  il 4% del totale dei carburanti ,ma in prospettiva in crescita fino al 12% nel 2050.Anche la recente COP 30 ha esaltato questa scelta. Fra le possibili fonti quelle rappresentate da rifiuti e da biomasse sono le più convenienti rispetto all’effetto serra in quanto,come prima detto, si traducono in un bilancio a riduzione emissioni carbonio con la relativa ricaduta positiva sul clima. Fra le tecniche adottate per ottenere i biocarburanti da biomasse e rifiuti la più applicata sembra quella basata sulla idrogenazione denominata Hvo e capace di produrre benzina, diesel ma anche carburanti per treni, aerei e navi.

I biocarburanti sono già disponibili e utilizzabili fin da ora sulla quasi totalità dei mezzi pesanti e su parte degli autoveicoli circolanti validati per carburanti XtL: una soluzione per contribuire a contenere le emissioni di CO2 dei trasporti, un settore che attualmente dipende ancora per oltre il 90% dai combustibili fossili e che nel 2022 ha emesso quasi 8 Gt di CO2 , oltre il 20% delle emissioni globali dovute al consumo di energia (fonte IEA 2022). Affinché possano essere davvero sostenibili, però, è importante che vengano prodotti da materie prime che non siano in competizione con la filiera alimentare. Grazie alla tecnologia proprietaria EcofiningTM si producono biocarburanti avanzati che, come definito dalla Direttiva sulle Energie Rinnovabili REDII, sono prodotti da materie prime che garantiscono un elevato risparmio di emissioni di CO2 in quanto ottenute da residui o rifiuti della filiera agroalimentare. Gli scarti, i rifiuti e gli oli arrivano alla bioraffineria all’interno di navi e autobotti e vengono stoccati in serbatoi prima di essere sottoposti a due trattamenti: 

uno fisico, per rimuovere le impurezze

uno chimico che porta alla trasformazione vera e propria in biocarburanti.

Nel corso del primo trattamento (fisico), dalle biocariche vengono rimossi i componenti che risultano critici in particolare residui solidi e gomme attraverso procedure di lavaggio e centrifugazione (degumming), e successivamente i metalli attraverso un sistema di filtrazione su terre (bleaching). L’olio ottenuto, privo di metalli e di residui solidi, passa quindi al secondo trattamento (chimico), l’Ecofining™, che è composto da due stadi: 

idrodeossigenazione (che elimina l’ossigeno) 

isomerizzazione (per trasformare le n-paraffine in isoparaffine con idonee proprietà a freddo).

Gli oli sono formati soprattutto da trigliceridi e acidi grassi che quindi, attraverso i due stadi, si trasformano in idrocarburi del tutto simili (isoparaffine) a quelli del gasolio fossile. Grazie all’idrogenazione si ottiene la rimozione totale dell’ossigeno, la cui presenza nei prodotti da materie prime biogeniche favorisce la formazione di colonie batteriche e mucillagini.

diesel hvo 1 1Il biocarburante HVO, uno dei migliori, è perciò esente da queste problematiche. Anche per questa ragione l’HVO può essere utilizzato in purezza, nei motori compatibili, senza particolari impatti sulla manutenzione dei mezzi. Inoltre, l’HVO in purezza ha un elevato potere calorifico, molto simile a quello del gasolio di origine fossile, e un numero di cetano decisamente superiore a quello del gasolio fossile che ne permette un’ottima combustione, soprattutto nelle partenze a freddo, riducendo la rumorosità del motore e garantendo un’elevata efficienza termodinamica di combustione. HVO è privo di aromatici e poliaromatici e rispetta la specifica europea EN15940 dei gasoli paraffinici da sintesi o hydrotreatment.

Ecofining™ è la tecnologia applicata nelle bioraffinerie: Venezia-Porto Marghera (la prima raffineria al mondo a essere convertita in bioraffineria, nel 2014) e Gela (avviata nel 2019). Inoltre, altre tre bioraffinerie per la produzione di biocarburanti sono in avvio a Livorno e nell’impianto SBR di Chalmette (USA). Sono in fase di studio e valutazione due nuove bioraffinerie in Malesia e in Sud Corea. Il diossido di carbonio e l’acqua sono spesso viste solo come attori del cambiamento climatico, ma insieme rappresentano una coppia fondamentale per la vita e, grazie a nuove tecnologie, possono anch’esse diventare risorse preziose per la sostenibilità. In natura, la fotosintesi utilizza questi due elementi per produrre ossigeno e nutrienti, mentre le tecnologie moderne mirano a replicare processi simili per creare carburanti e materiali utili verdi: i ricercatori stanno sviluppando “alberi artificiali” che utilizzano CO2, acqua e luce solare per produrre metanolo e formiato, agendo come carburanti alternativi.

