BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA'
Che cosa è andato storto?
Mauro Icardi
Appartengo senza ombra di dubbio alla categoria dei baby boomers, essendo nato nel 1962.
Per chi fosse interessato i baby boomers sono coloro che sono venuti al mondo tra il 1946 e il 1964, ovvero nel periodo più fulgido dell’epoca definita della “grande accelerazione”.
Terminata la Seconda guerra mondiale in Italia occorreva ricostruire praticamente tutto.
E l’Italia rinasce dopo le distruzioni del secondo conflitto mondiale, dopo i bombardamenti e la guerra civile e incomincia a crescere velocemente, vorticosamente: si vive il miracolo economico, il boom che nel 1962 arriva all’apice. L’anno è ricordato dagli storici come il migliore in assoluto per l’economia italiana. Quinto anno dell’era del miracolo economico fa registrare un incremento del pil pari all’8,6% rispetto al 1961, anno del centenario dell’unità italiana. Un numero enorme, se confrontato con gli incrementi reali o desiderati che oggi vengono pubblicati sui giornali.
Da quell’anno in poi, il Pil continuerà faticosamente a crescere nonostante il miracolo italiano lentamente si sfilacci, si consumi. Dapprima impercettibilmente. Nel 1964 si comincerà a parlare di congiuntura. Arriverà il 1968 anno di cambiamenti. Poi gli anni 70 anni complicati e violenti. Gli anni delle stragi, della lotta politica cruenta. Gli anni del terrorismo. Gli anni che vedranno la nascita del Club di Roma. Il decennio nel quale in Italia viene pubblicato “I limiti dello sviluppo” traduzione approssimativa di “Limits to Growth”. Si riflette sul concetto di crescita. I problemi in quel periodo sono ormai evidenti. Sono gli anni in cui i fiumi sono coperti da nuvole di schiuma, gli anni dell’incidente di Seveso.
Il mio percorso di riflessione e di maturazione, sia personale che professionale, è stato molto influenzato da tutti questi eventi. Può sembrare una bugia, invece è vero che io abbia scritto un tema scolastico in quarta elementare, proprio sui limiti dello sviluppo. Ovviamente un tema abbastanza ingenuo e naif. Mi valse un dieci, che insieme ad un altro dieci in storia rischiava di rendermi inviso al resto della classe. Il rimedio per non rischiare di essere bullizzato fu interessarmi al campionato di calcio, che non avevo mai seguito. Mio padre ascoltava per radio le imprese del grande Torino e io da bambino ubbidiente ne diventai tifoso. Il calcio per me fu come pagare dazio alle malattie esantematiche. Oggi ne sono completamente immune.
Scelsi di essere un chimico alle superiori per un’intuizione vaga, ma che si legava a tutto quello che vedevo accadere intorno a me. Non esistono solo oggi le isole di plastica, ne ho viste anche nei canali di irrigazione (le “bealere”, termine molto da Regno di Sardegna visto che è diffuso nel Nord Ovest dell’Italia e nella parte settentrionale della Sardegna), quando girovagavo nei dintorni di Settimo Torinese, ovviamente in bicicletta. Lo studio della chimica e della termodinamica mi spalancò un mare di domande e curiosità.
Credo di avere avuto fortuna diventando un chimico che si è occupato quasi esclusivamente di ambiente. Ma anche nel breve triennio di chimico tout court, nella breve esperienza nella fabbrica di vernici, mi rendevo conto che la chimica veniva bistratta spesso in maniera superficiale ed ingiusta.
Avevo letto a diciassette anni il libro di Luciano Caglioti “I due volti della chimica- Benefici e rischi.”
Libro che insieme a “I limiti dello sviluppo” rappresenta il mio tesoro personale.
