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BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA'

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Nell’Antropocene, l’epoca geologica attuale fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo, la Chimica ha il compito di custodire il pianeta e aiutare a ridurre le diseguaglianze mediante l’uso delle energie rinnovabili e dell’economia circolare.
Aggiornato: 4 giorni 2 ore fa

Le bioplastiche sono veramente bio?

16 febbraio, 2026 - 14:03

Luigi Campanella, già Presidente SCI

La problematica è chiara. Le bioplastiche dovrebbero garantire la disponibilità di un materiale per certi aspetti utile, senza però danneggiare ambiente e salute a causa della diffusione ubiquitaria dei suoi prodotti di degradazione. Ovviamente il prefisso bio deve essere garantito e lo si fa imponendo una composizione in cui la componente non bio non superi l’1%.

Da qui la necessità di disporre di metodi capaci di determinare con precisione tale componente, al fine di garantire la commerciabilità della corrispondente bioplastica. I metodi di controllo della composizione delle bioplastiche già esistenti includono:

1. *Analisi chimica*: tecniche come la cromatografia liquida (HPLC), la spettroscopia infrarossa (IR) e la spettrometria di massa (MS) per determinare la composizione chimica delle bioplastiche.

2. *Test di solubilità*: per valutare la solubilità delle bioplastiche in diversi solventi e determinare la loro composizione.

3. *Analisi termica*: tecniche come la calorimetria differenziale a scansione (DSC) e la termogravimetria (TGA) per studiare le proprietà termiche delle bioplastiche.

4. *Microscopia*: tecniche come la microscopia elettronica a scansione (SEM) e la microscopia a forza atomica (AFM) per studiare la morfologia e la struttura delle bioplastiche.

Ora fa piacere sapere che un team, peraltro italiano, di ricercatori ha messo a punto un nuovo metodo (si veda la citazione in fondo al post). Tra i componenti che hanno contribuito ci sono anche ricercatori pisani a cui vorremmo chiedere che i vantaggi in termini di accuratezza e sensibilità del metodo siano diffusi, al di là della pubblicazione scientifica, con il doppio fine di ridurre gli abusi e verificare le conformità alla legge.

Il team di ricercatori dell’Università di Pisa, d’intesa con il Consorzio Biorepack, il Consorzio nazionale per il riciclo organico delle bioplastiche compostabili, ha sviluppato questo nuovo metodo per rilevare la presenza di polietilene, un polimero non biodegradabile, nelle bioplastiche compostabili. L’obiettivo è contrastare l’illegalità nel settore degli imballaggi e garantire la qualità delle bioplastiche, proteggendo l’ambiente e la salute umana.

Sul piano operativo, il protocollo proposto dai ricercatori UniPi si basa su tecniche di pirolisi analitica accoppiata a spettrometria di massa, questo tipo di coordinamento rende capaci di rilevare concentrazioni di PE anche inferiori all’1%, in linea con i limiti di legge.

L’innovazione non sta solo nella metodica in sé, ma nel suo doppio valore strategico: da un lato diventa una garanzia di trasparenza industriale, permettendo alle aziende di certificare con assoluta certezza la purezza dei propri materiali; dall’altro si trasforma in un potente strumento di sorveglianza ambientale, offrendo alle autorità di controllo una “lente d’ingrandimento” capace di distinguere, senza margine d’errore, le bioplastiche autentiche.

Non è sufficiente etichettare un prodotto come biodegradabile e compostabile: è essenziale verificarne l’effettiva conformità, per evitare che i residui plastici persistano nell’ambiente per anni”, sottolinea Marco Mattonai, uno degli autori.

I risultati delle analisi sinora condotte hanno rivelato che circa metà delle buste sottoposte ai controlli sono fuori norma con quantità di polietilene anche sino al 5%. Si tratta di prodotti in gran parte di provenienza extra UE.

Con le metodiche analitiche che abbiamo sviluppato è finalmente possibile effettuare controlli affidabili anche su campioni complessi, in tempi rapidi e con costi contenuti, offrendo uno strumento concreto a tutela dell’ambiente e della trasparenza verso i consumatori”, aggiunge Erika Ribechini.

Vorrei ricordare quando negli anni 70 alcune leggi a protezione sanitaria ed ambientale furono ritardate dalla indisponibilità di metodi analitici affidabili di controllo rispetto ai limiti individuati dalla medicina come capaci in ogni caso di produrre un effetto.

Sapere che una legge ed il rispetto di una norma sono dotati di adeguati strumenti scientifici di controllo diviene un elemento importante di educazione civile e di sicurezza ambientale.

L’articolo è stato pubblicato in Journal of Analytical and Applied Pyrolysis col titolo “Quantification of polyethylene in biodegradable plastics by analytical pyrolysis-based methods with GC split modulation.”

Consultati:

https://www.polimericanews.com/articolo.asp?id=348

Lotta all’illegalità nelle bioplastiche: Unipi sviluppa un metodo innovativo per individuare la componente non biodegradabile

Anche la plastica aumenta l’effetto serra?

12 febbraio, 2026 - 09:52

Diego Tesauro

Forse questo titolo appare piuttosto scontato in quanto, essendo la plastica prodotta da fonti fossili, sia nella fase della sua produzione che nella fase del suo smaltimento, con qualunque procedura si operi, genera CO2. La sola produzione è responsabile di circa il 5% (2,24 gigatonnellate di CO2 equivalente) delle emissioni globali di gas serra, rispetto all’1,4% (0,6 GtCO2) dell’aviazione [1]. Quindi aumenta l’effetto serra, il punto interrogativo sarebbe pleonastico. Ma la domanda si pone nel caso ci si voglia riferire al contributo alla produzione di un altro gas serra al quale contribuisce in misura non ancora stimata con certezza: il protossido di azoto (N2O) (Figura 1). Il protossido di azoto o ossido nitroso, scoperto da Joseph Priestley nel 1772, già all’inizio del XIX secolo aveva mostrato le sue proprietà anestetiche, è un potente gas serra e inoltre contribuisce ad una riduzione dello strato di ozono. Spesso ci si concentra sulle prevalenti emissioni di altri gas serra come il biossido di carbonio ed il metano trascurando spesso questo ossido di azoto. Eppure ha una lunga permanenza in atmosfera ed è 273 volte più efficace della CO2 come potenziale di riscaldamento globale (GWP) su un periodo di 100 anni (https://www.epa.gov/ghgemissions/understanding-global-warming-potentials). Inoltre le emissioni sono aumentate del 40% dal 1980 al 2020 secondo l’agenzia federale degli USA National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

 Figura 1 Struttura di Lewis del protossido di azoto

La causa primaria è ascrivibile all’uso agricolo di fertilizzanti ricchi di azoto e letame. I processi che lo generano nel suolo sono di natura abiotica e microbica che agiscono in condizioni di bassa concentrazione di ossigeno. (Figura 2)

Figura 2 Quadro concettuale per i processi e i fattori chiave che regolano il ciclo dell’azoto nel suolo e di conseguenza la produzione di N2O dai terreni coltivati

(A) La crescita delle piante attraverso la fotosintesi, la produttività, l’allocazione della biomassa e l’impatto della lettiera e degli essudati radicali sulle proprietà del suolo e sui percorsi di produzione di N2O.