Circa la obiezione etica ai biocarburanti in quanto capaci di sottrarre suolo alle colture alimentari con il suo progetto in Kenya ENI si è posto il fine di dimostrare che le materie prime per i biocarburanti possono essere coltivate su larga scala in modo sostenibile, senza fare ricorso a colture alimentari e quindi senza interferire con il problema della “fame nel mondo”; Eni si è impegnata in questa direzione, in Kenya, con l’obiettivo di utilizzare solo terreni di scarsa qualità, non utili al sostentamento alimentare della popolazione. Per questo progetto ha ricevuto fondi, anche pubblici. Tuttavia, dai dati pubblicati dalla fonte SourceMaterial, ENI sembrerebbe costretta a importare in Kenya biomassa alimentare dal SudAfrica, per poi spedirla in Italia, forse a compensazione della mancata produzione kenyota. I biocarburanti derivati da colture alimentari offrono benefici climatici molto limitati e a volte nulli, e comportano severi rischi di cambiamento di destinazione d’uso del suolo e di competizione con i fabbisogni alimentari. Come stanno in realtà le cose? quanto emerge dall’inchiesta è l’esatto contrario di ciò che il progetto dovrebbe realizzare, e per cui l’azienda è stata in parte finanziata. I biocarburanti sono anche il motivo principe per cui il governo italiano da anni si oppone al Green Deal europeo, chiedendo “neutralità tecnologica” in antitesi all’elettrificazione 

Consultati:

Seeds of doubt https://www.alvolante.it/news/diesel-HVO-guida-compatibilita-modelli-che-possono-usarlo-410835

Omertà climatica

3 August, 2026 - 12:35

Con il permesso dell’autore e dell’editore Dedalo, ripublichiamo l’ultimo editoriale di Sapere (n. 4/2026)

Sapere è la più antica rivista italiana di divulgazione scientifica, fondata a Milano nel gennaio 1935 dall’editore Ulrico Hoepli e pubblicata dal 1968 dalle Edizioni Dedalo con cadenza bimestrale. Oggi è diretta da Nicola Armaroli di cui ospitiamo volentieri col permesso dell’autore e dell’editore l’editoriale dell’ultimo numero.

Nicola Armaroli

C’è un rumore assordante che accompagna il collasso climatico che sta travolgendo miliardi di persone. Si chiama “silenzio”. Ma non è il silenzio della natura, che parla con chiarezza brutale: settimane di temperature spaventose, ricorrenti alluvioni “mai viste”, siccità, incendi, mari infuocati, ghiacciai disintegrati, città invivibili, migliaia di morti. No, il silenzio – ebete – è quello di una parte crescente del sistema mediatico e politico, che osserva la casa in fiamme e commenta sull’arredamento.

È un paradosso da manuale di psichiatria collettiva: ne scriveremo tanto, in futuro. Più la crisi climatica avanza, meno viene chiamata per nome. La cronaca mostra disastri, il meteorologo descrive anomalie, l’inviato raccoglie fuoco, fango, lacrime. Poi ci si ferma lì. Mancano movente e contesto. Mancano due parole proibite: riscaldamento globale.

Quando un ponte crolla, nessuno si limita a dire che il traffico è stato deviato. Si cercano cause, responsabilità, manutenzioni mancate. Quando invece un territorio finisce sott’acqua o un raccolto è perso, prevale il racconto dell’eccezione, della fatalità, della “bomba d’acqua”, espressione buona per i titoli e pessima per capire. L’evento estremo quotidiano è sterilizzato a fatto isolato. Ma il clima non è una maledizione del destino. È un sistema fisico alterato da colossali consumi di carbone, petrolio e gas. Mezzo trilione di tonnellate di carbonio intrappolato per milioni di anni nelle viscere della Terra e mollato in atmosfera in 150 anni: un battito di ciglia per il pianeta.

