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BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA'

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Nell’Antropocene, l’epoca geologica attuale fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo, la Chimica ha il compito di custodire il pianeta e aiutare a ridurre le diseguaglianze mediante l’uso delle energie rinnovabili e dell’economia circolare.
Aggiornato: 5 ore 58 min fa

Sapere di vecchio.

28 settembre, 2026 - 07:40

Claudio Della Volpe

In un recente romanzo, Noi non abbiamo colpa, di Marta Zura-Puntaroni, dedicato al confronto di tre generazioni di donne in un paesino delle Marche (dove l’autrice è effettivamente nata) si introduce esattamente la molecola di cui parliamo oggi, il 2-nonenale.

L’autrice, che lavora da remoto, torna a casa per aiutare la mamma nel gestire la nonna Carlantonia che si è ammalata di Alzheimer; descrive nel dettaglio come l’odore della nonna che lei ricorda, il tipico profumo di mughetto, venga progressivamente sostituito da quello della vecchiaia introducendo la spiegazione chimica del fenomeno. Nel romanzo, questo dettaglio clinico e olfattivo serve a Marta, l’autrice, per raccontare in modo crudo, preciso e privo di retorica il decadimento fisico della persona amata.

In effetti la molecola ha trovato gli onori della cronaca molto prima, nel 2001 con questo lavoro giapponese pubblicato su JID:

E questo dipende dal fatto che nella cultura giapponese c’è perfino una parola che descrive quello che questa molecola fa; è la principale responsabile di quello che in Giappone viene chiamato kareishū (l’odore della mezza età o degli anziani).

Il kareishū non dipende, come si potrebbe pensare, da scarsa igiene, ma è proprio un risultato dell’invecchiamento.

Sebbene la descrizione dell’odore della sostanza chimica pura contenga componenti raffinati come l’iris e freschi come il cetriolo, la combinazione con la nota grassa e la sua concentrazione sulla pelle lo rendono un odore tipicamente descritto come “di chiuso”, ceroso o nostalgico.

Come vedremo il 2-nonenale è una molecola volatile prodotta dalla degradazione dei lipidi cutanei.

Con gli anni il corpo combatte meno lo stress ossidativo e una dieta ricca di grassi o spezie e l’uso di tessuti sintetici possono accentuarlo. Con l’età inoltre si riduce l’olfatto e la persona potrebbe non accorgersi del problema.

Gli autori giapponesi hanno usato un rivelatore specifico della perossidazione dei grassi il TBA, acido tiobarbiturico che reagisce in modo selettivo ed è usato come indicatore colorimetrico del processo.

Esiste addirittura un numero di TBA usato per valutare la rancidità, ossia il livello di ossidazione dei grassi nei cibi e prodotti vari e come indicatore del cosiddetto stress ossidativo. La tecnica valuta la variazione dell’assorbimento di un prodotto specifico della degradazione dei grassi, in particolare la malondialdeide (MDA). L’acido 2-tiobarbiturico reagisce con la malondialdeide formando un complesso colorato di rosa-rosso. La malondialdeide (MDA, forma enolica) molecola. Marcatore ...L’intensità del colore viene misurata con uno spettrofotometro a una lunghezza d’onda vicina a 532–535 nm

Il 2-nonenale è un’aldeide insatura prodotta dal corpo umano quando gli acidi grassi omega-7 del sebo si ossidano a contatto con l’aria. Dopo i 40 anni, la pelle produce più acidi grassi e diminuiscono le difese antiossidanti naturali dell’organismo. Una possibile sequenza di reazioni è quella illustrata qui sotto.

L’ossidazione dei comuni lipidi genera dunque il 2-nonenale, un odore descritto come erbaceo, ceroso o simile al grasso stantio.

C’è da fare una riflessione più tecnica; come potete vedere esistono due molecole diverse di 2-nonenale a causa del doppio legame, la cis e la trans. E non sono equivalenti.

Il cis-2-nonenale ((Z)-2-nonenale), ha una struttura molecolare “ripiegata” ed è percepito dal naso umano in modo differente. Di norma, in chimica dei profumi e degli aromi, gli isomeri cis delle aldeidi insature tendono ad avere note più pungenti, penetranti o chimiche, e hanno soglie di percezione olfattiva (la quantità minima per sentirne l’odore) diverse rispetto alla loro controparte trans.

La responsabile del nostro problema è il trans-2-nonenale.

Il trans-2-nonenale ((E)-2-nonenale) è l’isomero più comune perché più stabile, noto in ambito biologico e dermatologico. Questo è il vero responsabile dell’odore di anziano.

Essendo una molecola oleosa che si forma in profondità negli strati lipidici della cute, non può essere eliminata lavandosi più spesso o mascherata con i normali profumi.

Come ridurlo o prevenirlo non è semplice.

  • Igiene mirata: Usare detergenti specifici in grado di rimuovere i lipidi ossidati (le normali saponette a volte non bastano a eliminare il 2-nonenale). Si può usare un sapone al kaki, come i saponi al kaki giapponese (Kakishibu), molto diffusi nella cosmesi asiatica, e formulati appositamente per questo scopo. Non usate saponi “forti” a pH alto che possono danneggiare lo strato protettivo della pelle. Al contrario i tannini specifici del kaki e del suo sapone legano e neutralizzano chimicamente il 2-nonenale; quindi oltre alla reazione diretta c’è anche un effetto di ingabbiamento legata alla struttura complessa dei tannini.
  • Idratazione: Bere molta acqua aiuta a depurare l’organismo e a mantenere la pelle idratata.
  • Alimentazione: Limitare cibi molto speziati, aglio, cipolla e alcolici.
  • Vestiti: Scegliere indumenti in fibre naturali come cotone o lana per favorire la traspirazione

Non riesco tuttavia ad indicarvi un lavoro specifico sull’effetto del kaki e dunque mi rimane un dubbio sulla efficacia risolutrice del carissimo prodotto giapponese.