(B) Principali processi biotici attraverso percorsi microbici per la produzione, la riduzione, la trasformazione e la diffusione di N2O dai terreni coltivati.

(C) Principali processi abiotici attraverso percorsi chimici per la produzione e la diffusione di N2O dai terreni coltivati.

(D) Le proprietà del suolo controllano i percorsi biotici e abiotici per la produzione di N2O.

(E) Impatti dei cambiamenti climatici sulla produzione di N2O nei terreni coltivati ​​attraverso la crescita delle piante, le proprietà del suolo e i percorsi microbici e chimici.

(F) Le pratiche di gestione agricola influenzano la produzione di N2O nei terreni coltivati ​​attraverso la crescita delle piante, le proprietà del suolo e i percorsi microbici e chimici.

I batteri denitrificanti utilizzano i nitrati come agenti ossidanti producendo nitriti e quindi protossido di azoto prima di chiudere il ciclo con produzione di azoto elementare. Quindi le condizioni del suolo, il tipo di fertilizzante ed i tempi di applicazione influenzano significativamente le emissioni. Va da sé che per contenere le emissioni dovrebbero essere messe in atto strategie di mitigazione che includano un uso ottimizzato dei fertilizzanti, l’impiego di urea protetta  con un inibitore di ureasi come N-(n-butil)tiofosforico triamide (NBPT) e inibitori della nitrificazione come 3,4-dimetilpirazolofosfato (DMPP) , e approcci innovativi come l’aggiunta di rocce silicatiche , come il basalto, frantumate che rilasciano nutrienti vitali (come potassio, calcio, magnesio e silicio), migliorano la salute del suolo, aumentano la resilienza delle colture ed aumentano il pH del suolo. Tuttavia, i costi e i benefici incerti sulle rese ne hanno limitato fino ad oggi l’adozione su larga scala.

Ma accanto alla produzione agricola bisogna aggiungere le emissioni dell’industria e della deforestazione. Ma se queste sono almeno in qualche misura quantificabili, sono completamente sconosciute le emissioni che provengono da quella, che possiamo definire oggi con un neologismo plastisfera che comprende la comunità microbica presente sui detriti di plastica, dovuta alla presenza delle microplastiche nei corsi d’acqua, nel mare e nel suolo.

Sebbene le microplastiche contengano quantità trascurabili di azoto come possono generare il protossido di azoto modificando significativamente il ciclo dell’azoto? Negli ultimi anni, molta attenzione è stata diretta verso questo problema. Inizialmente gli studi si sono concentrati su alcune forme di azoto (ad esempio, l’azoto totale del suolo) suggerendo che i diversi composti azotati (ad es. azoto organico, ammonio, nitrato e nitrito) erano influenzati dalle microplastiche tuttavia, non esiste un consenso unanime sui cambiamenti specifici che si verificano. Sebbene uno studio di qualche anno fa [2] abbia rilevato che l’emissione di N2O è stata anch’essa influenzata dall’esposizione alla microplastica, il meccanismo alla base della variazione delle emissioni di N2O rimane ancora poco chiaro, come testimoniano due studi sempre del 2022. Un primo conducendo esperimenti in laboratorio rileva che la concentrazione di ammonio (NH4+) nel suolo è aumentata e quella di nitrato (NO3–) è diminuita dopo l’applicazione di microplastiche. Al contrario, per un secondo le concentrazioni di NH4+ e NO3– non sono state significativamente influenzate dalla presenza di microplastiche.

Inoltre, i cambiamenti nei processi azotati del suolo e nei microrganismi funzionali coinvolti non sono stati sistematicamente elucidati in seguito all’esposizione alla microplastica. Pertanto, diventa urgente determinare come vengano modificati questi processi.

Le microplastiche possono modificare in certa misura le strutture delle comunità microbiche del suolo e le alterazioni nei microrganismi funzionali coinvolti nel ciclo dell’azoto possono infine influenzare il corrispondente processo dell’azoto. I geni infatti possono tradursi in enzimi che catalizzano i processi del ciclo dell’azoto.

Ad esempio, i microrganismi ossidanti l’ammonio mediano la fase iniziale del processo di nitrificazione esprimono il gene marker amoA, mentre i microrganismi funzionali svolgono ruoli essenziali nel processo di denitrificazione esprimono i geni marker come narG, napA e nirS. Allora esiste una correlazione fra l’espressione dei geni e quindi la funzione degli enzimi coinvolti nel ciclo dell’azoto e le quantità di specie azotate presenti nel suolo?  Effettivamente uno studio sperimentale ha rivelato che le variazioni nel numero di copie dei geni amoA e nirS, indotte dalle microplastiche, potrebbero riflettere dei mutamenti nelle concentrazioni dello ione ammonio e dello ione nitrato. Per esempio la nitrato reduttasi è codificata da narG o napA, mentre la nitrito reduttasi è codificata da nirS e nirK, con entrambi gli enzimi che partecipano alla denitrificazione, uno studio ha riportato che, sotto esposizione a microplastiche, la diminuzione delle concentrazioni di nitrito nel suolo (NO2–) era strettamente associata a una maggiore attività della nitrato reduttasi. Pertanto, le attività enzimatiche coinvolte nel ciclo dell’azoto sono variabili indispensabili per chiarire i cambiamenti nei processi dell’azoto. Questi geni funzionali possono rispondere in modo variabile alla microplastica in quanto questa può alterare le proprietà del suolo (cioè pH e contenuto di grandi aggregati, ecc.) e influenzare l’aerazione del suolo. È stato osservato che il numero di copie di nirS può aumentare o diminuire sotto esposizione a microplastiche, mentre l’entità di amoA è influenzata. Le risposte variabili di questi geni probabilmente intrecciano i contributi della nitrificazione e della denitrificazione nelle emissioni di N2O (Figura 3). Inoltre, è stato ipotizzato che gli effetti delle microplastiche sul ciclo dell’azoto nel suolo fossero legati alle loro caratteristiche (cioè struttura, dimensione delle particelle, concentrazione, ecc.) e alla durata sperimentale. È necessario chiarire come questi fattori influenzino il ciclo dell’azoto del suolo.

Figura 3  Un quadro ipotetico proposto per rivelare le variazioni nelle trasformazioni dell’azoto in risposta alla presenza di microplastiche. La freccia rosa mostra la relazione tra due forme di azoto. Le linee tratteggiate indicano i cambiamenti gerarchici nel processo di ciclo dell’azoto. I microrganismi funzionali sono nel rettangolo rosa e gli enzimi del suolo sono nel rettangolo verde. ‘?’ rappresenta una variabile mancante. Abbreviazioni: NR = Reduttasi del nitrato, NIR = Reduttasi del nitrito, NXR = Nitrito ossidoreduttasi. (Copyright Elsevier)

Per valutare sistematicamente gli impatti delle microplastiche sul ciclo dell’azoto nel suolo bisogna analizzare i dati riportati dai vari studi effettuati: (1) quantificare l’entità con cui le varie forme di azoto nel suolo cambiano in presenza di microplastiche; (2) rivelare come i processi dell’azoto nel suolo sono alterati e identificare quali processi dominano la modifica delle emissioni di N2O; (3) esplorare come le proprietà delle microplastiche e le condizioni sperimentali influenzino le emissioni di N2O e i microrganismi funzionali che le inducono.