Mentre facciamo finta di nulla, i numeri non mostrano pietà. Gli ultimi anni sono stati i più caldi mai misurati; la soglia di 1,5 °C non è più un orizzonte remoto sulla mappa, ma una linea già oltrepassata. Eppure, mentre l’evidenza è diventata faticosa esperienza per tutti, l’attenzione pubblica arretra. La copertura mediatica globale sui cambiamenti climatici diminuisce, anno dopo anno. Il termometro sale, la discussione e la comprensione scendono.

Questa non è prudenza giornalistica, né riguardo per un’opinione pubblica sfiancata dalle emergenze. È omertà climatica. Perché è omertà non collegare i puntini per non disturbare inserzionisti, editori, azionisti, politici, elettori. È omertà invitare il negazionista di turno “per equilibrio”, come se, discutendo di terremoti, la sismologia e il parere di chi nega la tettonica delle placche meritassero lo stesso spazio. È omertà qualificare ogni misura di decarbonizzazione in “ideologia green” e ogni scelta fossile in “realismo”. È omertà parlare dei costi della transizione energetica senza nominare quelli, enormi, della non transizione. È omertà non dire che il cambiamento climatico ha un impatto devastante sul sistema idrologico e alimentare. Acqua e cibo, per capirci.

Poi ci sono i social, dove la canea è diventata metodo. Lì la crisi climatica non si discute: si deride. Ogni nevicata invernale diventa confutazione della fisica dell’atmosfera. Ogni pannello solare schiavitù cinese. Ogni pala eolica devastazione del paesaggio. Ogni scienziato, servo di poteri oscuri. È il trionfo dell’incompetenza istantanea: cinque minuti su un video sgangherato bastano per archiviare due secoli di climatologia. In questo mercato dell’assurdo, alcuni politici raccontano che in Italia avremo un clima caraibico, ammiccando a vacanze da sogno a Ostia e Rimini. È più comodo blandire l’ignoranza che governare la realtà.

Eppure, la realtà non negozia. Possiamo smettere di parlarne, ma la CO2 resta in atmosfera per secoli. Possiamo cambiare argomento, ma le infrastrutture costruite per il clima del Novecento non reggono il clima del XXI secolo. Possiamo irridere gli “ambientalisti da salotto”, ma intanto i pronto soccorso, le assicurazioni, gli agricoltori, i sindaci e le famiglie sono travolti.

Rompere l’omertà climatica non significa trasformare ogni telegiornale in un bollettino apocalittico. Significa fare buon giornalismo: spiegare, contestualizzare, distinguere incertezza da ignoranza. Significa ricordare che non esiste neutralità tra il piromane e il vigile del fuoco.

Le soluzioni ci sono, e su Sapere ne parliamo da sempre. La cattiva notizia è che richiedono merci che oggi scarseggiano: chiamare i problemi con il loro nome e assumerci, ognuno, le nostre responsabilità.

Il sito di Sapere rivista: https://edizionidedalo.it/riviste/riviste-attive/sapere

Il sito di Saperescienza (gratuito): https://www.saperescienza.it/

L’origine degli zuccheri

30 July, 2026 - 11:16

Diego Tesauro

Fra le molecole base per la vita, così come la conosciamo sulla Terra, oltre gli amminoacidi che costituiscono le proteine, le nucleobasi che formano le “lettere” del DNA e dell’RNA, ci sono i carboidrati. Una questione centrale, nella ricerca sulle origini della vita, è come si siano formati, dato che esperimenti di laboratorio in condizioni prebiotiche ne producono basse concentrazioni, certamente insufficienti per poter occupare il ruolo centrale che effettivamente ricoprono. A questo proposito molti scienziati ritengono che i primi zuccheri siano derivati da reazioni che coinvolgono la formaldeide nella reazione “formoso” (crasi da formaldeide e esoso), ma questa molecola genera reazioni secondarie incontrollate; inoltre altri problemi sono dovuti all’alta reattività della formaldeide nelle condizioni ipotizzate della Terra primordiale. Ed allora dal 2007 si è fatta avanti una seconda teoria. Uno scenario basato sulla “reazione della gliossalazione” in cui il gliosssalato reagisce prima con se stesso, formando la glicolaldeide. I ricercatori suggeriscono che il gliossalato, la glicolaldeide, i loro sottoprodotti e altri composti semplici potrebbero aver continuato a reagire tra loro, producendo infine zuccheri semplici e altri prodotti [1] (Figura 1)

Figura 1 Formazione iniziale del glicolaldeide dal gliossilato è seguita da una serie di ripetitive (1) condensazioni aldoliche con il gliossilato, (2) migrazioni del carbonile e (3) decarbossilazioni senza gli svantaggi delle reazioni a base di formaldeide.