Questo mi ha anche indotto a cercare conferme in letteratura e devo dire che non ci sono molti lavori sul tema che confermino i risultati giapponesi del 2001, per di più ottenuti in laboratori di ricerca industriale e non universitari. Dunque è legittimo chiedersi se ci sia stato un potenziale conflitto di interessi.

Lavori più recenti pur concludendo che esistono differenze con l’età non trovano nette risultanze relative al 2-nonenale, ma confermano che una differenza ci sia; per esempio

https://academic.oup.com/bjd/article-abstract/159/4/780/6641502?redirectedFrom=fulltext&login=false

e soprattutto questo che però conclude addirittura che ad un gruppo di controllo l’odore degli anziani appare più accettabile di quello delle persone di mezza età o dei giovani.

https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3364187

Insomma c’è ancora da capire se effettivamente il 2-nonenale sia così chiaramente il solo responsabile della differenza.

Ma il dato rimane; noi anziani (ho ormai 76 anni) molto probabilmente siamo influenzati da questa riduzione della nostra capacità di gestire l’ossidazione dei grassi.

Ma non facciamocene un cruccio. La vita cambia odore, ma rimane bella lo stesso.

https://www.ilpost.it/2015/06/19/perche-anziani-odorano-vecchio

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11286617

Una nuova minaccia per lo strato dell’ozono?

24 settembre, 2026 - 05:49

Il punto interrogativo è di obbligo in quanto non si vuole ingenerare nuove paure, ma la scienza deve prendere in considerazione una nuova problematica che per adesso è stata trascurata. Dallo Sputnik nel 1957 in poi il numero di missioni spaziali e satelliti messi in orbita è a dir poco cresciuto esponenzialmente.

L’ESA segnala che lo sviluppo continuo di estese infrastrutture spaziali, come le costellazioni di satelliti, dovrebbe ancora triplicare il numero di oggetti monitorati in orbita terrestre bassa (LEO)

Figura 1  In orbita attorno alla Terra ci sono circa 14.500 satelliti attivi su un totale di circa 46.000, fra satelliti dismessi, stadi di razzi e detriti delle dimensioni di più di 10 cm

L’aumento del numero di satelliti e veicoli di lancio che rimangono in orbita terrestre porta alla necessità di smaltimento dei vettori e dei satelliti post-missione per evitare la presenza sulle orbite basse dei “rifiuti” spaziali. Le linee guida internazionali raccomandano che il rientro avvenga entro 25 anni dalla fine della missione, mentre la Federal Communications Commission (FCC) attualmente applica un obbligo di dismissione entro 5 anni per limitare l’affollamento orbitale. A questo punto bisogna tenere conto dei potenziali impatti ambientali causati dal grande numero di oggetti che rientrano dalla LEO. I veicoli spaziali bruciano durante il rientro atmosferico, perdendo in media dal 51% al 95% della loro massa costituita principalmente da alluminio che viene dispersa. Quale destino subisce l’alluminio al suo rientro nell’atmosfera? Ad alta temperatura reagisce con l’ossigeno generando ossidi di alluminio. Già da molti decenni è noto che gli ossidi di alluminio possono interferire con la chimica dell’ozono stratosferico. Fra le reazioni la loro superficie catalizza la reazione di attivazione del cloro dell’acido cloridrico presente nei gas di scarico dei motori a razzo a combustibile solido, con una probabilità di reazione del 2% che aumenta l’assottigliamento dell’ozono [1].

Recentemente un articolo presenta la prima simulazione su scala atomica del processo di ossidazione dell’alluminio per un piccolo satellite durante il rientro atmosferico che subisce ablazione termica nella parte alta della mesosfera.

Figura 2 Gli strati dell’atmosfera. I satelliti orbitano su un orbita terrestre bassa (in lingua inglese low Earth orbit, in sigla LEO) attorno alla Terra di altitudine compresa tra 200 e 2000 km.

La simulazione determina l’accumulo di cluster di ossido di alluminio e cluster di alluminio man mano che la reazione avviene in un ambiente povero di ossigeno nel rientro nella mesosfera. Il tempo necessario è stimato fino a 30 anni per scendere dalla parte alta della mesosfera fino allo strato di ozono stratosferico. Raggiunta un’altitudine di circa 40 km, gli ossidi di alluminio catalizzano l’attivazione del cloro. Questo dato suggerisce che le concentrazioni di composti di ossido di alluminio potrebbero iniziare ad aumentare nella mesosfera molto prima di raggiungere lo strato di ozono stratosferico. Ciò introdurrebbe un ritardo evidente tra l’inizio del processo di immissione quando i satelliti vengono dismessi e le eventuali conseguenze sulla distruzione dell’ozono nella stratosfera. La stima è che 41,7 tonnellate metriche di alluminio siano rientrate nell’atmosfera nel 2022, superando il livello naturale proveniente dai micrometeoriti, che nelle loro 60 tonnellate giornaliere contengono solo un 1% di alluminio, di circa il 30%. Ma guardando al futuro e applicando le previsioni di rientro, considerando il dispiegamento delle mega-costellazioni, come Starlink, una rete di 40.000 oggetti, il rapporto di eccesso di alluminio nella parte superiore della mesosfera può raggiungere un eccesso annuale superiore al 640% rispetto ai livelli naturali. Inoltre bisogna tener conto che il modello MD non prende in considerazione tutte le specie chimiche presenti nelle leghe di alluminio e nella miscela d’aria per la mancanza di potenziali interatomici tra tali specie. Quindi anche in questo caso stiamo alterando il ciclo naturale degli elementi. Per non trovarci di fronte ad un problema conclamato, come sta accadendo oggi per molte molecole immesse nell’ambiente senza tenere conto del loro impatto sugli ecosistemi, è fondamentale esplorare ulteriormente le problematiche evidenziate in questo studio e non trascurare gli effetti del rientro dei satelliti nell’atmosfera.