A seguito di un’analisi in contrasto con studi precedenti [3], si rivela un aumento delle emissioni di N2O complessivamente del 140,6% sotto l’esposizione a microplastiche. Il tasso di denitrificazione è aumentato significativamente del 17,8% con l’esposizione alle microplastiche. Vale la pena notare che il contributo della denitrificazione all’incremento di N2O è stato maggiore di quello della nitrificazione. Il numero totale di geni dei denitrificanti è aumentato del 10,6%, così come il numero di copie di diversi geni (nap, nas, nir e nos); tuttavia, il numero di copie dei nitrificanti non è stato alterato dall’esposizione alle microplastiche. Inoltre, le microplastiche hanno aumentato significativamente le attività della nitrato reduttasi del 4,8%. I cambiamenti divergenti nei processi dell’azoto nel suolo hanno portato a una diminuzione delle concentrazioni di ammonio e nitrato nel suolo (rispettivamente -6,7% e -22,4%). La razionalizzazione dei dati sembrano mettere in luce l’effetto delle microplastiche sulla produzione di protossido di azoto nel suolo. Ovviamente non essendo il suolo omogeneo i risultati possono essere molto influenzati dalla composizione, temperatura, dal pH, dal potere cationico. Questi primi risultati preliminari andrebbero allargati anche alle microplastiche presenti nei corsi d’acqua o nel mare. Inoltre andrebbe analizzato l’effetto delle comunità microbiche presenti sulle varie tipologie di microplastiche, ipotizzare il ruolo delle molecole rilasciate dalle microplastiche ed il motivo per il quale i geni dei microbi ne risultano influenzati. Insomma siamo soltanto all’inizio di un’attività di ricerca ancora tutta da svolgere.

Per approfondimenti:

[1] Karali, N., Khanna, N. & Nihar, S. Climate Impact of Primary Plastic Production (Lawrence Berkeley National Laboratory, 2024). https://escholarship.org/uc/item/6cc1g99q

[2] Gao, H. et al.  Macro-and/or microplastics as an emerging threat effect crop growth and soil health. Resour. Conserv. Recycl. 2022, 186, 106549 https://doi.org/10.1016/j.resconrec.2022.106549.

[3] Pinjie Su et al. Microplastics stimulated nitrous oxide emissions primarily through denitrification: A meta-analysis Journal of Hazardous Materials 2023, 445, 130500 https://doi.org/10.1016/j.jhazmat.2022.130500

Zhu, G., et al. Nitrous oxide sources, mechanisms and mitigation. Nat Rev Earth Environ  2025, 6, 574–592 https://doi.org/10.1038/s43017-025-00707-5

L’inquinamento dell’aria indoor. Questo sconosciuto.

8 febbraio, 2026 - 10:05

Angelarosa Piergiovanni

Quando si parla di inquinamento dell’aria una delle prime immagini che torna in mente alla maggior parte di noi è sicuramente quella vista più volte in TV, ovvero un enorme impianto industriale con tante ciminiere che riversano in atmosfera spropositate quantità di densi fumi grigiastri. Forse qualcuno penserà agli alti livelli di inquinanti nelle zone urbane particolarmente congestionate dal traffico o ai fumi prodotti dagli impianti di riscaldamento domestici obsoleti. Ma quanti si fermeranno a riflettere se e quanto sia inquinata l’aria all’interno delle nostre case, uffici, scuole, centri commerciali, e via dicendo? Ambienti in cui trascorriamo gran parte del nostro tempo ma che percepiamo come sicuri ed accoglienti. Effettivamente dell’inquinamento indoor si parla molto poco ma ciò non vuol dire che il problema non esista o che sia ignorato dalla comunità scientifica. Infatti, da una rapida ricerca ci si accorge che la mole di studi pubblicati sull’argomento è tutt’altro che trascurabile ma i risultati sono poco noti al di fuori dello stretto ambito scientifico. Sebbene non sia semplice quantificare i singoli inquinanti nei vari contesti, l’OMS ha stimato in 3.2 milioni, 500.000 dei quali solo in Europa (European Environmental Agency, 2019), i decessi prematuri riconducibili all’inquinamento indoor. Ovviamente le fonti di inquinamento sono un po’ diverse tra le varie tipologie di edifici poiché la qualità dell’aria indoor dipende essenzialmente da tre fattori:

1) posizione dell’edificio;

2) attività che si svolgono al suo interno;

3) materiali usati per la costruzione e per gli arredi.

Limitandoci al caso di una abitazione privata al suo interno vi sono varie fonti di inquinanti che generalmente non percepiamo come tali.

1. Posizione dell’abitazione

La qualità dell’aria all’interno di una abitazione è molto influenzata dalla sua ubicazione poiché è inevitabile uno scambio di aria tra esterno e interno tutte le volte che si apre una finestra, una porta o per l’azione di sistemi di climatizzazione. Il livello di inquinanti esterni che penetrano all’interno sarà decisamente diverso a seconda che si abbia un affaccio su una strada molto trafficata, vicino a strutture industriali o su spazi verdi sufficientemente ampi. Il traffico veicolare, come sappiamo, diffonde in atmosfera CO2, CO, NOx, SO2, O3, polveri sottili (PM) ma altre fonti presenti nelle vicinanze come attività commerciali, cantieri, interventi urbanistici di vario genere, ecc. rilasciano una variegata serie di composti organici e inorganici che inevitabilmente si ritroveranno all’interno delle abitazioni situate nei dintorni. Inoltre, nell’interscambio d’aria esterno/interno giocano un ruolo non trascurabile le condizioni metereologiche. Giornate ventose o di pioggia favoriscono l’abbattimento degli inquinanti all’esterno con indubbi benefici anche per la qualità dell’aria indoor. Infine, in particolari contesti, a questo background possono aggiungersi specifici composti prodotti da impianti industriali presenti nelle vicinanze dell’abitazione. Prescindendo da casi di rilascio accidentale di inquinanti dovuti a inconvenienti tecnici o incidenti, situazioni in cui vi è una costante esposizione a sostanze nocive non di rado sono salite all’attenzione delle cronache anche nel nostro paese.