Accanto all’ipotesi di formazione dei carboidrati sulla Terra, un’altra ipotesi è che abbiano un’origine esogena. Questa ipotesi è suffragata dal rilevamento di zuccheri essenziali per la vita, come il ribosio e il glucosio, in meteoriti e più recentemente nell’asteroide Bennu [2] sul quale erano stati rilevati in precedenza amminoacidi e basi azotate. A questo punto gli zuccheri si sono formati su questi corpi minori oppure, come ampiamente più probabile, erano presenti nella nube dalla quale si è formato il sistema solare? Per rispondere a questo quesito bisogna rilevare la presenza degli zuccheri e/o di loro precursori nel mezzo interstellare (ISM). L’ISM è una sorprendente fabbrica chimica in cui finora sono state rilevate più di 340 molecole, comprese specie aromatiche di grandi dimensioni. Diverse di queste molecole, come l’urea, l’idrossilammina e l’etanolammina, sono direttamente legate alla chimica dell’origine della vita perché sono considerate precursori dei ribonucleosidi e dei lipidi. Tuttavia, finora non era stato osservato alcuno zucchero. Un grande ostacolo alla ricerca di zuccheri interstellari è stata la mancanza di dati relativi alla misurazione delle transizioni energetiche tra stati rotazionali quantizzati in fase gassosa. Questi dati sono essenziali per l’identificazione astronomica mediante i radiotelescopi, ma estremamente difficili da rilevare in quanto gli zuccheri sono termicamente fragili e fortemente igroscopici, il che ostacola la loro manipolazione e la vaporizzazione termica convenzionale. Questo limite è stato recentemente superato grazie alla vaporizzazione laser ultrarapida, che ha permesso la caratterizzazione rotazionale in fase gassosa sia del ribosio che del 2-deossiribosio oltre che dell’eritrulosio. E’ proprio quest’ultimo ad essere stato recentemente rilevato tramite indagini spettrali ultrasensibili e a banda larga della nube molecolare del Centro Galattico della Via Lattea G+0.693−0.027 (Figura 2), a circa 26.000 anni luce di distanza, utilizzando i radiotelescopi Yebes da 40 m e IRAM da 30 m (Figura 3) [3].

Figura 2 La nube G+0.693−0.027 si trova all’interno del complesso di formazione stellare Sgr B2,si estende per 150 anni luce e possiede una massa 3 milioni di volte superiore a quella del Sole al centro della nostra Galassia.

Figura 3 Formula di struttura dell’Eritrulosio, nome IUPAC (R)-1,3,4-triidrossibutan-2-one

Eritrulosio, con 14 atomi nella sua struttura, rappresenta la più grande specie molecolare non ciclica finora identificata nell’ISM, ed è la prima molecola rilevata contenente quattro atomi di ossigeno. È anche il primo zucchero e la seconda molecola chirale segnalata nell’ISM dopo l’ossido di propilene. La sua presenza nel mezzo interstellare, non solo fornisce una prova diretta che specie complesse e chirali possono formarsi nelle condizioni interstellari, ma ci porta anche a un livello più alto nella scala della complessità chimica interstellare, suggerendo che altre molecole prebiotiche (e potenzialmente chirali) potrebbero formarsi e sopravvivere anche in queste condizioni estreme. Questo zucchero poi può essere alla base della formazione dei ribonucleotidi, che non sono altro che i mattoni dell’RNA. I chetosi come l’eritrulosio possono facilmente isomerizzarsi nei loro corrispondenti aldosi (cioè treosio ed eritrosio) in ambienti acquosi, una trasformazione che è centrale per la formazione del ribosio. In laboratorio è stato dimostrato che la formazione di questo zucchero a partire sulla superficie dei granelli di polvere interstellare a partire da gliceraldeide ed etilenglicole avviene in modo efficiente nei ghiacci sotto una gamma di tassi di ionizzazione da raggi cosmici, inclusi quelli previsti nelle trappole di polvere dei dischi protoplanetari. Pertanto, una volta formati, l’eritrulosio e altri zuccheri possono essere incorporati nei planetesimi che daranno origine ai corpi del Sistema Solare esterno, come ad esempio oggetti della Fascia di Kuiper.

