BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA'
Perché Rai Scuola non dovrebbe chiudere: il servizio pubblico ha il dovere di educare
Gianluca Farinola, past President della SCI
Un servizio pubblico non può essere valutato soltanto sulla base degli ascolti o dei ricavi pubblicitari. Esistono contenuti che hanno un valore diverso: non servono solo a intrattenere, ma a formare, orientare e contribuire alla crescita di una comunità.
Rai Scuola nasce da questa idea e si inserisce in una lunga tradizione educativa della Rai, avviata nel secondo Dopoguerra. Pensiamo a programmi come Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi, che portarono l’istruzione nelle case di milioni di italiani.
Per molti anni Rai Scuola ha rappresentato un punto di riferimento per studenti, insegnanti e cittadini, offrendo contenuti educativi e divulgativi di qualità: lezioni, documentari, approfondimenti sulla scienza, sulla tecnologia, sulla storia e sulla cultura. Un luogo in cui il sapere poteva raggiungere un pubblico ampio, anche fuori dai tradizionali contesti scolastici e accademici.
Come docente universitario di chimica, ho sempre considerato Rai Scuola un importante strumento per avvicinare le persone alla conoscenza scientifica. La chimica, più di altre discipline, ha bisogno di essere raccontata in modo accessibile e rigoroso, perché riguarda la nostra vita quotidiana: l’ambiente, la salute, i materiali, l’energia, le tecnologie.
Oggi il web offre una quantità straordinaria di contenuti e rappresenta una risorsa fondamentale. Ma questa ricchezza non sempre è accompagnata da strumenti adeguati di selezione e verifica. Accanto a divulgatori competenti convivono informazioni imprecise, semplificazioni e distorsioni scientifiche.
È proprio per questo che il servizio pubblico dovrebbe continuare ad avere una funzione essenziale: essere una bussola nel mare delle informazioni, offrendo contenuti affidabili, costruiti con competenza e responsabilità.
Per questo la soppressione di Rai Scuola, così come il progressivo disinvestimento che negli ultimi anni ne ha ridotto il ruolo e la capacità produttiva, rappresenta una scelta miope.
Una società che investe nella conoscenza investe nel proprio futuro. La divulgazione scientifica, l’educazione e la cultura non sono settori marginali, ma infrastrutture fondamentali di una democrazia.
Il servizio pubblico deve difendere questi spazi anche quando non producono grandi numeri. Perché il valore di un programma educativo non si misura soltanto dagli spettatori che raggiunge oggi, ma dalle persone che aiuta a comprendere meglio il mondo domani.
per queste ragioni ho sottoscritto la petizione online al seguente link:
https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vTLxckTQ7nN3ZK30qDYuCl-jd2NFOQ-QeZ0WtCfkirShpQjL91-BkMl5PrLSZAxC4encCD1JDedlBY0/pubhtml?gid=1610278609&single=true
Che fine ha fatto l’Antropocene?
Claudio Della Volpe
Anche se la parola non apparirà nei libri di testo di geologia accanto a termini come Giurassico o Pleistocene, l’Antropocene resta un concetto fondamentale e insostituibile per climatologi, sociologi, economisti, scienziati dell’ambiente e decisori politici per descrivere la crisi ecologica e climatica attuale.
Il termine descrive perfettamente un’epoca di profonde trasformazioni ambientali che l’umanità deve ora imparare a gestire collettivamente.
A livello formale e geologico, la situazione ha subito una svolta decisiva. Nel 2024 l’Unione Internazionale delle Scienze Geologiche (IUGS) ha ufficialmente respinto la proposta di inserire l’Antropocene come “epoca geologica” formale nella scala del tempo cronostratigrafico (nella figura sottostante sarebbe sopra l’Olocene).
La commissione ha stabilito che non siamo tecnicamente usciti dall’Olocene (l’epoca iniziata 11.700 anni fa).
La comunità scientifica geologica preferisce considerare l’Antropocene come un “evento geologico” in corso (simile alla Grande Ossidazione di miliardi di anni fa), anziché un’epoca formale avendo chiusa l’Olocene.
Ci sono da dire alcune cose a riguardo; due fra le altre mi colpiscono molto.