2. Attività che si svolgono

Le attività che normalmente si svolgono in una abitazione contribuiscono a loro volta all’inquinamento indoor ma il loro impatto è correlato alle abitudini di chi ci abita. La cottura domestica dei cibi, oltre alla diffusione di composti volatili che comunemente percepiamo come “odori gradevoli”, è una importante fonte di inquinamento. L’utilizzo per la cottura di fiamme libere (prevalentemente fornelli a gas nel nostro paese), come tutti i processi di combustione, genera consumo di ossigeno e rilascio di biossido e monossido di carbonio (CO2, CO), quest’ultimo in misura minima. Eventuali impurità presenti nel gas, bruciando, produrranno biossido di zolfo, ossidi di azoto (SO2, NOx), polveri sottili o ultra sottili (PM) che vengono rilasciati nell’ambiente in assenza di adeguati sistemi di aspirazione. L’impiego di piani a induzione o piastre elettriche risulta decisamente meno impattante sulla qualità dell’aria indoor ma non necessariamente sull’ambiente se l’energia elettrica utilizzata per il loro funzionamento è comunque prodotta da combustibili fossili. Ulteriori fiamme libere in ambiente domestico sono costituite dall’utilizzo per il riscaldamento di caminetti o stufe (a gas, pellet, legna, biomasse, ecc.). Tutte queste tipologie incrementano ulteriormente i livelli dei prodotti della combustione. Purtroppo non sono rari i casi di intossicazione o decesso a causa di malfunzionamenti che portano il livello di CO indoor al di sopra della soglia tollerabile da un essere umano. La presenza di fumatori contribuisce a sua volta alla contaminazione dell’aria poiché anche la combustione del tabacco rilascia nell’ambiente sostanze nocive.

Un capitolo a parte è rappresentato dalla vasta gamma di prodotti utilizzati per la pulizia della casa il cui uso è essenzialmente concentrato in due ambienti la cucina e il bagno. Tali prodotti contengono in quantità variabile surfattanti, acidi, basi, solventi, sbiancanti, propellenti oltre a varie fragranze. Il loro rilascio nell’ambiente durante l’utilizzo non sono influenza negativamente la qualità dell’aria ma può dar luogo a reazioni chimiche indesiderate generate dalla combinazione con composti rilasciati nell’ambiente da altre fonti. È bene ricordare che è stato ampiamente dimostrato come un uso eccessivo e/o scorretto dei prodotti per l’igiene può portare all’insorgenza di patologie alle vie respiratorie, acidi e basi concentrati sono fortemente irritanti, alcune fragranze possono causare allergie, il benzalconio cloruro può dar luogo a dermatiti.

3. Materiali di costruzione e arredi

I materiali con cui è edificata o arredata una abitazione hanno a loro volta un impatto sulla qualità dell’aria. Parquet, superfici in PVC, pitture murali, laccatura e collanti di infissi e mobili, agenti sigillanti possono rilasciare una vasta gamma di composti che, avendo un basso punto di ebollizione, si diffondono facilmente. Genericamente denominati Composti Organici Volatili (VOCs), appartengono a questa categoria circa 400 diverse molecole. Si tratta di alcani, composti aromatici alchilati, stirene, toluene, glicoli, esteri, chetoni, formaldeide, ecc. che sono variamente presenti nelle abitazioni private, uffici, scuole, centri commerciali, ecc. Gli effetti negativi sulla salute dei VOCs più comuni sono ampiamente documentati in letteratura ma definire per ciascuno di essi una soglia limite è molto difficile poiché si tratta di valori strettamente legati alle diverse tipologie di edifici.

È bene fare qualche esempio esplicativo poiché si tratta di molecole molto diverse tra loro che sono rilasciate in quantità e modalità differenti. Gli abiti sottoposti a lavaggio a secco in lavanderia a seguito del trattamento subito rilasciano tetracloroetilene o prodotti similari per un certo lasso di tempo. Prodotti per la profumazione degli ambienti e oli essenziali rilasciano pinene, limonene e altri terpeni. Plastiche di vario tipo, pitture, solventi, adesivi rilasciano benzene, etilbenzene, xileni, toluene i cui livelli sono generalmente più alti in ambienti da poco costruiti o ristrutturati. Particolarmente attenzionata è la formaldeide che è rilasciata da svariati materiali molto diffusi nelle abitazioni quali Il compensato, presente nei manufatti in legno, materiali utilizzati per l’isolamento termico, resine, collanti, pitture. Anche in questo caso il rilascio nell’ambiente andrà via via decadendo col trascorrere del tempo dalla data di costruzione o ristrutturazione. Alcuni detergenti per la casa contengono a loro volta formaldeide ma questa può anche generarsi per ossidazione di alcuni VOCs in presenza di ozono.

tetracloroetilene

formaldeide

Le piante da appartamento possono giocare un duplice ruolo sulla qualità dell’aria poiché, oltre a produrre ossigeno, possono migliorare o peggiorare la qualità dell’aria a seconda della specie. Alcune specie sono capaci di assorbire selettivamente diverse classi di VOCs, altre rilasciano isoprene, monoterpeni, sesquiterpeni, i quali danno luogo a aerosol organici secondari a seguito di ossidazione. La formazione di tali aerosol varia nell’arco della giornata essendo i processi ossidativi favoriti dalla presenza della radiazione solare. Esiste una vasta letteratura sugli effetti delle piante sulla qualità dell’aria che sarebbe bene conoscere per fare scelte appropriate prima di acquistare delle piante da interno. Ad esempio, il potos (Epipremnum aureum)eil falangio(Chlorophytum comosum) sono molto utili poiché agiscono come purificatori dell’aria.

Potos

Falangio

Un ultimo pericoloso inquinante è rappresentato dal radon, un gas radioattivo generato dal decadimento dell’uranio naturalmente presente in alcune rocce e suoli. La sua cancerogenicità è nota da decenni e già nel 2014 la UE ha sollecitato i governi ad intraprendere le necessarie misure per ridurre l’esposizione della popolazione (EU, 2014). A tal fine è fondamentale definire la relazione tra quantità di radon indoor e le caratteristiche geologiche del suolo su cui sono stati costruiti i singoli edifici. Uno studio appena pubblicato (Antignani et al 2026) va in questa direzione fornendo un quadro sufficientemente dettagliato del rischio di esposizione al radon per il nostro paese. I dati presentati dagli autori evidenziano significative differenze della potenziale concentrazione di radon indoor tra le diverse zone d’Italia. Va comunque precisato che la concentrazione di radon si riduce progressivamente passando dal piano terra, che è a diretto contatto col suolo, ai piani via via più alti. Si può anche notare come in certe zone del nostro paese i materiali da costruzione usati (il tufo campano) sono sorgenti di radon.

Per migliorare la qualità dell’aria indoor sono disponibili sul mercato diversi tipi di purificatori che operano sia sulla base di principi fisico-chimici (ozonizzatori, materiali adsorbenti, ecc.) che biologici (microrganismi immobilizzati su film, microalghe, ecc.). Ciascuna tipologia ha una diversa efficacia nell’abbattimento di specifiche classi di inquinanti per cui la scelta di un purificatore va commisurata alla particolare situazione da affrontare. In genere, si tratta però di purificatori poco adatti a un utilizzo in ambito domestico. Questa breve nota è tutt’altro che esaustiva, ma prendere coscienza del problema è già un importante passo in avanti per intraprendere consuetudini utili a migliorare la qualità dell’aria nella propria abitazione.

BIBLIOGRAFIA

Antignani S. et al, 2026.Towards a representative and affordable national survey on radon in dwellings: a new methodological approach with findings from Italy. Environmental Research, 293, 123702. https://doi.org/10.1016/j.envres.2026.123702

Campagnolo et al, 2017. VOCs and aldehydes source identification in European office buildings. The OFFICAIR study Building and Environment 115: 18-24.