Riferimenti

1.Hanning‐Lee, M.  Ozone decomposition on alumina: Implications for solid rocket motor exhaust. Geophysical Research Letters 1996, 23(15), 1961–1964. https://doi.org/10.1029/96GL01808.

2. Ferreira, J. P. et al. Potential ozone depletion from satellite demise during atmospheric reentry in the era of mega‐constellations. Geophysical Research Letters, 2024, 51, e2024GL109280. https://doi.org/10.1029/2024GL109280.

Il vero piano Mattei all’opera.

19 settembre, 2026 - 13:19

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Strane regole quelle della politica dove le attività a volte si intrecciano in modo disordinato facendo perdere al cittadino la possibilità di capire quali siano le reali volontà. Mi riferisco al piano Mattei più volte ed in più sedi esaltato, che a volte pare più un titolo da immagine mediatica che un accordo politico economico che il mondo occidentale intende realizzare con i Paesi Africani finalizzato a dimostrare la volontà occidentale di effettivo supporto economico e tecnologico.

Sono iniziative che dovrebbero contrastare le visioni speculative e colonizzatrici, le stesse che sembrano giustificare le attuali macro differenze fra Paesi Europei e Paesi Africani in termini di impronta ecologica; l’impronta si misura in ettari globali pro capite e vale in media 4-5 per i paesi europei e poco più di 1 per i paesi africani con casi come l’Etiopia dove vale 0.5.

Come poi il progetto Mattei si concretizzerà fa parte del dubbio instillato da una riflessione sui fatti del passato. Ma anche del presente.

Nell’ambito delle iniziative del piano Mattei il nostro Governo approva ed allestisce nel Parco Archeologico del Colosseo una mostra su Troia e Roma, autodefinitasi

Promossa nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo, la mostra rappresenta un’importante iniziativa di diplomazia culturale

in cui partendo dal rapporto Antica Grecia-Antica Roma si esalta il ruolo delle culture mediterranee, Africa compresa sullo sviluppo della Grande Roma. Questa visione mediterranea della mostra viene affidata ad una serie di personaggi quali Paride, Enea, Priamo, Ecuba, Cassandra, Ettore, Agamennone, Menelao, Achille, Patroclo, Enea, Lavinia Ascanio e Romolo con i loro viaggi inter-mediterranei e le loro storie mitiche.

Questa la teoria.

Ma cosa succede nella pratica?

In questa storia c’entra la chimica perché sono proprio i progetti chimici di risanamento ambientale e climatico, previsti dal Piano Mattei, ad avere contribuito a creare una condizione di contrasto e disagio con l’Etiopia, uno dei Paesi inclusi nel piano Mattei, e caso esemplare di quanto quel Paese si attenda da questi interventi di sostegno tecnologico ed amministrativo

Anche nel negativo si conferma quindi che la correlazione fra bilancio chimico e benessere sociale ed economico, in più sedi invocata, sia vera.

Non a caso la cosa si è verificata con il paese a più bassa impronta ecologica, l’Etiopia.

L’ambasciatore italiano in Etiopia, Sem Fabrizi, è stato richiamato a Roma nell’estate del 2026 dopo appena nove mesi ad Addis Abeba. Il richiamo è stato disposto con un decreto del Presidente della Repubblica del 30 luglio 2026. La decisione è arrivata in deroga ai tempi minimi di permanenza previsti per una sede diplomatica. La notizia ha sollevato molte domande sul valore strategico dei rapporti tra Italia ed Etiopia. Le cause del caso diplomatico secondo diverse ricostruzioni giornalistiche collegherebbero il rientro alle forti pressioni in tal senso da parte del primo ministro etiope Abiy Ahmed Alì (premio Nobel per la pace nel 2019, ma poi evolutosi in direzione autoritaria).

Al centro delle tensioni ci sarebbero stati possibili disaccordi su visti, acquisto di armi , diritti umani (i rinnovati scontri nel Tigrè Abissino) ed anche su finanziamenti a progetti pro Etiopia in campo energetico, climatico ed ambientale, come approfondito in un articolo su Il Post (si veda anche qui e qui).

Molti osservatori analizzano le ragioni dietro la breve durata del mandato in un approfondimento dedicato ai motivi del richiamo di Sem Fabrizi. Il Ministero degli Esteri italiano ha smentito le voci di una vera e propria espulsione o di un grave scontro istituzionale. L’episodio viene comunque considerato un precedente insolito e delicato per la diplomazia italiana nell’area del Corno d’Africa.