Sono stato un chimico praticante e militante per trentasette anni. Ora lo sono in maniera diversa da quattro. Osservo le cose con maggiore maturità, ma spesso, in maniera istintiva e irrefrenabile mi trovo a dover intervenire nelle discussioni con i colleghi. Soprattutto quando si parla di gestione di impianti. Non me ne vogliano gli ingegneri o i biologi, categorie con cui ho lavorato, e da cui ho imparato molto.
Ma trovo che il chimico, soprattutto se ha lavorato sul campo, sviluppi un sesto senso gestionale che ritengo sia patrimonio della categoria. Deve essere coltivato e sviluppato ma funziona molto bene.
Restringe il campo delle ipotesi fantasiose, permette di fare eventuali verifiche di funzionamento senza perdere tempo, e senza gravare il laboratorio di campioni ridondanti e in qualche caso inutili.
A volte mi chiedo anche cosa sia andato storto, ovvero perché spesso non si manifesti solo la “chemiofobia”, di cui tante volte abbiamo scritto su questo blog, e di cui si è parlato e discusso. Ma anche un diffuso sentimento di sufficienza, se non di disprezzo non solo per la scienza, e in generale per la conoscenza in senso ampio. La mia anima di boomer spesso rimane stupefatta, anzi molto spesso amareggiata e avvilita. Nel 1998 Alberto Arbasino scrisse uno dei tanti libri profetici e probabilmente poco letti: “Paesaggi italiani con zombi”. Non è il solo che ho letto. Esiste un lungo filo rosso che parte da “La prevalenza del cretino” di Fruttero e Lucentini, passa per “L’elogio dell’imbecille” di Pino Aprile e termina con la “Dittatura dell’ignoranza” di Giancarlo Majorino.
In questi giorni la cronaca mi informa ogni giorno che il bullismo che ho scansato alle elementari, viene sistematicamente praticato da un triste egomaniaco con i capelli color carota, sedicente Presidente degli USA. Questo soggetto riscuote credito, in maniera per me incomprensibile, proprio tra le persone più svantaggiate sia dal punto di vista economico che da quello educativo. Io ho gioito di ogni mio progresso conoscitivo e oggi mi trovo catapultato in un tempo che non solo non sento più mio, ma che non è stato immaginato nemmeno nei libri di Philip Dick o di J.B. Ballard scrittori che di distopie se ne intendevano. Mi sento catapultato in una società distopica mio malgrado e mi chiedo sempre più spesso:
“Che cosa è andato storto?”
Ma non sono ancora riuscito a trovare una risposta. E intanto gli zombi diventano classe dirigente.
Come celebrare il 27 gennaio oggi?
Claudio Della Volpe
Primo Levi rimane sempre un punto di riferimento anche oggi, dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni e mesi.
Nello stesso campo di sterminio di Buna-Monowitz (o anche Auschwitz III) in cui Levi era detenuto col numero 174517, era detenuto anche un’altra persona di cittadinanza tedesca, col numero 172364, che diventerà un famoso scrittore, col nome di Jean Améry.
Jean Améry era il nome scelto dopo la guerra da Hans Mayer, un ebreo da parte di padre, non praticante, come chiarisce nei suoi libri, che apprese da adulto le origini ebree della sua famiglia e l’esistenza della lingua yiddish, ma capì bene che essere ebreo ha ben altro significato, non bastano solo le radici, ma serve la condivisione di tradizioni e riti; di fatti Améry non fu mai ebreo in senso proprio ma si sentì un intellettuale umanistico (non naturalistico come Levi e parla anche di questa differenza nel suo libro), si definiva un”non-non ebreo”: intendendo di non essere né ebreo ma nemmeno non-ebreo.
Nel ’38, dopo l’Anschluss, scappò in Belgio e ad Anversa entrò nella resistenza. La Gestapo lo arrestò nel luglio del ’43, lo torturò nel forte di Breendonk. È stato ad Auschwitz, a Buchenwald, a Bergen Belsen. Era un intellettuale, uno scrittore. Un superstite dell’Olocausto, come Levi. Non sappiamo se si conobbero nel campo di concentramento di Buna-Monowitz (Auschwitz III), dove entrambi furono internati e lavorarono Améry come manovale e Levi come chimico nel laboratorio del Buna Werke. Levi lo presenta in un certo senso nel capitolo VI di I sommersi e i salvati che è tutto dedicato al commento del libro di Améry, Intellettuale a Auschwitz.