- La dimensione raggiunta dalla cosiddetta tecnosfera, ossia dalla massa dei materiali che l’umanità ha usato e stoccato in varie forme per costruire la propria infrastruttura; questa massa è cresciuta con una enorme velocità proprio a partire dagli anni 50, dal secondo dopoguerra (ossia proprio il momento individuato dai proponenti della nuova era, il 1952 ma loro pensavanno alla presenza di plutonio in un sito specifico) e costituisce di per se una prova geologicamente inoppugnabile dell’esistenza di una società che ha modificato l’ambiente; dal 2020 la massa totale della tecnosfera ha superato quella della biosfera
- Un secondo punto è costituito da un fatto geologico inoppugnabile; l’umanità grazie alla sua attività estrattiva e produttiva ha generato oltre duecento minerali che prima non esistevano; questo risultato è stato pubblicato da Hazen già nel 2015 (The Canadian Mineralogist Vol. 00, pp. 1-29 (2015)
DOI: 10.3749/canmin.1400086) , lo stesso autore conosciuto in Italia per il libro Breve Storia della Terra, edito dal Saggiatore.
Potete anche leggere in un articolo su Le Scienze sullo stesso tema.
Una categoria a parte tra i 208 minerali identificati sono i 29 composti di carbonio, 14 dei quali non esistono in natura. Il minerale andersonite, per esempio, è stato scoperto nel sud ovest degli Stati Uniti, nei tunnel di alcune miniere di uranio abbandonate le cui pareti sature di acqua sono ricoperte di bellissimi cristalli di colore giallo, arancione e verde, che hanno anche un notevole valore commerciale. Un altro composto in questa categoria è la tinnunculite, un prodotto secondario della reazione tra gas ad alta temperatura e il guano del gheppio euroasiatico (Falco tinnunculus), scoperto nella miniera di carbone di Kopeisk, in Russia.
Giustamente Diego Tesauro mi ha obiettato che dal testo citato di Le Scienze non si capisce bene quali siano veramente originali; tutto dipende dalla definizione di minerale: deve essere completamente naturale o no? Nell’abstract di uno dei lavori di Hazen citati in fondo si chiarisce che:
Vengono qui catalogate 208 specie minerali, approvate dall’Associazione Mineralogica Internazionale, che si formano principalmente o esclusivamente a seguito di attività antropiche. Almeno tre tipologie di attività umane hanno inciso sulla diversità e sulla distribuzione dei minerali e dei composti di natura minerale, in modi tali da poter lasciare una traccia nel record stratigrafico globale. L’influenza più evidente è rappresentata dalla diffusa presenza di composti sintetici simili ai minerali: alcuni vengono prodotti intenzionalmente per specifiche applicazioni (come i cristalli YAG per i laser o il cemento Portland), mentre altri si originano indirettamente (ad esempio, per alterazione delle pareti delle gallerie minerarie o come prodotti di degradazione di discariche minerarie e scorie). Un secondo tipo di influenza umana sulla distribuzione dei minerali superficiali terrestri riguarda lo spostamento di rocce e sedimenti su vasta scala, ovvero quei siti in cui sono stati rimossi ingenti volumi di materiale roccioso e minerale. Infine, l’uomo ha dimostrato un’efficienza straordinaria nel ridistribuire su scala globale specifici minerali naturali, quali gemme e pregiati esemplari mineralogici.
Insomma comunque si interpreti la decisione del 2024 il dato di fatto è che l’Antropocene, evento o era, è innegabile; piuttosto si potrebbe discutere se gli effetti considerati siano più tipicamente umani oppure legati a periodi specifici della nostra storia, come fanno coloro che propongono il termine “capitalocene”.
Ma di questo parleremo ancora.
https://www.bbc.com/news/science-environment-68632086
The New Geological Age That Never Was Or The Multiple Layers Of The Transientocenehttp://www.minsocam.org/msa/AmMin/TOC/2017/Abstracts/AM102P0595.pdf
http://www.minsocam.org/msa/Ammin/AM_Preprints/5875HazenPreprintMar.pdf
Le code del boom.
Il boom economico degli anni 60 accanto a benessere e consumi ha purtroppo portato anche ad alcuni eccessi che si sono trasferiti negativamente ad ambiente e salute. Il successo di lavastoviglie e lavapiatti di quel tempo hanno prodotto lo scarico in mare di grandi quantità di tensioattivi sintetici (e di fosforo).