Consultati:

https://silerenonpossum.com/it/perche-ambasciatore-italiano-etiopia-sem-fabrizi-nove-mesi

Ricette d’Autore: la Pasta di Hoffmann

14 settembre, 2026 - 17:41

Matteo Savastano

Quest’oggi per la rubrica di cucina della SCI ho il piacere di sottoporvi la ricetta della Pasta di Hoffmann.

Pasta di Hoffmann

Difficoltà: ★☆☆☆☆

Tempo di preparazione: 5 minuti

Ingredienti per 4 persone: Olio EVO, …

Ovviamente scherzo, ma a metà, perché alla fine del post la ricetta della Pasta di Hoffmann la darò davvero.

L’origine di questo post insolito è una miscela di “sacro” e “profano”.

Per quanto riguarda il “sacro”, e credo di non essere l’unico qui, ovunque i miei interessi di ricerca mi portino, dai poliioduri, alle teorie di legame, ai peculiari modi di coordinazione di I2 sui centri metallici, continuo a inciampare, sempre in maniera piacevolissima, nel lavoro di Hoffmann. Parlo ovviamente del premio Nobel Roald Hoffmann (1), nato nel 1937 (il dettaglio sull’anno di nascita ci serve più avanti).

Per quanto riguarda il “profano”… beh, questa storia curiosa inizia con l’arrossamento da pannolino dei neonati.

Fu così che un bel giorno mi trovai in farmacia per comprare la classica pomata a base di ossido di zinco, cosa che mi era già ampiamente successa per la mia prima nata (peraltro senza causare incidenti). Fatto sta che il farmacista mi disse che sì, l’avevano, ma che ci avrei trovato sopra un nome diverso e di non preoccuparmene. Inutile dire che mi incuriosii subito.

Fu così che mi trovai tra le mani un barattolo di “Pasta di Hoffmann”.

“Pure qua! Certo che il buon Roald ne ha fatte più di Carlo in Francia…” pensai tra me e me, uscendo dalla farmacia a metà tra l’incuriosito e il divertito.

Ecco, da un po’ di tempo a questa parte (me ne hanno venduto un bel barattolone) ho questo oggetto in casa che mi osserva; ci osserviamo a vicenda per dire la verità…

L’idea che la Pasta potesse avere a che fare con Roald Hoffmann è evidentemente frivola, un caso classico di deformazione professionale, lo ammetto, ma ormai la curiosità mi si era accesa.

Andando nella Farmacopea ufficiale (pareva un buon punto di partenza per un preparato), del nome di Hoffmann non c’è traccia. Va anche detto che le edizioni moderne si sono gradualmente adeguate al linguaggio scientifico limitando eponimi e nomi tradizionali: magari un tempo c’era.

Prendendo qualche edizione più antica, per esempio la Farmacopea Regia del 1892, il nome di Hoffmann effettivamente compare, seppure associato ad altri rimedi, come il liquore anodino di Hoffmann.

Ammettendo che i rimedi siano dello stesso Hoffmann, se sono attestati nel 1892 allora possiamo certamente escludere che si debbano a Roald.

Da un lato me l’aspettavo, dall’altro la cosa mi ha sottilmente inquietato: la Pasta di quale Hoffmann avevo in casa?


Rimanendo nel campo delle ipotesi divertenti (e parimenti assurde) ammetto di aver desiderato che potesse avere a che fare con il mio Hoffmann preferito, che – non me ne vogliano gli altri Hoffmann – rimane Ernst Theodor (Wilhelm), successivamente anche Amadeus, per gli amici E.T.A. (1776-1822), il grande Romantico (Figura 1).

Figura 1. E.T.A. Hoffmann (1776–1822). Incisione su rame di Karl Ludwig Bernhard Buchhorn, 1823, tratta da un autoritratto a gessetto di Hoffmann oggi perduto. Fonte: Staatsbibliothek Bamberg, L.g.o.391-e(F 23,1, end paper)

Malgrado sia passato alla storia soprattutto come scrittore, E.T.A. Hoffmann era un personaggio particolarmente eclettico. Gli studi di giurisprudenza e l’attività legale non gli impedirono di coltivare le arti: oltre la scrittura, fu critico musicale, compositore, disegnatore, caricaturista; ebbe addirittura qualche guaio per l’uso liberale della satira. Ora, in diverse delle opere, partendo da Der Sandmann, si riscontra sia una certa tendenza all’occulto sia una certa attenzione ad alcuni ambiti scientifico-tecnologici emergenti dell’epoca (automi meccanici, ottica, magnetismo, pratica dell’ipnosi e dell’alchimia). Al netto di ciò, non ci sono fonti che attestino un suo interesse scientifico o alchemico diretto, che pure non sarebbe stonato con l’aura del personaggio. Più probabilmente era un uomo colto dei suoi tempi, sensibile al progresso scientifico, a cui la scienza arrivava, sì, ma debitamente filtrata. Da lì a farne una sorta di speziale, inventore della Pasta di Hoffmann, ce ne passa. In più, vista la fama del soggetto, la cosa si sarebbe certamente risaputa.

“No, non è nemmeno lui”, pensai, e passai oltre.

Vagliata questa folle ipotesi mi rimisi il cuore in pace, o così credevo… il fatto è che ormai avevo, letteralmente… le mani in Pasta…

Un po’ più seriamente, mi sovvenne di aver incontrato, da studente, reazioni e regole che portano lo stesso nome (distinte però da quelle di Woodward-Hoffmann, che sono sempre di Roald): sarà forse lui?