La scoperta dell’eritrulosio chirale supporta anche l’idea che piccoli eccessi enantiomerici misurati nelle meteoriti (di qualche per cento) possano avere origine in ambienti extraterrestri, i quali potrebbero aver contribuito all’emergenza della omochiralità biologica sulla Terra primordiale tramite successivi processi di amplificazione chimica. Quindi l’eritrulosio potrebbe essere arrivato sulla Terra durante il Late Heavy Bombardment tra 4,1 e 3,9 miliardi di anni fa. Sebbene l’entità e l’intensità del Late Heavy Bombardment siano state recentemente messe in discussione, le simulazioni della storia degli impatti della Terra mostrano che la biopoiesi—il processo che descrive lo sviluppo della materia vivente a partire dalla materia organica non vivente—potrebbe verificarsi entro un arco temporale molto più ampio tra 4,45 e 3,9 miliardi di anni fa. Poiché è stato dimostrato che il glicolaldeide, gli zuccheri piccoli e i derivati degli zuccheri sopravvivono agli impatti meteoritici la presenza di Eritrulosio nello spazio interstellare rafforza l’ipotesi di un’origine esogena degli zuccheri rilevanti per la sintesi dei primi acidi nucleici. La presenza di Eritrulosiosulla superficie di una Terra primitiva e la sua rapida isomerizzazione in treosio (Figura 4) supportano il suo coinvolgimento nella formazione dell’acido nucleico treonucleico (TNA), un analogo dell’RNA strutturalmente più semplice*. L’acido nucleico treosio è stato sintetizzato in laboratorio e, nel contesto dell’origine della vita, è stato proposto come uno dei polimeri che potrebbero essere stati coinvolti in un mondo pre-RNA.

Figura 4 Struttura dell ‘enantiomero del Treosio  coinvolto nella formazione dell’acido treonucleico.

* Lacido treonucleico, TNA (sigla di Threose nucleic acid) o acido (L)-a-treofuranosilico ((L)-a-threofuranosyl acid), è un acido nucleico simile al DNA e all’RNA ma differisce da questi per la composizione dello scheletro, costituito da unità ripetute di treosi legate mediante legame fosfodiestere invece che ribosio o deossiribosio.

Riferimenti

1) Krishnamurthy, R. and Liotta C.L. The potential of glyoxylate as a prebiotic source molecule and a reactant in protometabolic pathways—The glyoxylose reaction Chem 2023, 9, 784–797. https://doi.org/10.1016/j.chempr.2023.03.007

2) Furukawa, Y., et al. Bio-essential sugars in samples from asteroid Bennu. Nat. Geosci. 2026, 19, 19–24. https://doi.org/10.1038/s41561-025-01838-6)

3) Jiménez-Serra I et al. Detection of a four-carbon sugar in interstellar space Nat. Astron. 2026 https://doi.org/10.1038/s41550-026-02905-7

Il disastro di Seveso fu un incidente?

26 July, 2026 - 09:36

Claudio Della Volpe

Il 10 luglio 2026 è caduto il 50esimo anniversario del disastro di Seveso, un’esplosione nell’azienda svizzera ICMESA, di proprietà della Givaudan, che dal 1963 divenne della Hoffmann-La Roche, e che causò la fuoriuscita e la dispersione nell’atmosfera di una nube di diossinaTCDD, una sostanza artificiale estremamente tossica. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso.

Il disastro, che ebbe notevole risonanza pubblica e a livello europeo, portò alla creazione della direttiva 82/501/CEE, nota anche come direttiva Seveso.

Si trattò del primo evento nel quale la diossina si diffuse nell’atmosfera e aveva colpito la popolazione e l’ambiente circostante. Secondo una classifica del 2010 del periodico Time, l’incidente è all’ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia. Il sito americano CBS ha inserito il disastro tra le 12 peggiori catastrofi umane ambientali di sempre. (da Wikipedia, modificato)

Esistono ovviamente molte analisi tecniche di ciò che accadde, ma un numero molto inferiore di analisi che individuino nello sfondo sociale ed economico gli effettivi fattori di rischio, legati al nostro modo di produrre.