Jean Améry
Dopo la guerra Mayer cambiò il suo nome e cognome tedeschi in un nome e cognome francesi, anagrammando quello tedesco (Mayer<-> Améry), un modo di rifiutare la sua patria di origine e scrisse, fra l’altro, il primo libro sulla sua esperienza ad Auschwitz, “Un intellettuale ad Auschwitz”; il suo atteggiamento rispetto alla questione della Shoah era diverso da quello di Levi; Améry chiamava Levi quello che ha perdonato, il perdonatore.
Nello specifico, nel suo saggio Intellettuale a Auschwitz (contenuto in Intellettuale a Auschwitz. Vol. 1: Rivolti su se stessi), Améry scrive: «[…] io non potevo e non volevo perdonare. Levi, invece, ha perdonato, in modo che io non posso non sentirmi preso in causa dalla sua indulgenza».
Il libro di Améry è fatto di 5 saggi; nel saggio intitolato “Ressentiments” (Risentiti) (all’interno del libro Intellettuale a Auschwitz (originariamente Jenseits von Schuld und Sühne)) Améry critica la posizione di Levi, ritenendola incompatibile con la necessità di mantenere vivo il risentimento come unica forma di giustizia per la vittima.
Eglipercepisce l’approccio di Levi, orientato alla comprensione razionale e alla riconciliazione (spesso associato alla frase di Levi “conoscere è necessario*“), come una rinuncia alla pretesa morale che la vittima ha nei confronti del carnefice; descrive la posizione di Levi come un atto di perdono che lui stesso non era disposto a concedere.
In sostanza a differenza di Levi, Améry considera il risentimento un modo di fare giustizia. Famoso l’episodio che egli racconta sul suo restituire il pugno al kapò durante l’interrogatorio.
Eppure entrambi sia Levi che Améry, così diversi nel giudizio sulla Shoah, nel corso del tempo ebbero modo di criticare profondamente il comportamento del nascente stato israeliano nella sua conquista militare del territorio palestinese.
Potremmo definire quello di Levi un sionismo critico, Levi riconosceva il diritto di Israele a costruire uno stato, ma non per questo lo considerava esente da condanne morali e politiche, rifiutando un sostegno incondizionato; specie dopo i fatti del Libano questa posizione si radicalizzò, come abbiamo raccontato nel post del 27 gennaio dello scorso anno, in cui abbiamo riproposto integralmente la intervista che Gad Lerner fece a Levi nel 1984.
Améry, che non condivideva la visione antimperialista che si sviluppò velocemente dopo la guerra dei sei giorni e i fatti del Libano, (e che considerava (e considera) l’occupazione della Palestina come un atto coloniale) espresse comunque la necessità di poter criticare le politiche del governo israeliano e i suoi atti politici, la sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, l’invasione del Libano (la prima con l’operazione Litani).
In uno dei suoi ultimi saggi scrisse:
“Chiedo urgentemente a tutti gli ebrei che vogliono essere esseri umani di unirsi a me nella condanna radicale della tortura sistematica. Dove inizia la barbarie, devono finire anche gli impegni esistenziali”.
Più avanti scrisse ancora: Il solo fatto che Begin, “con la Torah in mano e il ricorso alle promesse bibliche”, parli apertamente di rubare la terra palestinese “sarebbe una ragione sufficiente”, scrisse, “affinché gli ebrei della diaspora rivedano il loro rapporto con Israele”. Améry implorò i leader israeliani di “riconoscere che la vostra libertà può essere raggiunta solo con il vostro cugino palestinese, non contro di lui”.