Mi sbagliavo alla grande.


Avevo infatti in mente Hofmann (August Wilhelm von, 1818-1892) (Figura 2) – con una f sola però* – che fu allievo di Liebig. Per farvela breve… non c’entra niente!

Figura 2. August Wilhelm von Hofmann (1818–1892), ca. 1871. Fotografia di Carl Günther. Fonte: Wikimedia Commons

Degli importanti contributi di questo Hofmann ha parlato qui sul blog Cervellati, per cui non è necessario che mi dilunghi (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2022/07/18/august-wilhelm-von-hofmann-chimica-organica-con-annessi-e-connessi/#_ftn3)

Cercando Hoffmann in relazione a medicamenti e chimica ne ho trovato un altro: Felix (1868-1946) (Figura 3).

Tra i suoi risultati più notevoli c’è sicuramente la sintesi (per Bayer) dell’aspirina: aveva dunque ben ragione di chiamarsi Felice…


Figura 3. Felix Hoffmann (1868–1946), aprile 1894. Fonte: Bayer; Wikimedia Commons

Niente ossido di zinco però!

Anche qui sono stato preceduto da Cervellati (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/04/04/aspirina-breve-storia-di-un-farmaco-pluripotente/#_ftn3) e Campanella (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2018/04/13/breve-storia-dellaspirina/) e vi rimando pertanto ai post sulla storia dell’aspirina.

Guardando alle sostanze di sintesi ne avrei trovato anche un altro, di nuovo un Hofmann-con-una-f-sola, Albert (1906-2008). Fu il primo a preparare l’LSD e a scoprirne gli effetti (2). Di Albert Hofmann esiste una splendida fotografia storica in laboratorio, con un modello molecolare dell’LSD in mano, conservata negli archivi Novartis e visionabile online (https://www.houseofswitzerland.org/swissstories/history/swiss-beginnings-lsd). Albert ha però lo stesso “problema” di Roald: è nato dopo rispetto all’attestazione sulla farmacopea del 1892.

Il mistero si inspessiva, e con esso la Pasta: letteralmente (ha tendenza alla sineresi…).

Cercando tra le liste dei preparatori galenici, un po’ più tradizionali e un po’ meno normate rispetto alla farmacopea ufficiale, il nome di Hoffmann diventa più frequente. Si riesce perfino a trovare evidenza della Pasta stessa (3). Per la verità, en passant, la pasta di Hoffmann è stata nominata in precedenza anche qui sul blog a proposito dei preparati all’ossido di zinco (senza però fornire ulteriori lumi) (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/02/29/zinco-e-ossido-di-zinco-una-riscoperta/).

Quindi risulta fuori di dubbio che prima della fine dell’Ottocento un certo Hoffmann dovesse aver prodotto significativi avanzamenti nei preparati farmaceutici. Chi?

Un po’ i nomi degli altri rimedi (che aiutano molto a trovarlo) e un po’ la loro natura (sono tutte “mescolate semplici”) mi hanno finalmente condotto ad un Hoffmann decisamente promettente: Friedrich!

Friedrich Hoffmann (1660-1742) (4), talvolta anche Hofmann-con-una-effe-sola, e a volte erroneamente confuso con il padre omonimo (se distinti, questo secondo è detto “il vecchio”), fu un medico di fama procedente da una famiglia di inveterata tradizione medica. Divenne professore ad Halle, nel 1693, per volere del principe elettore Federico III di Brandeburgo (passato alla storia come il futuro re Federico I di Prussia), dove risiedette per quasi cinquant’anni. Ad Halle raggiunse per 5 volte la massima carica accademica, cioè quella di prorettore (essendo la carica di rettore ai tempi riservata ad un membro della famiglia regnante). Fanno eccezione alcuni periodi, in quanto, nominatolo consigliere di corte (1703) e in seguito medico personale (1709-1712), Federico I lo volle a Berlino. A margine, dettaglio che risulta interessante nel seguito, Hoffmann ebbe a dire che “nelle corti vi è una splendida miseria” e che “l’intera vita di corte è quanto di più ostile possa esistere agli spiriti liberi”: pareva, dunque, preferire di gran lunga l’attività accademica.

Ebbe centinaia di studenti, decine dei quali divenuti accademici a loro volta, e conserviamo di lui una abbondante produzione scritta.

Dunque, sì, Friedrich Hoffmann fu un importante ed influente docente e medico.

Ha lasciato diversi preparati, quali il “Liquor anodynus Hoffmanni” (le “gocce di Hoffmann”), l’“Elixir viscerale Hoffmanni” e il “Balsamum vitae Hoffmanni”. Le Gocce di Hoffmann sono senza dubbio il suo rimedio più famoso: un calmante e sedativo a base di una miscela di etanolo ed etere dietilico 1:1 (che, ad esser sinceri, ancora ci suona di una certa efficacia…).

Ci sono però dei fatti curiosi circa il personaggio che vale la pena menzionare (Figura 4).

Figura 4. Friedrich Hoffmann, Georg Ernst Stahl e i sovrani prussiani Federico I e Federico Guglielmo I: cronologia comparata degli eventi richiamati nel testo. Elaborazione grafica dell’autore di immagini Wikimedia Commons. Ritratti: F. Hoffmann, da Antoine Pesne/Johann Georg Wolfgang; G.E. Stahl, Johann Georg Mentzel, 1716; Federico I, Antoine Pesne, prima del 1713; Federico Guglielmo I, Samuel Theodor Gericke, 1713.