Uno dei pochi testi dedicati a questo scopo fu scritto da Jörg Sambeth, un chimico tedesco, che fu direttore tecnico dell’azienda ed in questa qualità condannato a 5 anni nel successivo processo. Era nato nel 1932 a Bad Morgenstein e morì nel 2010.

Nel suo libro, intitolato Zwischefall in Seveso. Ein Tatsachenroman, prova a cercare il vero background proponendosi di determinare lo sfondo opaco, ma molto comune che sta dietro a tutte le grandi tragedie industriali di questo tipo. Il libro fu scritto molti anni dopo l’accaduto e dopo che l’autore era stato condannato a cinque anni (mai scontati) per le sue responsabilità nell’evento.

Il libro non è mai stato tradotto né in inglese né in italiano.

Nel libro (ed in un articolo in inglese pubblicato su C&I n. 7 del 2004) Sambeth riassume le cause non chimiche del disastro di Seveso, che elenco qui.

Mancanza di competenze e di ricerca

Nessuna ricerca preventiva: L’azienda entrò in un settore ad alto rischio senza fare ricerche documentali o storiche su disastri precedenti.

Totale inesperienza: Il management non aveva alcuna esperienza pregressa nella produzione di fenoli clorurati.

Scomparsa di sostanze tossiche: Durante la fase di sviluppo furono prodotte tonnellate di triclorofenolo (generando circa 100g di diossina come sottoprodotto), ma mancano dati e registrazioni su come siano state gestite (questo prima del disastro vero e proprio).

Problemi strutturali e di gestione aziendale

Rapporti ignorati: Un report critico sulla situazione della fabbrica ICMESA del 1970 fu ignorato dal top management per due anni.

Mancanza di investimenti: Trattandosi di un impianto poco redditizio, la holding preferiva investire altrove, lasciando l’impianto in condizioni mediocri.

Assenza di organigrammi: La mancanza di linee di comando chiare ha causato errori di progettazione, carenze di sicurezza e caos gestionale.

Turnover continuo dei CEO: Il cambio costante di vertici aziendali ha eliminato la continuità strategica, focalizzando i manager solo su tagli ai costi e profitto immediato.

Cultura aziendale e impatto sui lavoratori

Arroganza manageriale: Una cultura interna uniforme e presuntuosa ha convinto il management che nessuno potesse progettare l’impianto meglio di loro.

Pressioni e scarsa manutenzione: I dipendenti accettavano condizioni di lavoro precarie per paura della chiusura, mentre la mancanza di manutenzione ha causato il calo della motivazione e l’incidente finale.

Cultura del silenzio: Il modello gerarchico applicato scoraggiava l’analisi e il dibattito, imponendo la sola esecuzione degli ordini.

Mancanza di tutele per i whistleblower: L’assenza di un canale sicuro e protetto (come un ombudsman) per segnalare i problemi di sicurezza ha impedito di evitare il disastro.

Queste premesse giustificano completamente un altro giudizio molto esplicito

Seveso rappresenta un momento tipico in cui il ricorso a tecnologie estremamente pericolose conduce alla tragedia, e non un semplice caso. La verità è che questo genere di tecnologie e di processi industriali operano sempre alle soglie della tragedia.” (Barry Commoner)

Barry Commoner ha pronunciato questa dichiarazione nel corso di un’intervista, pubblicata sul quotidiano “Corriere della Sera” il 27 febbraio 1977. In essa, l’ecologo discuteva le cause profonde del disastro di Seveso; egli non conosceva le condizioni interne della fabbrica, ma le ha considerate implicite ad una grande fabbrica chimica impostata nel modo in cui le grandi fabbriche chimiche sono state impostate.

Certo, qualcuno dirà, ma questa è ormai acqua passata; dopo Seveso tutto è cambiato almeno in Europa. Beh mi permetto di dubitarne; ho raccontato per esempio su queste pagine il caso della Solvay di Rosignano, una grande fabbrica chimica ancora in funzione che avvelena un ampio tratto di territorio; e certamente non si può dimenticare cosa è successo a Spinetta Marengo  e alla Miteni, ben dopo Seveso: i Pfas italiani (di cui abbiamo spesso trattato su questo blog e non ci tornerò adesso) vengono principalmente da lì

Certo la grande industria chimica ha fatto uno sforzo con il progetto Responsible Care, nato nei primi anni 80; eppure la situazione degli incidenti chimici in generale non è mutata in modo totale.