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0360132317300094

European Commission, 2014. Council Directive 2013/59/Euratom of 5 December 2013 Official Journal of the European Union, pp. 1–73. https://doi.org/10.3000/19770677.L_2013.124.eng

European Environmental Agency, 2019. Air Quality in Europe d 2019 Report. https://doi.org/10.2800/822355

González-Martín J. et al, 2021. A state–of–the-art review on indoor air pollution and strategies for indoor air pollution control. Chemosphere, 262, January, 128376 Elsevier

Salonen H.et al, 2024. Cleaning products: Their chemistry, effects on indoor air quality, and implications for human health Environment International 190, 108836 https://doi.org/10.1016/j.envint.2024.108836

Tran, V.V., et al., 2020. Indoor Air Pollution, Related Human Diseases, and Recent Trends in the Control and Improvement of Indoor Air Quality. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 2927. https://doi.org/10.3390/ijerph17082927

WHO, 2022. Household air pollution. Fact Sheets. 2023, 2022.

NdW- In italiano si vedano anche:

Vivere e lavorare in ambienti salubri: aria indoor, materiali da costruzioni, arredi

Fai clic per accedere a 1106-quaderno-1-09-indoor.pdf

Il cuoio al caffè

2 febbraio, 2026 - 18:58

Biagio Naviglio

Il caffè è oggi una delle bevande più popolari al mondo ed anche la più consumata dopo acqua e tè; Il caffè è una bevanda ottenuta dai semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea, parte della famiglia botanica delle Rubiaceae (figure 1 e 2).

Figura 1: Pianta del caffè            

Figura 2: Pianta di caffè con drupe mature

Il caffè è una pianta originaria dell’Africa; tuttavia, la produzione è concentrata essenzialmente nelle aree comprese tra il tropico del Cancro e il tropico del Capricorno, in un clima quindi caldo umido, in totale comprendente un’ottantina di nazioni in America Centro-Meridionale, Africa ed Asia, ad altitudini variabili da 300 a 2000 m. Quest’area, talvolta viene definita “cintura del caffè”.

Figura 3: Zone di produzione del caffè

Il principale Paese produttore di caffè verde (caffè non tostato) è il Brasile, la cui produzione ammonta a 3,7 milioni di tonnellate di caffè (2020), corrispondenti al 34,67% della produzione mondiale. Oltre al Brasile, tra i principali Paesi produttori di caffè verde si annoverano: Vietnam (16,50%), Colombia (7,80%), Indonesia (7,24%), Etiopia (5,47%) e Perù (3,52%).

La diffusione del caffè in Sud America avvenne ad opera delle potenze coloniali europee che iniziarono a coltivare e commercializzare il caffè sfruttando le loro rispettive colonie. In questi territori la produzione del caffè prosperò ottimamente di caffè grazie alle condizioni pedo-climatiche favorevoli alla sua crescita

I processi di trasformazione del caffè (torrefazione, decaffeinizzazione, ecc.) vengono effettuati in Paesi differenti da quelli in cui viene prodotta la materia prima.

In sostanza, tali processi avvengono principalmente nei Paesi importatori, mentre nei Paesi produttori vengono effettuate solo le fasi iniziali di trattamento dei chicchi di caffè.

Lungo l’intera filiera della lavorazione del caffè, dalla coltivazione e trasformazione al consumo, sono generati considerevoli quantità di scarti; ciò è dovuto al fatto che

Il frutto del caffè è composto da cinque strati protettivi che devono essere rimossi per esporre il chicco interno.

Figura 4.: Bacca di caffè con vista interna delle varie parti che la compongono

Figura 5: Lavorazione del caffè con la torrefazione e relativi scarti di produzione

Per una tonnellata di chicco verde vengono generati 500 kg di polpa e 180 kg di buccia, insie­me a quantità minori di pellicola e pergamino, i due strati che ricoprono il chicco. Lo scarto maggiore (650 kg per tonnellata di chicco) è tuttavia generato a valle del consumo nei “fondi di caffè.  In sostanza, i principali scarti di lavorazione dell’intera filiera del caffè riguardano la polpa (“coffee pulp”), la buccia (“coffee husk”) e i fondi di caffè (“spent coffee ground”). Lo scarto contenente la buccia e polpa essiccata del frutto della pianta di caffè viene detto cascara

Prove di concia con lo scarto denominato cascara

La buccia e la polpa della ciliegia del caffè, comunemente chiamate cascara, sono il principale scarto della coltivazione del caffè e sono ricche di macromolecole e composti bioattivi fra i quali i tannini

A riguardo, è stato condotto recentemente uno studio il cui obiettivo era quello di valutare le proprietà della polpa di caffè come materiale conciante

Nel caso specifico è stata utilizzata polpa di caffè della specie arabica del Kenya

Il contenuto di tannino in questa polpa di caffè, determinato con il metodo del filtro mediante l’uso della polvere di pelle, è risultato essere pari a 5,04 %; i tannini presenti nel campione esaminato sono di tipo condensato. Le conclusioni dello studio mettono in evidenza che questi tannini sono in grado di trasformare il collagene della pelle in cuoio.

Al di là dello studio sperimentale sul web viene pubblicizzato un sistema di concia senza cromo con l’impiego della cascara in polvere ricavata dai gusci dei frutti del caffè, scartati dalle piantagioni durante la produzione.

Prove di concia con i fondi di caffè

I fondi di caffè sono un residuo solido generato da un processo di produzione di caffè solubile o espresso. In questo processo i chicchi di caffè to­stati vengono attraversati da acqua cal­da pressurizzata in maniera da estrarre la materia solubile.

Il residuo insolubile viene, invece, detto fondo di caffè ed è un materiale ricco di minerali e sostanze nu­tritive dalle proprietà molto interessanti (figure 6 e 7). Questa sostanza viene prodotta ogni giorno in grande quantità e deve perciò essere smaltita. In Italia se ne produco­no ogni anno 360 mila tonnellate, mentre nel mondo la cifra si aggira intorno a 6 Mton.

Figura 6: Composizione chimica dei fondi di caffè

Figura 7: Caratteristiche dei tannini presenti nei fondi di caffè

Le prove di concia, schematizzate in figura 8, hanno evidenziato che l’estratto acquoso dei fondi di caffè contengono tannini con adeguata capacità conciante, la concentrazione dell’estratto acquoso del 40% è altamente raccomandata per ottenere una pelle adeguatamente conciata. Inoltre, usando una combinazione dell’estratto acquoso, anche a concentrazioni minori del 40%, con un 10% di riconciante sintetico, è possibile avere un significativo miglioramento delle proprietà del cuoio rispetto a quello ottenuto utilizzando solo l’estratto acquoso.