Più del medico in sé, è interessante il punto di vista sulla medicina di Hoffmann, certi suoi lavori essenzialmente di chimica, ed alcune tra le sue più strette amicizie.

Quello che distinse Hoffmann, il suo pensiero e la natura dei suoi medicamenti, fu un contatto con la iatroscienza: anche se non fu uno iatrochimico vero e proprio, si accostò molto a posizioni iatromeccaniche. Questo approccio e il suo successo come medico contribuirono in misura significativa ad una visione meccanicistica del medicamento (seppure, ovviamente, ben lontana dalla comprensione moderna).

Venendo a fatti che ci riguardano più da vicino, in gioventù Hoffmann viaggiò per studio. A seguito del suo viaggio in Inghilterra sappiamo che strinse una duratura amicizia con Robert Boyle. Pare anche che, quando Hoffmann espose al “Chimico Scettico” l’idea di investigare le proprietà benefiche delle acque termali in funzione della loro composizione e dei sali disciolti, fu proprio Boyle ad incoraggiarlo. Nel corso delle sue ricerche sulle acque minerali, Hoffmann riuscì a distinguere diverse sostanze inorganiche sulla base delle loro proprietà chimiche e fisiche. In particolare, dimostrò che la magnesia, la calce e l’allume erano sostanze differenti e classificò le acque secondo la presenza di sali alcalini, ferruginosi, salini e magnesiaci, contribuendo allo sviluppo della chimica analitica dei minerali (anche se ancora non poté identificare e isolare i diversi elementi contenuti). Da qui, probabilmente, l’occhio di riguardo di Hoffmann per le proprietà medicinali anche dei composti inorganici, come nella Pasta.

In seguito, ebbe a che dire con la teoria del flogisto, della quale può essere definito, in una certa misura, sia un fautore dimenticato che un accanito oppositore.

Per suo espresso volere, concretizzatosi a mezzo del favore di cui godeva presso il Principe Elettore, Hoffmann volle come seconda cattedra di medicina Georg Ernst Stahl, che fu chiamato da Jena ad Halle nel 1694. I due si erano conosciuti da studenti proprio sui banchi di Jena. Questo Stahl, abbastanza familiare per noi, è colui che, proprio nelle aule di Halle, diverrà l’iniziatore della teoria del flogisto.

Tuttavia, Stahl e Hoffmann divennero nel tempo sempre più rivali, e infine acerrimi nemici. Questo non perché Hoffmann invidiasse l’impatto della teoria del flogisto. Piuttosto pare averli divisi un tema di fondo sul quale nessuno dei due poté transigere. Hoffmann mantenne sempre una posizione meccanicistica circa il funzionamento del corpo umano, mentre Stahl predicava posizioni animistiche e vitalistiche. È vero che l’ideale iatromeccanico di un “corpo-orologio” governato da leggi matematiche rigide in maniera completamente deterministica era limitato e facilmente poteva essere colto in fallo. Dall’altro lato, in retrospettiva, Hoffmann non ebbe torto nell’accusare Stahl e la sua dicotomia vitalistica tra materia e anima di un ritorno al misticismo, certo insostenibile per l’età dei lumi. L’anima di Stahl parve ad Hoffmann un espediente comodo per evitare di ricercare ulteriori risposte scientifiche. Da qui, ovviamente, conseguiva anche una profonda discrepanza di vedute circa l’origine delle malattie, la loro natura, ed il modo di trattarle. Un “corpo-meccanismo” va riportato all’equilibrio in maniera anche energica, se necessario; un corpo “specchio dei moti dell’anima” comandava invece una posizione molto più attendista del medico.

Sta di fatto che il clima ad Halle divenne insostenibile e la disputa si accese ben oltre gli ambienti medici, tanto che, ad un certo punto, perfino Leibniz si scomodò per confutare le tesi di Stahl (dando, di rimando, un grosso aiuto alla fazione di Hoffmann).

La soluzione della vicenda fu un capolavoro di Hoffmann, che soffriva il nuovo clima di Halle tanto quanto aveva sofferto quello di corte.

Al “re soldato” Federico Guglielmo I, succeduto al padre Federico I, serviva un medico di corte. Quale miglior soluzione che suggerirgli proprio Stahl e intrappolare il rivale in una gabbia dorata?

Lo stratagemma funzionò.

Stahl rimase a Berlino per il resto della sua vita (cioè fino al 1734), evidentemente ben contento di quegli ambienti che Hoffmann non tollerava.

Hoffmann non solo continuò il lavoro ad Halle, ma fu perfino richiamato per alcuni mesi a Berlino, nel 1734, proprio a seguito di una grave malattia di Federico Guglielmo I. La sfida era ardua e non solo per l’importanza della malattia e del paziente. Hoffmann aveva 74 anni, età molto avanzata per l’epoca, e si trovava a sostituire Stahl, il suo grande rivale scomparso, le cui fortune aveva in buona parte contribuito a costruire egli stesso. Superò la prova. Guarì il sovrano in pochi mesi. Non si trattenne a corte un giorno di più. Tornò ad Halle ricolmo di onori e ricchezze. Era, ancora e senza dubbio, il miglior medico della Prussia.

Ad Halle continuò a dedicarsi alla scienza, all’insegnamento e alla professione medica, interrompendo l’attività soltanto quando, nell’ottobre 1742, fu colpito dalla malattia polmonare che lo condusse alla morte il 12 novembre dello stesso anno.