In modo analogo lungo la costa egiziana (Mediterraneo orientale), sono stati registrati valori tra 301 e 486 mg/L, con medie elevate di Alchilbenzene Sulfonato Lineare (LAS). Anche nel Mediterraneo occidentale, la presenza di tensioattivi è documentata, con concentrazioni in grado di causare danni visibili alla vegetazione litoranea se depositati in quantità elevate. Dunque un inquinamento che si associa allo sviluppo di società “dei consumi”.
La natura offre soluzioni benefiche per mare e salute rappresentate da tensioattivi degradabili e meno nocivi tanto da puntare alla creazione di una filiera industriale dei biotensioattivi che abbia come attività innovativa e di base la loro estrazione da scarti agro alimentari. Così operando si contribuisce anche a dare corso alla direttiva Europea 2008/98/CE che stabilisce una gerarchia per la gestione adeguata dei rifiuti, con lo scopo primario di favorirne la prevenzione.
Secondo un ordine prioritario, nel quadro della gerarchia dei rifiuti, i governi dovrebbero preferire la riduzione della loro produzione e, solo come seconda opzione, il riutilizzo, riciclaggio, recupero e smaltimento. Nella proposta innovativa di prodotto a cui qui ci si riferisce, biotensioattivi alternativi ai tensioattivi sintetici, sono in particolare i polialchilglucosidi, che vengono prodotti per estrazione da scarti e reflui ortofrutticoli, in particolare uva, frutti di bosco e citrini (una varietà di frutti).
I tensioattivi sono per lo più derivati da petrolio e solo di recente, raccogliendo l’offerta generosa della natura, si è guardato secondo la nuova filiera su proposta ai tensioattivi da vegetali e da sostanze naturali, addirittura da rifiuti organici. Si è così trasformato quello che è un costo in una risorsa, sostituendo i tensioattivi di origine fossile ed abbassando l’impatto ambientale della filiera della detergenza. Oggi la ricerca si è orientata in 3 direzioni:
-sintesi chimica di biotensioattivi mimando i processi naturali,
-eventuale supporto da estrazione dei reagenti da matrici naturali,
-elaborazione microbica o batterica (si pensi che sono disponibili banche dati di batteri geneticamente modificati per produrre biotensioattivi selezionati fra 500 ceppi).
Il termine biotensioattivi è stato riferito per molto tempo ai glicolipidi prodotti da alcuni microorganismi. La testa idrosolubile della molecola è rappresentata da un gruppo glicidico, la coda idrofobica da una lunga catena di idrocarburi per lo più saturi.
I microorganismi attivi sono quelli che utilizzano i glicolipidi per il rilevamento di adesione, lubrificazione e competizione con altri microorganismi.
Con il tempo sono state introdotte alcune importanti innovazioni a questa situazione: agli idrocarburi sono stati sostituiti gli alcooli grassi producendo alchilpoliglucosidi (APG); questi prodotti sono stati ottenuti per sintesi, in particolare tramite condensazione catalizzata enzimaticamente.
Un alchilpoliglucoside
In alcuni casi si è ricorsi ricorrendo alla estrazione da prodotti naturali per le due componenti della molecola alchilglucosidica, ossia quella zuccherina e quella alcooIica.
In particolare il mais ed i suoi sottoprodotti, come il liquor e l’acqua di macerazione, e in alternativa grano e canna da zucchero, per la prima (quella degli zuccheri) e gli oli di cocco e di palma per la seconda (quella alcoolica).
Le estrazioni hanno utilizzato come reazioni base l’idrolisi e la trans-acetalizzazione* seguite da purificazione e controllo del prodotto ottenuto mediante la tecnologia del naso elettronico. I prodotti ottenuti avevano così, come progettato, i caratteri della biodegradabilità e della rinnovabilità, oltre a non contenere derivati del petrolio.
Entrambe le innovazioni hanno avuto un modesto riscontro economico a causa delle basse rese sia della sintesi che della estrazione; questo ha portato a costi per unità di prodotto fino a 3 volte maggiori di quelli dei tensioattivi.
Questo dato ha rappresentato e rappresenta ancora un limite quasi invalicabile: la sostituzione di un prodotto commerciale con un altro non può prescindere da una accettabilità economica.