Figura 8: Prove di concia con fondi di caffè esausti

A questo punto, è opportuno sottolineare il fatto che le materie concianti vegetali che si impiegano in conceria possono provenire da parti diverse del vegetale (cortecce, legni, foglie, ecc.. Ad esempio, in Italia, per l’estrazione dei tannini dal legno di castagno vi è a Mondovì (CN) la Silva, leader mondiale nella produzione di estratti vegetali utilizzati nella concia di pelli di qualità superiore. Il processo che adotta, prevede, sul legno triturato, una lisciviazione mediante una serie di estrattori utilizzando acqua calda (120°C o più) in controcorrente. Nel caso del lavoro da me illustrato, l’estrazione è stata effettuata con acqua a 90 °C per 2h con un rapporto solido/ liquido di 1/10. Su tale estratto, gli Autori, hanno trovato un contenuto di tannino sufficiente per ottenere una pelle conciata.

Per quanto concerne, la presenza di tannini residui nei fondi di caffè dopo l’estrazione con vapore pressurizzato della moka, forse dipende dal tipo di estrazione che industrialmente avviene in controcorrente.

Prove di ingrasso delle pelli con fondi di caffè

Il grasso contenuto nei fondi di caffè, dopo estrazione e trasformazione in olio solfonato, è stato usato in varie concentrazioni (5%, 10%, 15%, 20%) per la fase di ingrasso di pelli ovine wet-blue, cioè pelli ovine conciate al cromo.

Le caratteristiche delle sostanze grasse dei fondi di caffè usati per le prove sono riportate in figura 9

Figura 9: Caratteristiche dei fondi di caffè usati per le prove di ingrasso: composizione acidi grassi

La concentrazione ottimale per l’ottenimento di adeguate proprietà meccaniche e di riempimento della struttura fibrosa risulta essere pari al 10%.

Conclusioni

Il caffè è la bevanda più consumata al mondo dopo acqua e tè. Per questo gli scarti derivanti da produzione e consumo di caffè sono da tempo un tema interessante per l’economia circolare. Utilizzare questi scarti nel settore conciario per la concia e l’ingrasso delle pelli può essere un’interessante prospettiva per incrementare l’uso di prodotti chimici da fonti rinnovabili (biobased) nel processo di trasformazione della pelle grezza in cuoio.

Bibliografia

  1. Matteuccia R.M., Perretta A., Labarile R., Grattieri M., Trotta M., Stufano P., Caffè, Materiali Avanzati ed Energia, La Chimica e L’Industria online, anno Vi, n.5, 2022
  2. Mutuku M., Ombui J., Onyuka A.,  Assessment of Coffee Pulp as a Potential Source of Tannins for Leather Processing, Textile & Leather Review, 2022
  3. Nasr A.I., El Shaer M.A., Elraheem M.A., Potential application of Used Coffee Grounds in Leather Tanning, Journal of Ecological  Engineering, 2023
  4. Shaera M.A., Nasr A.I., Kassemb S.T., Alfawal G.S., Elhameda W.A., Elhareem M.A., Oil extracted from spent coffee grounds as a fatliquor in leather tanning, Egypt J. Chrm. (2025)
  5. Naviglio B., Il cuoio al caffè, XVIII Convegno AICC Campania, 17 Ottobre 2025

Che cosa è andato storto?

29 gennaio, 2026 - 10:16

Mauro Icardi

Appartengo senza ombra di dubbio alla categoria dei baby boomers, essendo nato nel 1962.

Per chi fosse interessato i baby boomers sono coloro che sono venuti al mondo tra il 1946 e il 1964, ovvero nel periodo più fulgido dell’epoca definita della “grande accelerazione”.

Terminata la Seconda guerra mondiale in Italia occorreva ricostruire praticamente tutto.

E l’Italia rinasce dopo le distruzioni del secondo conflitto mondiale, dopo i bombardamenti e la guerra civile e incomincia a crescere velocemente, vorticosamente: si vive il miracolo economico, il boom che nel 1962  arriva all’apice. L’anno è ricordato dagli storici come il migliore in assoluto per l’economia italiana. Quinto anno dell’era del miracolo economico fa registrare un incremento del pil pari all’8,6% rispetto al 1961, anno del centenario dell’unità italiana. Un numero enorme, se confrontato con gli incrementi reali o desiderati che oggi vengono pubblicati sui giornali.

Da quell’anno in poi, il Pil continuerà faticosamente a crescere nonostante il miracolo italiano lentamente si sfilacci, si consumi. Dapprima impercettibilmente. Nel 1964 si comincerà a parlare di congiuntura. Arriverà il 1968 anno di cambiamenti. Poi gli anni 70 anni complicati e violenti. Gli anni delle stragi, della lotta politica cruenta. Gli anni del terrorismo. Gli anni che vedranno la nascita del Club di Roma. Il decennio nel quale in Italia viene pubblicato “I limiti dello sviluppo” traduzione approssimativa di “Limits to Growth”. Si riflette sul concetto di crescita. I problemi in quel periodo sono ormai evidenti. Sono gli anni in cui i fiumi sono coperti da nuvole di schiuma, gli anni dell’incidente di Seveso.

Il mio percorso di riflessione e di maturazione, sia personale che professionale, è stato molto influenzato da tutti questi eventi. Può sembrare una bugia, invece è vero che io abbia scritto un tema scolastico in quarta elementare, proprio sui limiti dello sviluppo. Ovviamente un tema abbastanza ingenuo e naif. Mi valse un dieci, che insieme ad un altro dieci in storia rischiava di rendermi inviso al resto della classe. Il rimedio per non rischiare di essere bullizzato fu interessarmi al campionato di calcio, che non avevo mai seguito. Mio padre ascoltava per radio le imprese del grande Torino e io da bambino ubbidiente ne diventai tifoso. Il calcio per me fu come pagare dazio alle malattie esantematiche. Oggi ne sono completamente immune.

Scelsi di essere un chimico alle superiori per un’intuizione vaga, ma che si legava a tutto quello che vedevo accadere intorno a me.  Non esistono solo oggi le isole di plastica, ne ho viste anche nei canali di irrigazione (le “bealere”, termine molto da Regno di Sardegna visto che è diffuso nel Nord Ovest dell’Italia e nella parte settentrionale della Sardegna), quando girovagavo nei dintorni di Settimo Torinese, ovviamente in bicicletta. Lo studio della chimica e della termodinamica mi spalancò un mare di domande e curiosità.

Credo di avere avuto fortuna diventando un chimico che si è occupato quasi esclusivamente di ambiente. Ma anche nel breve triennio di chimico tout court, nella breve esperienza nella fabbrica di vernici, mi rendevo conto che la chimica veniva bistratta spesso in maniera superficiale ed ingiusta.

Avevo letto a diciassette anni il libro di Luciano Caglioti “I due volti della chimica- Benefici e rischi.”

Libro che insieme a “I limiti dello sviluppo” rappresenta il mio tesoro personale.

Sono stato un chimico praticante e militante per trentasette anni. Ora lo sono in maniera diversa da quattro. Osservo le cose con maggiore maturità, ma spesso, in maniera istintiva e irrefrenabile mi trovo a dover intervenire nelle discussioni con i colleghi. Soprattutto quando si parla di gestione di impianti. Non me ne vogliano gli ingegneri o i biologi, categorie con cui ho lavorato, e da cui ho imparato molto.