Come promesso, concludo con la ricetta della Pasta di Hoffmann (Figura 5):

Ossido di Zinco in Olio d’oliva (50:50).


Figura 5. Pasta di Hoffmann: interpretazione grafica della preparazione a base di ossido di zinco e olio d’oliva. Immagine originale generata con supporto di IA, così da evitare riferimenti a prodotti commerciali reali.

Sono poi tornato a ringraziare il farmacista.

* Hoffmann, composto di hof (corte, cortile, tenuta agricola) e mann (uomo), poteva riferirsi tanto all’amministratore di una tenuta (o di una corte feudale vera e propria) che ad un contadino indipendente. Il fatto che tali situazioni non fossero infrequenti, unito alla tarda standardizzazione ortografica del tedesco, lasciarono la porta aperta alle varianti fonetiche regionali. Per questa ragione il nome si trova attestato con nessuna, l’una, l’altra, o entrambe le consonanti doppie. Riportata ai nostri lidi, la situazione è pressoché equivalente a quella dei cognomi originati dalla professione di vicario o amministratore dei beni altrui: il ruolo letterale di vice domini latino si è cristallizzato in una serie di cognomi italiani simili tra loro (Vicedomini, Vicidomini, Visdomini, Bisdomini, ecc…).

1. Nobel Prize in Chemistry 1981. NobelPrize.org. <https://www.nobelprize.org/prizes/chemistry/1981/hoffmann/facts/&gt; Accessed 26.08.11.

2. Hofmann, Albert. LSD: My Problem Child; OUP Oxford, 2013.

3. Formulario Galenico della Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari, Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari – Provincia Autonoma di Trento, 2013. https://www.ordinefarmacistitrento.it/clientfiles/documenti/20220405151200_formulario-galenico-apss-2013.pdf

4. Ricavo il grosso delle note storiche da qui: “Hoffmann, Friedrich” di August Hirsch in: Allgemeine Deutsche Biographie, pubblicato dalla Commissione storica dell’Accademia bavarese delle scienze, volume 12 (1880), pp. 584–588, edizione digitale full-text 

Perché Rai Scuola non dovrebbe chiudere: il servizio pubblico ha il dovere di educare

9 settembre, 2026 - 17:36

Gianluca Farinola, past President della SCI


Un servizio pubblico non può essere valutato soltanto sulla base degli ascolti o dei ricavi pubblicitari. Esistono contenuti che hanno un valore diverso: non servono solo a intrattenere, ma a formare, orientare e contribuire alla crescita di una comunità.
Rai Scuola nasce da questa idea e si inserisce in una lunga tradizione educativa della Rai, avviata nel secondo Dopoguerra. Pensiamo a programmi come Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi, che portarono l’istruzione nelle case di milioni di italiani.
Per molti anni Rai Scuola ha rappresentato un punto di riferimento per studenti, insegnanti e cittadini, offrendo contenuti educativi e divulgativi di qualità: lezioni, documentari, approfondimenti sulla scienza, sulla tecnologia, sulla storia e sulla cultura. Un luogo in cui il sapere poteva raggiungere un pubblico ampio, anche fuori dai tradizionali contesti scolastici e accademici.
Come docente universitario di chimica, ho sempre considerato Rai Scuola un importante strumento per avvicinare le persone alla conoscenza scientifica. La chimica, più di altre discipline, ha bisogno di essere raccontata in modo accessibile e rigoroso, perché riguarda la nostra vita quotidiana: l’ambiente, la salute, i materiali, l’energia, le tecnologie.
Oggi il web offre una quantità straordinaria di contenuti e rappresenta una risorsa fondamentale. Ma questa ricchezza non sempre è accompagnata da strumenti adeguati di selezione e verifica. Accanto a divulgatori competenti convivono informazioni imprecise, semplificazioni e distorsioni scientifiche.
È proprio per questo che il servizio pubblico dovrebbe continuare ad avere una funzione essenziale: essere una bussola nel mare delle informazioni, offrendo contenuti affidabili, costruiti con competenza e responsabilità.
Per questo la soppressione di Rai Scuola, così come il progressivo disinvestimento che negli ultimi anni ne ha ridotto il ruolo e la capacità produttiva, rappresenta una scelta miope.
Una società che investe nella conoscenza investe nel proprio futuro. La divulgazione scientifica, l’educazione e la cultura non sono settori marginali, ma infrastrutture fondamentali di una democrazia.
Il servizio pubblico deve difendere questi spazi anche quando non producono grandi numeri. Perché il valore di un programma educativo non si misura soltanto dagli spettatori che raggiunge oggi, ma dalle persone che aiuta a comprendere meglio il mondo domani.

per queste ragioni ho sottoscritto la petizione online al seguente link:

https://www.scienzainrete.it/articolo/appello-scienza-nella-televisione-pubblica-lettera-aperta-della-comunit%C3%A0-scientifica/2026

https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vTLxckTQ7nN3ZK30qDYuCl-jd2NFOQ-QeZ0WtCfkirShpQjL91-BkMl5PrLSZAxC4encCD1JDedlBY0/pubhtml?gid=1610278609&single=true

Che fine ha fatto l’Antropocene?

5 settembre, 2026 - 14:14

Claudio Della Volpe

Anche se la parola non apparirà nei libri di testo di geologia accanto a termini come Giurassico o Pleistocene, l’Antropocene resta un concetto fondamentale e insostituibile per climatologi, sociologi, economisti, scienziati dell’ambiente e decisori politici per descrivere la crisi ecologica e climatica attuale.