Qui occorrerebbe notare che tale accettabilità economica è la strategia dei produttori, ma occorrerebbe ricordare che i medesimi sono i responsabili della diffusione di prodotti inquinanti (dunque un criterio ingannevole quello del costo limitato al solo produttore: profitti privati, danni ambientali? Chi paga?)
Dalla ricerca di approcci nuovi per superare i limiti economici, ai quali si faceva riferimento in precedenza, è nato un programma che, cercando fra i biotensioattivi alla classe più numerosa ed applicata (gli alchilpoliglucosidi) e prendendo lo spunto dal contributo derivato in passato dalla loro estrazione da matrici naturali, si estende agli APG già formati.
Esiste infatti una risorsa poco sfruttata, quella degli scarti ortofrutticoli ed agroalimentari come matrici da cui estrarre. I polialcolglucosidi sono presenti in tali matrici e sono noti per la loro estrema delicatezza sulla pelle, alta biodegradabilità e capacità di formare schiuma stabile, rendendoli ideali per cosmetici (shampoo, bagnoschiuma) e detergenti, ma anche per la loro capacità antiossidante ed antinfiammatoria.
*La transacetalizzazione è una reazione di chimica organica in cui i gruppi alcolici di un acetale (o chetale) già esistente vengono sostituiti da altri gruppi alcolici provenienti da un nuovo alcol o diolo, trasferendo il legame acetalico. Il processo è reversibile, richiede generalmente una catalisi acida ed è termodinamicamente guidato dallo spostamento dell’equilibrio.
· R-CH(OR')₂ + 2 R''-OH ⇄ R-CH(OR'')₂ + 2 R'-OH (Acetale iniziale) (Nuovo alcol) (Nuovo acetale) (Alcol uscente)Riferimenti: un nostro post più specifico di Rinaldo Cervellati
ed una
bibliografia generale su tensioattivi e biotensioattivi:
Alves, L. (2007). Solubility of D-glucose in water and ethanol/water mixtures.
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Il pesce come creatura.
Mauro Icardi
Lavorare nel campo della depurazione e del trattamento delle acque reflue, per me ha significato sentire una responsabilità e un interesse particolare per l’equilibrio ecologico dei corsi d’acqua, dove vengono scaricate le acque trattate.
Mio padre aveva due hobby, la ricerca dei funghi e la pesca. Rimase sempre fedele al primo ma abbandonò il secondo. Pescava trote nel torrente Chisone durante le ferie estive.
Rimase però impressionato dai rumori che le trote fario che pescava emettevano quando venivano estratte dall’acqua. I pesci sono privi di corde vocali e di polmoni, quindi non hanno la capacità di gridare o emettere vocalizzi simili a quelli dei mammiferi o degli uccelli.
Le trote estratte dall’acqua possono però emettere suoni tipo grugniti, rantoli o brevi lamenti. Il rumore si origina dall’uscita forzata dell’aria dalle branchie o dalla pressione sulla vescica natatoria.
Figura 1Torrente Chisone a valle di Pragelato.
Ho sentito questi rumori un pomeriggio d’estate di molti anni fa, accompagnando mio padre che era andato a pescare. Rumori che uniti ai sussulti e ai movimenti della trota che si dibatteva mi hanno per sempre allontanato dall’idea di dedicarmi alla pesca.
La visione negli anni successivi di morie di pesci per condizioni di anossia, sia per le condizioni estremamente critiche di molti corsi d’acqua interni negli anni 70, (Lambro, Seveso, Olona, Bormida e non ultimo il Po), mi hanno sempre colpito profondamente. Quando ho iniziato a lavorare nel trattamento delle acque mi sentivo sia emozionato che consapevole che, lavorare per il risanamento ambientale fosse un impegno che richiedeva costanza e necessità di aggiornamento continuo.
In uno dei miei frequenti ritorni a Torino scoprii un piccolo tesoro di libro, “Benvenuti a bordo” di Piero Bianucci, un romanzo dove viene descritta la storia della realizzazione del depuratore di Castiglione Torinese, e del risanamento del fiume Po. Ne estrapolo un brano carico di ironia, ma che serve anche a capire quale sia stato l’impegno per il risanamento idrico in Italia.