Ma trovo che il chimico, soprattutto se ha lavorato sul campo, sviluppi un sesto senso gestionale che ritengo sia patrimonio della categoria. Deve essere coltivato e sviluppato ma funziona molto bene.

Restringe il campo delle ipotesi fantasiose, permette di fare eventuali verifiche di funzionamento senza perdere tempo, e senza gravare il laboratorio di campioni ridondanti e in qualche caso inutili.

A volte mi chiedo anche cosa sia andato storto, ovvero perché spesso non si manifesti solo la “chemiofobia”, di cui tante volte abbiamo scritto su questo blog, e di cui si è parlato e discusso. Ma anche un diffuso sentimento di sufficienza, se non di disprezzo non solo per la scienza, e in generale per la conoscenza in senso ampio. La mia anima di boomer spesso rimane stupefatta, anzi molto spesso amareggiata e avvilita. Nel 1998 Alberto Arbasino scrisse uno dei tanti libri profetici e probabilmente poco letti: “Paesaggi italiani con zombi”. Non è il solo che ho letto. Esiste un lungo filo rosso che parte da “La prevalenza del cretino” di Fruttero e Lucentini, passa per “L’elogio dell’imbecille” di Pino Aprile e termina con la “Dittatura dell’ignoranza” di Giancarlo Majorino.

In questi giorni la cronaca mi informa ogni giorno che il bullismo che ho scansato alle elementari, viene sistematicamente praticato da un triste egomaniaco con i capelli color carota, sedicente Presidente degli USA.  Questo soggetto riscuote credito, in maniera per me incomprensibile, proprio tra le persone più svantaggiate sia dal punto di vista economico che da quello educativo. Io ho gioito di ogni mio progresso conoscitivo  e oggi mi trovo catapultato in un tempo che non solo non sento più mio, ma che non è stato immaginato nemmeno nei libri di Philip Dick o di J.B. Ballard scrittori che di distopie se ne intendevano. Mi sento catapultato in una società distopica mio malgrado e mi chiedo sempre più spesso:

Che cosa è andato storto?”

Ma non sono ancora riuscito a trovare una risposta.  E intanto gli zombi diventano classe dirigente.

Come celebrare il 27 gennaio oggi?

27 gennaio, 2026 - 08:58

Claudio Della Volpe

Primo Levi rimane sempre un punto di riferimento anche oggi, dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni e mesi.

Nello stesso campo di sterminio di Buna-Monowitz (o anche Auschwitz III) in cui Levi era detenuto col numero 174517, era detenuto anche un’altra persona di cittadinanza tedesca, col numero 172364, che diventerà un famoso scrittore, col nome di Jean Améry.

Jean Améry era il nome scelto dopo la guerra da Hans Mayer, un ebreo da parte di padre, non praticante, come chiarisce nei suoi libri, che apprese da adulto le origini ebree della sua famiglia e l’esistenza della lingua yiddish, ma capì bene che essere ebreo ha ben altro significato, non bastano solo le radici, ma serve la condivisione di tradizioni e riti; di fatti Améry non fu mai ebreo in senso proprio ma si sentì un intellettuale umanistico (non naturalistico come Levi e parla anche di questa differenza nel suo libro), si definiva un”non-non ebreo”: intendendo di non essere né ebreo ma nemmeno non-ebreo.

Nel ’38, dopo l’Anschluss, scappò in Belgio e ad Anversa entrò nella resistenza. La Gestapo lo arrestò nel luglio del ’43, lo torturò nel forte di Breendonk. È stato ad Auschwitz, a Buchenwald, a Bergen Belsen. Era un intellettuale, uno scrittore. Un superstite dell’Olocausto, come Levi. Non sappiamo se si conobbero nel campo di concentramento di Buna-Monowitz (Auschwitz III), dove entrambi furono internati e lavorarono Améry come manovale e Levi come chimico nel laboratorio del Buna Werke. Levi lo presenta in un certo senso nel capitolo VI di I sommersi e i salvati che è tutto dedicato al commento del libro di Améry, Intellettuale a Auschwitz.

Jean Améry

Dopo la guerra Mayer cambiò il suo nome e cognome tedeschi in un nome e cognome francesi, anagrammando quello tedesco (Mayer<-> Améry), un modo di rifiutare la sua patria di origine e scrisse, fra l’altro, il primo libro sulla sua esperienza ad Auschwitz, “Un intellettuale ad Auschwitz”; il suo atteggiamento rispetto alla questione della Shoah era diverso da quello di Levi; Améry chiamava Levi quello che ha perdonato, il perdonatore.

Nello specifico, nel suo saggio Intellettuale a Auschwitz (contenuto in Intellettuale a Auschwitz. Vol. 1: Rivolti su se stessi), Améry scrive: «[…] io non potevo e non volevo perdonare. Levi, invece, ha perdonato, in modo che io non posso non sentirmi preso in causa dalla sua indulgenza».

Il libro di Améry è fatto di 5 saggi; nel saggio intitolato “Ressentiments” (Risentiti) (all’interno del libro Intellettuale a Auschwitz (originariamente Jenseits von Schuld und Sühne)) Améry critica la posizione di Levi, ritenendola incompatibile con la necessità di mantenere vivo il risentimento come unica forma di giustizia per la vittima.

Eglipercepisce l’approccio di Levi, orientato alla comprensione razionale e alla riconciliazione (spesso associato alla frase di Levi “conoscere è necessario*“), come una rinuncia alla pretesa morale che la vittima ha nei confronti del carnefice; descrive la posizione di Levi come un atto di perdono che lui stesso non era disposto a concedere.

In sostanza a differenza di Levi, Améry considera il risentimento un modo di fare giustizia. Famoso l’episodio che egli racconta sul suo restituire il pugno al kapò durante l’interrogatorio.

Eppure entrambi sia Levi che Améry, così diversi nel giudizio sulla Shoah, nel corso del tempo ebbero modo di criticare profondamente il comportamento del nascente stato israeliano nella sua conquista militare del territorio palestinese.

Potremmo definire quello di Levi un sionismo critico, Levi riconosceva il diritto di Israele a costruire uno stato, ma non per questo lo considerava esente da condanne morali e politiche, rifiutando un sostegno incondizionato; specie dopo i fatti del Libano questa posizione si radicalizzò, come abbiamo raccontato nel post del 27 gennaio dello scorso anno, in cui abbiamo riproposto integralmente la intervista che Gad Lerner fece a Levi nel 1984.

Améry, che non condivideva la visione antimperialista che si sviluppò velocemente dopo la guerra dei sei giorni e i fatti del Libano, (e che considerava (e considera) l’occupazione della Palestina come un atto coloniale) espresse comunque la necessità di poter criticare le politiche del governo israeliano e i suoi atti politici, la sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, l’invasione del Libano (la prima con l’operazione Litani).

In uno dei suoi ultimi saggi scrisse:

Chiedo urgentemente a tutti gli ebrei che vogliono essere esseri umani di unirsi a me nella condanna radicale della tortura sistematica. Dove inizia la barbarie, devono finire anche gli impegni esistenziali”.