Sì, gli incidenti chimici avvengono di frequente anche fuori dal settore chimico. I dati INAIL e le indagini EU-OSHA evidenziano che i settori manifatturiero generico, costruzioni, agricoltura e persino i servizi registrano numeri elevati. In Italia, gli infortuni per rischio chimico nel comparto non specializzato costituiscono la maggior parte dei casi totali.

I dati ufficiali offrono una panoramica chiara sul fenomeno:

Manifatturiero e Metalmeccanica: In questi ambienti, il rischio è spesso legato all’uso di solventi, sgrassanti, oli da taglio e vernici. Il 35% degli infortuni totali per rischio chimico si concentra qui e nel settore chimico in senso stretto.

Edilizia e Costruzioni: Il settore edile è responsabile di quasi il 18% degli infortuni da agenti chimici, tipicamente provocati dall’inalazione di polveri di silice, contatto con cemento/calce (ustioni cutanee) o uso di colle e resine. [1]

Incidenti Acuti vs Lungo Termine: L’INAIL segnala che gli infortuni acuti (ustioni o intossicazioni gravi) rappresentano circa il 5% degli infortuni mortali sul lavoro complessivi.

La maggior parte degli incidenti in questi contesti è dovuta a errori di manipolazione, reazioni accidentali tra prodotti incompatibili (es. miscelazione di candeggina e ammoniaca) e, molto frequentemente, all’ingresso in spazi confinati saturi di gas o vapori tossici.

Un’ultima considerazione vale la pena di farla su un tema di incidente chimico che riguarda la popolazione spesso più indifesa fra cui i bambini: sono gli incidenti per la manipolazione di sostanze chimiche nelle piscine, argomento di cui ci siamo occupati spesso nel blog.

Per concludere riprendendo in modo più ampio i concetti proposti da Sambeth e Commoner occorre notare che nelle lingue europee ci sono più parole per indicare un evento traumatico per le persone o l’ambiente; vi riporto una tabella.

In Europa solo l’Italia usa il termine incidente per tutto confondendo la componente casuale o involontaria, accidentale insomma, con le condizioni che invece ne facilitano l’avvenire; nelle altre grandi lingue europee la lingua tiene conto del ruolo del fato, e in tedesco, non a caso la lingua di Hegel e della filosofia esiste anche il termine scelto da Sambeth, che pur se in ritardo nella sua vita, ritenne però di individuare in quel modo l’aspetto predominante di Seveso, non un evento casuale, ma un evento che era nei fatti, nella impostazione produttiva della sua azienda; che prima o poi sarebbe avvenuto e che sconvolse l’esistenza delle persone.

Zwischenfall, un amico tedesco madrelingua (un collega di Bolzano) mi ha fatto questo esempio per zwischenfall; immagina di essere con la tua amante e che tua moglie bussi alla porta; ecco cosa è successo alla Icmesa: un evento sgradito mentre si “faceva il miele”, mentre si produceva alla grande per un mercato favorevole il triclorofenolo, venduto facilmente per i più diversi usi.

Commoner in realtà espresse ancora meglio questa situazione:
Seveso rappresenta un momento tipico in cui il ricorso a tecnologie estremamente pericolose conduce alla tragedia, e non un semplice caso. La verità è che questo genere di tecnologie e di processi industriali operano sempre alle soglie della tragedia. […..] E’ assolutamente indispensabile impedire che il potere decisionale spetti alle aziende a al loro management. Vede, adesso si discute su cosa sia accaduto a Seveso, e perché. Ho letto con interesse il numero che “Sapere” ha dedicato all’argomento. Con tutto ciò, se si fosse provveduto per tempo a chiedere ai veri interessati, ai lavoratori e alle loro organizzazioni, un parere specifico, sono persuaso che si sarebbe impedito il disastro […] Anche noi, scienziati, possiamo agire soltanto se l’iniziativa viene data agli interessati e non ai centri di potere.”

Ecco adesso potete giudicare da voi cosa è veramente cambiato dopo Seveso e se sia stato o no un “incidente”.

Consultati.

https://epiprev.it/attualita/seveso-1976-2026-un-crimine-di-pace

La Chimica e l’Industria 2007, 7 p. 20 J. Sambeth, Behind Seveso

Le “seccature” di Seveso e Manfredonia: una riflessione.

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