“ L’equazione benessere uguale rifiuti e, in ultima analisi, uguale liquami, sfuggì anche alla menti più pensose. Ad accorgersi dei miasmi, dopo i pesci che sono muti e sparirono in silenzio, furono inizialmente i canottieri, categoria di sportivi già molto rappresentata e attiva sulle sponde torinesi del Po.”
(Bianucci Piero, “Benvenuti a bordo”, Milano: Rusconi 1994 pg 27)
Un brano che unicamente alla definizione della depurazione come arte ho sempre particolarmente apprezzato e capito profondamente.
Ognuno di noi è un consumatore e un utilizzatore di acqua. Quindi abbiamo la responsabilità della gestione corretta dell’acqua nel rispetto delle altre persone, e di tutte le altre forme di vita. Nei fiumi esiste un complesso e meraviglioso equilibrio ecologico. La luce è disponibile dalla superficie al fondo, e la distribuzione degli esseri viventi è abbastanza omogenea. Tuttavia le diverse temperature del fiume, come nel caso della presenza di risorgive, le diverse velocità dell’acqua e di conseguenza le diverse concentrazioni di ossigeno disciolto, favoriranno la presenza di diverse tipologie di pesci. Le trote vivono bene con concentrazioni tra 8 e 11 mg/L di ossigeno disciolto, mentre la tinca si accontenta di soli 0,5 mg/L , quindi vive bene nei fondali.
Figura 2 Esemplari di trote fario
Le branchie dei pesci sono organi estremamente delicati e molto sensibili all’inquinamento, sia che si tratti di scarichi civili che di residui industriali. L’elenco di composti tossici per i pesci è lunghissimo. Citerò solo alcuni esempi: cloro e clorammine sono tossici già alla concentrazione di 0,05 mg/L.
L’ammoniaca è prodotta naturalmente dalla decomposizione della materia organica. La tossicità da ammoniaca è uno dei principali problemi legati alla qualità dell’acqua e può causare mortalità acuta o stress cronici. Nell’acqua l’ammoniaca è presente in forma non ionizzata (NH3) e ionizzata (NH4+). Il rapporto tra le due forme dipende dal pH e dalla temperatura dell’acqua. Maggiore è il valore di questi parametri, più si accumula in acqua ammoniaca non ionizzata, che è la forma altamente tossica, perché in grado di entrare nelle cellule dei pesci. Il conseguente aumento di ammoniaca nel sangue e nei tessuti dei pesci porta a effetti particolarmente tossici per il cervello, causando comportamenti anomali, anoressia, problemi respiratori. Anche a concentrazioni sub tossiche può provocare stress cronici e infiammazioni branchiali.
Ho sempre pensato a queste cose nel mio trentennio di lavoro in depurazione. Pensavo al pesce come creatura. Per la verità non solo a lui, ma a tutte le forma di vita che il fiume ospita.
Non siamo i padroni della Terra e della natura. Dobbiamo ricordarci che ne siamo semplicemente i custodi.
Abbiamo la possibilità di studiare e comprendere, per modificare comportamenti spesso superficiali e stupidi.
Covare il cobra.
Claudio Della Volpe
Covare il cobra è un articolo di Primo Levi pubblicato su La Stampa 21 settembre 1986
Commentiamo qui il testo di Primo Levi che si occupa dell’etica della scienza e che forse meriterebbe maggiore fama (il testo originale è in corsivo, il resto è il commento).
Si apre con una citazione di Plinio il Vecchio sulla storia di Perillo e del tiranno Falaride. Perillo costruì un toro di bronzo progettato come strumento di tortura. I gemiti delle vittime all’interno venivano amplificati ed emessi dalla bocca del simulacro sotto forma di muggiti. Falaride decise di punire l’inventore facendolo morire per primo dentro la sua stessa creazione. Levi usa questa vicenda semileggendaria per riflettere sul ruolo dello scienziato e dell’inventore nel mondo moderno.
«Nessuno lodi Perillo, piú crudele del tiranno Falaride, per il quale costruí un toro promettendogli che l’uomo che vi fosse racchiuso avrebbe muggito per il fuoco accesovi sotto, e che fu il primo a sperimentare su di sé questo supplizio come frutto di una crudeltà piú giusta della sua. Fino a tal punto egli aveva distorto un’arte nobilissima, destinata a rappresentare dei e uomini. Dunque tanti suoi operai si erano affaticati solo per costruire uno strumento di tortura! In effetti, le sue opere vengono conservate per un solo motivo: affinché chiunque le veda odi le mani dei loro artefici>> (Plinio, Storie naturali, XXXVII, 89).