Più avanti scrisse ancora: Il solo fatto che Begin, “con la Torah in mano e il ricorso alle promesse bibliche”, parli apertamente di rubare la terra palestinese “sarebbe una ragione sufficiente”, scrisse, “affinché gli ebrei della diaspora rivedano il loro rapporto con Israele”. Améry implorò i leader israeliani di “riconoscere che la vostra libertà può essere raggiunta solo con il vostro cugino palestinese, non contro di lui”.

Dunque entrambi questi due intellettuali che potremmo definire ebrei della diaspora, che rimasero nella diaspora, che terminarono entrambi la loro vita con un atto di estremo rifiuto (si suicidarono entrambi, Améry nel 1978 e Levi nel 1987), rivendicarono la libertà di criticare le azioni degli altri ebrei, senza per questo rinnegare la condanna della Shoah.

Pur essendo personalmente vicino alla valutazione della sinistra estrema sul tema dello stato ebraico, penso che questo sia il modo minimo corretto per ricordare la Shoah oggi. Non possiamo dimenticarla ma non possiamo nemmeno tramite essa assolvere in alcun modo chi ripropone l’inumanità, la tortura, la espropriazione e la violenza sistematica come sistema di vita nascondendosi dietro le conseguenze della Shoah.

Consultati:

Jean Améry, il filosofo del risentimento che litigò con l’altro superstite Primo Levi Jean Améry, intellettuale a Auschwitz La Shoah dopo Gaza

https://ilmanifesto.it/la-tortura-secondo-jean-amery

Sul confronto fra i due scrittori si veda anche:

Rileggere Primo Levi

https://www.assemblea.emr.it/cittadinanza/per-approfondire/formazione-pdc/viaggio-visivo/i-campi-di-auschwitz/selezione-immatricolazione-vita-nei-lager/intellettuale-ad-auschwitz

https://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Am%C3%A9ry

Améry ha scritto parecchi libri anche tradotti in italiano: Il nuovo antisemitismo. Interventi 1969-1978 ,  Intellettuale ad Auschwitz, la raccolta Rivolta e rassegnazione in cui rifletteva sul tema della vecchiaia, Levar la mano su di sé, quando poneva il tema del suicidio.

* Dice Levi ne I sommersi e i salvati «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

Società e ambiente

25 gennaio, 2026 - 16:36

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Ho letto un file di Frontiers che mi ha molto colpito perché per la prima volta l’inquinamento ambientale viene correlato da un lato alla mancanza di politiche sanitarie, economiche e sociali finendo per considerarle responsabili e di conseguenza indispensabili da affrontare; in mancanza di ciò i problemi strettamente ambientali, anche se risanati sono destinati a riprodursi con evidenti perdite.

Gli inquinamenti ambientali colpiscono in misura sproporzionata le popolazioni più vulnerabili.

La giustizia ambientale e un quadro di riferimento indispensabile per la salute pubblica.

Un recente studio sugli USA ha dimostrato la proporzionalità fra inquinamento e casi di patologie tumorali. Le politiche energetiche sostenibili possono produrre benefici diretti per salute ed economia a livello comunitario. D’altra parte lo sviluppo economico e l’innovazione tecnologica rappresentano leve essenziali per il raggiungimento della sostenibilità., intesa non solo come sfida tecnologica, ma anche economica e sociale.

La rapida urbanizzazione rappresenta un rischio, oltre che un’opportunità, per la sostenibilità, decadendo talora per urgenza in strutture prive dei servizi civili elementari.

La tanto aspirata decarbonizzazione senza un adeguato coinvolgimento della comunità rischia di esagerare le disparità economiche e sociali.

In definitiva la sostenibilità ambientale deve essere vista come traguardo all’interfaccia dei cicli di reciproci riscontri tra sistemi ecologici, sanitari ed economici con il limite che questi hanno unità di misura non fra loro commensurabili.

Il lavoro citato è l’editoriale del numero di nov. 2025 di Frontiers in Environmental Science

Riflessione su COP30.

21 gennaio, 2026 - 13:39

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Risulta molto istruttivo, a distanza di tempo dalla chiusura di COP30, rileggere quali erano le attese e riflettere sugli esiti.

Presidente da República, Luiz Inácio Lula da Silva, durante a fotografia oficial da Cúpula do Clima (COP30). Parque da Cidade – Belém (PA)

Foto: Ricardo Stuckert / PR

COP30 organizzata dal Brasile presso il Parco della città di Belém si è tenuta dal 10 al 21 novembre 2025.

Quasi metà del campione globale intervistato (49%) riteneva che Cop30 sarebbe stata un evento prevalentemente simbolico, incapace di generare cambiamenti reali nella lotta al cambiamento climatico. Solo il 34% prevedeva risultati concreti. Lo scetticismo era più pronunciato nelle economie avanzate, dove appena il 25% degli intervistati europei e il 24% dei nordamericani confidavano in un esito sostanziale. Al contrario, in Africa, Medio Oriente e Asia-Pacifico si registrava un maggiore ottimismo, indice di aspettative più elevate verso i processi multilaterali.

Il fattore generazionale introduceva un ulteriore livello di complessità: se gli over 55 apparivano più disillusi, con circa il 60% che considerava Cop30 un mero rito diplomatico, tra la GenZ tale quota scendeva al 37%, mentre il 45% degli under 25 riteneva che l’evento avrebbe portato risultati tangibili. Questa asimmetria segnala una maggiore fiducia nelle istituzioni internazionali tra i segmenti più giovani, tradizionalmente più sensibili ai temi climatici.

Per il 39% degli intervistati il successo della COP sarebbe passato per tre direttrici: protezione degli ecosistemi, riforestazione e trasformazione economica in chiave sostenibile. Solo l’11% riteneva che fermare la deforestazione sia sufficiente e appena il 4% difendeva la tesi secondo cui la perdita di foreste sarebbe un prezzo inevitabile per lo sviluppo. Una parte rilevante dell’opinione pubblica (26%) chiedeva anche meccanismi di compensazione per i danni climatici già prodotti, con picchi oltre il 40% in America Latina e Sud-est asiatico. In quest’ottica, Belém ha assunto un valore simbolico e operativo: una sede collocata nel cuore dell’Amazzonia che amplificava l’urgenza di soluzioni congiunte contro deforestazione e degrado degli ecosistemi.

Il 69% degli intervistati era convinto che le imprese privilegiassero il profitto rispetto alla tutela ambientale e il 65% sosteneva l’obbligo per le aziende di destinare una parte degli utili ad azioni climatiche. Secondo il campione globale, la principale criticità è la mancanza di volontà politica (42%), seguita dall’insufficienza dei controlli su deforestazione e inquinamento (34%) e dalla scarsità di risorse finanziarie (31%); per l’Italia viene richiesta una sensibilità elevata verso giustizia climatica e transizione regolata, con consenso significativo verso misure come contributi obbligatori delle imprese e responsabilità finanziaria dei grandi patrimoni. L’appuntamento di Belém arrivava in un momento in cui l’urgenza climatica non coincideva ancora con una fiducia piena nel multilateralismo.

La richiesta sociale è però chiara: maggiore responsabilità politica, impegni economici vincolanti e una transizione equa capace di tutelare popolazioni ed ecosistemi.

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