Il termine descrive perfettamente un’epoca di profonde trasformazioni ambientali che l’umanità deve ora imparare a gestire collettivamente.

A livello formale e geologico, la situazione ha subito una svolta decisiva. Nel 2024 l’Unione Internazionale delle Scienze Geologiche (IUGS) ha ufficialmente respinto la proposta di inserire l’Antropocene come “epoca geologica” formale nella scala del tempo cronostratigrafico (nella figura sottostante sarebbe sopra l’Olocene).

La commissione ha stabilito che non siamo tecnicamente usciti dall’Olocene (l’epoca iniziata 11.700 anni fa).

La comunità scientifica geologica preferisce considerare l’Antropocene come un “evento geologico” in corso (simile alla Grande Ossidazione di miliardi di anni fa), anziché un’epoca formale avendo chiusa l’Olocene.

Ci sono da dire alcune cose a riguardo; due fra le altre mi colpiscono molto.

  1. La dimensione raggiunta dalla cosiddetta tecnosfera, ossia dalla massa dei materiali che l’umanità ha usato e stoccato in varie forme per costruire la propria infrastruttura; questa massa è cresciuta con una enorme velocità proprio a partire dagli anni 50, dal secondo dopoguerra (ossia proprio il momento individuato dai proponenti della nuova era, il 1952 ma loro pensavanno alla presenza di plutonio in un sito specifico) e costituisce di per se una prova geologicamente inoppugnabile dell’esistenza di una società che ha modificato l’ambiente; dal 2020 la massa totale della tecnosfera ha superato quella della biosfera
  • Un secondo punto è costituito da un fatto geologico inoppugnabile; l’umanità grazie alla sua attività estrattiva e produttiva ha generato oltre duecento minerali che prima non esistevano; questo risultato è stato pubblicato da Hazen già nel 2015 (The Canadian Mineralogist Vol. 00, pp. 1-29 (2015)
    DOI: 10.3749/canmin.1400086) , lo stesso autore conosciuto in Italia per il libro Breve Storia della Terra, edito dal Saggiatore.

Potete anche leggere in un articolo su Le Scienze sullo stesso tema.

Una categoria a parte tra i 208 minerali identificati sono i 29 composti di carbonio, 14 dei quali non esistono in natura. Il minerale andersonite, per esempio, è stato scoperto nel sud ovest degli Stati Uniti, nei tunnel di alcune miniere di uranio abbandonate le cui pareti sature di acqua sono ricoperte di bellissimi cristalli di colore giallo, arancione e verde, che hanno anche un notevole valore commerciale. Un altro composto in questa categoria è la tinnunculite, un prodotto secondario della reazione tra gas ad alta temperatura e il guano del gheppio euroasiatico (Falco tinnunculus), scoperto nella miniera di carbone di Kopeisk, in Russia.

Giustamente Diego Tesauro mi ha obiettato che dal testo citato di Le Scienze non si capisce bene quali siano veramente originali; tutto dipende dalla definizione di minerale: deve essere completamente naturale o no? Nell’abstract di uno dei lavori di Hazen citati in fondo si chiarisce che:

Vengono qui catalogate 208 specie minerali, approvate dall’Associazione Mineralogica Internazionale, che si formano principalmente o esclusivamente a seguito di attività antropiche. Almeno tre tipologie di attività umane hanno inciso sulla diversità e sulla distribuzione dei minerali e dei composti di natura minerale, in modi tali da poter lasciare una traccia nel record stratigrafico globale. L’influenza più evidente è rappresentata dalla diffusa presenza di composti sintetici simili ai minerali: alcuni vengono prodotti intenzionalmente per specifiche applicazioni (come i cristalli YAG per i laser o il cemento Portland), mentre altri si originano indirettamente (ad esempio, per alterazione delle pareti delle gallerie minerarie o come prodotti di degradazione di discariche minerarie e scorie). Un secondo tipo di influenza umana sulla distribuzione dei minerali superficiali terrestri riguarda lo spostamento di rocce e sedimenti su vasta scala, ovvero quei siti in cui sono stati rimossi ingenti volumi di materiale roccioso e minerale. Infine, l’uomo ha dimostrato un’efficienza straordinaria nel ridistribuire su scala globale specifici minerali naturali, quali gemme e pregiati esemplari mineralogici.

Insomma comunque si interpreti la decisione del 2024 il dato di fatto è che l’Antropocene, evento o era, è innegabile; piuttosto si potrebbe discutere se gli effetti considerati siano più tipicamente umani oppure legati a periodi specifici della nostra storia, come fanno coloro che propongono il termine “capitalocene”.

Ma di questo parleremo ancora.

https://www.bbc.com/news/science-environment-68632086

The New Geological Age That Never Was Or The Multiple Layers Of The Transientocene

http://www.minsocam.org/msa/AmMin/TOC/2017/Abstracts/AM102P0595.pdf

http://www.minsocam.org/msa/Ammin/AM_Preprints/5875HazenPreprintMar.pdf

https://www.researchgate.net/publication/314163368_On_the_mineralogy_of_the_Anthropocene_Epoch/link/5aa0016fa6fdcc22e2cc4750/download?_tp=eyJjb250ZXh0Ijp7ImZpcnN0UGFnZSI6InB1YmxpY2F0aW9uIiwicGFnZSI6InB1YmxpY2F0aW9uIn19

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