…………..
Questa storia, vera o falsa che sia, ha un curioso sapore attuale. Ai fini di un processo postumo al tiranno e all’artefice, sarebbe essenziale stabilire a quale dei due risalisse l’iniziativa e l’idea dell’orrenda macchina. Se l’opera era stata inventata da Perillo, e proposta a Falaride, non c’è dubbio che Perillo, a quel tempo già famoso, meritava di essere punito (ma non necessariamente cosí, e non da Falaride che accettando il manufatto si era reso complice dell’inventore). Aveva davvero, come accenna Plinio, prostituito la sua arte e se stesso. Doveva proprio avere “un esprit mal tournè”: non doveva essere stato facile dimensionare le vie d’aria del simulacro in modo che i gemiti della vittima uscissero dalla bocca di bronzo amplificati e modificati nelle loro armoniche, tanto da riprodurre i muggiti di un toro.
Se invece Falaride aveva commissionato l’opera, la pena del taglione da lui adottata appare eccessiva e abusiva: però era un tiranno professionale, e il suo operato non ci stupisce. Tutti i tiranni sono capricciosi. In questa ipotesi, Perillo non esce assolto, ma gli si possono concedere alcune attenuanti: forse era stato costretto, o lusingato, o minacciato, o ricattato. Non lo sappiamo, ma la sua figura di inventore adombra da vicino vicende e figure moderne.
A questo punto il saggio traccia un parallelo tra Perillo e gli scienziati contemporanei:
Durante la seconda guerra mondiale, un gruppo di grandi menti ha sviluppato contemporaneamente l’energia nucleare e la bomba atomica.
Alcuni scienziati si sono prestati a fini bellici più o meno volentieri, altri si sono ritirati dopo Hiroshima, e altri ancora hanno cambiato schieramento.
Levi cita due esempi emblematici di scienziati tormentati dall’uso militare delle loro ricerche:
Peter Hagelstein: Giovanissimo progettista dello scudo stellare americano che ha scelto di abbandonare i laboratori militari per dedicarsi esclusivamente alle applicazioni mediche del laser. Levi approva pienamente questa forma di obiezione di coscienza.
Martin Ryle: Fisico e premio Nobel che si accorse che persino le sue ricerche teoriche in radioastronomia venivano usate per migliorare la precisione dei missili intercontinentali. Prima di morire, Ryle propose provocatoriamente di fermare tutta la ricerca scientifica (“Stop science now“).
È attuale la figura dello scienziato a cui viene richiesto di prestare la sua opera per la difesa del suo paese, o magari per l’offesa del paese vicino. Tutti sanno almeno qualcosa di quella portentosa collezione di cervelli che durante la seconda guerra mondiale ha partorito a un tempo la bomba atomica.e l’energia nucleare per uso pacifico. Alcuni di questi scienziati si sono prestati, piú o meno convinti, più o meno volentieri; altri, dopo Hiroshima, si sono ritirati a vita privata; altri ancora, come Pontecorvo, hanno cambiato campo per ragioni ideologiche, o forse perché pensavano che l’arma nucleare fosse meno pericolosa se ripartita fra le due superpotenze
Felicemente attuale oggi è la figura dello scienziato che dopo aver servito il potere, si pente. Abbiamo letto pochi giorni fa che Peter Hagelstein, allievo del bellicoso Teller, giovanissimo «padre» dello scudo stellare, candidato al Nobel per la fisica, ha lasciato un laboratorio finanziato dal ministero americano della Guerra e si è trasferito al Mit, dove si occuperà esclusivamente di ricerche sulle applicazioni mediche del laser. Mi pare che contro questo tipo di obiezione di coscienza non ci sia nulla da replicare: se tutti gli scienziati del mondo imitassero Hagelstein, i fabbricanti d’armi nuove resterebbero a mani vuote e la pace universale sarebbe piú vicina di quanto non appaia ora.
Mi lascia meno convinto la posizione assunta da Martin Ryle. Ryle, nato nel 1918 in Inghilterra, era stato uno dei massimi esperti di radar durante la guerra, e aveva contribuito in modo determinante alle misure adottate dagli inglesi per «confondere” i radar tedeschi. Dopo la guerra, nauseato dagli orrori della guerra stessa, decise di proseguire la sua brillante carriera di fisico nel campo che meno si prestava ad applicazioni belliche, cioè nella radioastronomia. Ebbe il Nobel nel 1974; ma ben presto dovette accorgersi che neppure i suoi colleghi astronomi avevano le mani perfettamente pulite. Ad esempio, misurare con precisione l’intensità del campo gravitazionale attorno alla Terra ha un indubbio interesse teorico, ma serve anche a pilotare meglio i missili balistici intercontinentali. Secondo i dati di Ryle, il 40 per cento degli ingegneri e dei fisici inglesi sono impegnati nello studio di strumenti di distruzione.
Poco prima della sua morte, avvenuta nel 1984, ha allora formulato una proposta drastica: «Stop science now»>, arrestiamo subito ogni ricerca scientifica, anche quella detta <<di base». Dal momento che non siamo in grado di prevedere come una qualsiasi scoperta può venire distorta e sfruttata, fermiamoci: basta con le scoperte.
La conclusione di Primo Levi
Levi considera la proposta di Ryle estremistica e utopica, poiché l’essere umano è per sua natura un ricercatore. La sua soluzione non è fermare la scienza, ma coltivare la saggezza e l’etica all’interno delle università e delle scuole.
Lo scienziato non può nascondersi dietro l’ipocrisia di una scienza neutrale. Ha il dovere di valutare in anticipo le conseguenze del proprio lavoro, rifiutandosi di collaborare a progetti nocivi (come i gas nervini) per scegliere invece ambiti che riducano la sofferenza umana. Ognuno deve essere consapevole se dall’uovo che sta covando nascerà una colomba o un cobra, da cui il titolo dell’articolo.
Comprendo il tormento spirituale da cui questo appello è scaturito, ma esso mi sembra a un tempo estremistico e utopico. Siamo quello che siamo: ognuno di noi, anche il contadino, anche l’artigiano piú modesto, è ricercatore, e lo è da sempre. Dal pericolo innegabilmente insito in ogni nuova conoscenza scientifica ci possiamo e dobbiamo difendere in altri modi. È verissimo che (cito Ryle) “La nostra intelligenza si è accresciuta portentosamente, ma non la nostra saggezza»; ma mi domando, quanto tempo, in tutte le scuole di tutti i paesi, viene dedicato ad accrescere la saggezza, ossia ai problemi morali?
Mi piacerebbe (e non mi pare impossibile né assurdo) che in tutte le facoltà scientifiche si insistesse a oltranza su un punto: ciò che farai quando eserciterai la professione può essere utile per il genere umano, o neutro, o nocivo. Non innamorarti di problemi sospetti. Nei limiti che ti saranno concessi, cerca di conoscere il fine a cui il tuo lavoro è diretto.
Lo sappiamo, il mondo non è fatto solo di bianco e di nero e la tua decisione può essere probabilistica e difficile: ma accetterai di studiare un nuovo medicamento, rifiuterai di formulare un gas nervino.
Che tu sia o no un credente, che tu sia o no un «patriota», se ti è concessa una scelta non lasciarti sedurre dall’interesse materiale o intellettuale, ma scegli entro il campo che può rendere meno doloroso e meno pericoloso l’itinerario dei tuoi coetanei e dei tuoi posteri. Non nasconderti dietro l’ipocrisia della scienza neutrale: sei abbastanza dotto da saper valutare se dall’uovo che stai covando sguscerà una colomba o un cobra o una chimera o magari nulla. Quanto alla ricerca di base, essa può e deve proseguire: se l’abbandonassimo tradiremmo la nostra natura e la nostra nobiltà di fuscelli pensanti, e la specie umana non avrebbe piú motivo di esistere.
Rimane per me un punto debole che la scelta sia considerata da Levi un fatto individuale, mentre ritengo personalmente che sia importante schierarsi non solo individualmente ma POLITICAMENTE; in altre parole occorre prendere posizione negli scontri sociali, non si possono considerare equivalenti tutte le posizioni; soprattutto quando, come ora, nell’era dell’intelligenza artificiale, la scienza è divenuta la principale forza produttiva dell’umanità.
Nessuna scelta individuale può cambiare questo.
Un esempio è stato Einstein, che pure aveva sollecitato l’attenzione USA verso la possibilità della bomba atomica nazista ma poi si schierò apertamente a favore del movimento pacifista in modo esplicito; di più si schierò a favore di una prospettiva politica e ideale attraverso il suo famoso articolo a favore del socialismo pubblicato sul primo numero di Monthly Review ed una cui traduzione italiana potete trovare qui.
Non si tratta di fare solo una scelta individuale, ma comprendere che l’uso corretto della scienza è un fatto sociale ed è tutta la società a dover cambiare. E nostro compito non solo fare la scelta di una ricerca “giusta”, ma partecipare a questo cambiamento complessivo. Una scienza pacifica non può coesistere con una società votata allo scontro.
Un altro ricordo del “Gatto”
Luigi Fabbrizzi, Professore Emerito – Università di Pavia
Berlino, giugno 1978: Carlo Mealli, Luigi Sacconi, Dante Gatteschi, Luigi Fabbrizzi
Nella notte dell’11 agosto è mancato Dante Gatteschi, professore emerito di chimica presso l’Università di Firenze. Dante era nato a Firenze il 27 ottobre 1945, nella zona di Piazza della Vittoria, piazza abbastanza spaziosa per giocarci al calcio. Io ho frequentato col Dante la stessa scuola elementare ‘Cesare Battisti’, la 2° e la 3°, prima di uno dei numerosi traslochi della mia famiglia. Dante veniva spesso a scuola con un pallone da calcio e dopo la scuola c’era tempo per una partitina in piazza.
Dante amava il calcio, ma non distingueva tra stinchi e pallone sicché avevo sempre cura di capitare nella stessa squadra. Ha mantenuto questa caratteristica tecnico-agonistica anche ai tempi dell’università e allora faceva comodo sistemarlo a centro campo, sia nella squadra di chimica che in quella dell’istituto (dove era normalmente chiamato ‘Gatto’). Ci siamo ritrovati all’università e siamo finiti a laurearci presso lo stesso istituto, l’istituto di Chimica Generale, diretto da Luigi Sacconi. Ci siamo laureati lo stesso giorno, nella mattinata del 18 luglio 1969. Lo stesso giorno si laurearono altri 3 compagni di corso coetanei: Carlo Mealli, poi ricercatore CNR nell’istituto di Sacconi, Mario Chelli, genio del laboratorio, ricercatore presso il Centro CNR di Chimica Organica, Gianni Messeri, futuro direttore del Centro Analisi dell’ Ospedale di Careggi. Io partii subito per il servizio militare, Dante, orfano di padre no. Sacconi, che aveva capito subito le qualità di Dante gli fece avere un posto di assistente. Il poco più anziano Bertini lo prese sotto la sua ala, sicuro di trarne beneficio scientifico, e insieme avviarono la tematica della spettroscopia dei composti di coordinazione.
Le nostre strade si separarono scientificamente e poi geograficamente. Io emigrai presso la prestigiosa università di Pavia (punti di vista: Lehn mi definiva un exilé florentin). Ma anche Dante fu costretto all’esilio. Bertini, geloso e timoroso della sua genialità, relegò Dante all’insegnamento di Chimica Generale di Farmacia (transeat), nulla di troppo grave, ma soprattutto lo escluse dalla Scuola di Dottorato, il che vuol dire togliere a un professore la linfa vitale della ricerca, i dottorandi. Questo non impedì al Dante di divenire un grande scienziato di valore internazionale. Non sto qui a descrivere le invenzioni geniali di Dante, in primis i magneti molecolari, i suoi successi organizzativi (INSTM), i riconoscimenti nazionali (Accademico dei Lincei) e internazionali. Dico soltanto che mi vanto di essere stato da sempre suo amico, di aver condiviso con lui le emozioni della ricerca e delle prime scoperte nell’Istituto di Chimica Generale di via Jacopo Nardi. E di aver sempre saputo che avevo a che fare con un ragazzo sincero, onesto e generoso, qualità, chissà perché, così rare nell’ambiente universitario.