Dunque entrambi questi due intellettuali che potremmo definire ebrei della diaspora, che rimasero nella diaspora, che terminarono entrambi la loro vita con un atto di estremo rifiuto (si suicidarono entrambi, Améry nel 1978 e Levi nel 1987), rivendicarono la libertà di criticare le azioni degli altri ebrei, senza per questo rinnegare la condanna della Shoah.
Pur essendo personalmente vicino alla valutazione della sinistra estrema sul tema dello stato ebraico, penso che questo sia il modo minimo corretto per ricordare la Shoah oggi. Non possiamo dimenticarla ma non possiamo nemmeno tramite essa assolvere in alcun modo chi ripropone l’inumanità, la tortura, la espropriazione e la violenza sistematica come sistema di vita nascondendosi dietro le conseguenze della Shoah.
Consultati:
Jean Améry, il filosofo del risentimento che litigò con l’altro superstite Primo Levi Jean Améry, intellettuale a Auschwitz La Shoah dopo Gazahttps://ilmanifesto.it/la-tortura-secondo-jean-amery
Sul confronto fra i due scrittori si veda anche:
Rileggere Primo Levihttps://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Am%C3%A9ry
Améry ha scritto parecchi libri anche tradotti in italiano: Il nuovo antisemitismo. Interventi 1969-1978 , Intellettuale ad Auschwitz, la raccolta Rivolta e rassegnazione in cui rifletteva sul tema della vecchiaia, Levar la mano su di sé, quando poneva il tema del suicidio.
* Dice Levi ne I sommersi e i salvati «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».
Società e ambiente
Luigi Campanella, già Presidente SCI
Ho letto un file di Frontiers che mi ha molto colpito perché per la prima volta l’inquinamento ambientale viene correlato da un lato alla mancanza di politiche sanitarie, economiche e sociali finendo per considerarle responsabili e di conseguenza indispensabili da affrontare; in mancanza di ciò i problemi strettamente ambientali, anche se risanati sono destinati a riprodursi con evidenti perdite.
Gli inquinamenti ambientali colpiscono in misura sproporzionata le popolazioni più vulnerabili.
La giustizia ambientale e un quadro di riferimento indispensabile per la salute pubblica.
Un recente studio sugli USA ha dimostrato la proporzionalità fra inquinamento e casi di patologie tumorali. Le politiche energetiche sostenibili possono produrre benefici diretti per salute ed economia a livello comunitario. D’altra parte lo sviluppo economico e l’innovazione tecnologica rappresentano leve essenziali per il raggiungimento della sostenibilità., intesa non solo come sfida tecnologica, ma anche economica e sociale.
La rapida urbanizzazione rappresenta un rischio, oltre che un’opportunità, per la sostenibilità, decadendo talora per urgenza in strutture prive dei servizi civili elementari.
La tanto aspirata decarbonizzazione senza un adeguato coinvolgimento della comunità rischia di esagerare le disparità economiche e sociali.
In definitiva la sostenibilità ambientale deve essere vista come traguardo all’interfaccia dei cicli di reciproci riscontri tra sistemi ecologici, sanitari ed economici con il limite che questi hanno unità di misura non fra loro commensurabili.
Il lavoro citato è l’editoriale del numero di nov. 2025 di Frontiers in Environmental ScienceRiflessione su COP30.
Luigi Campanella, già Presidente SCI
Risulta molto istruttivo, a distanza di tempo dalla chiusura di COP30, rileggere quali erano le attese e riflettere sugli esiti.
Presidente da República, Luiz Inácio Lula da Silva, durante a fotografia oficial da Cúpula do Clima (COP30). Parque da Cidade – Belém (PA)Foto: Ricardo Stuckert / PR
COP30 organizzata dal Brasile presso il Parco della città di Belém si è tenuta dal 10 al 21 novembre 2025.
Quasi metà del campione globale intervistato (49%) riteneva che Cop30 sarebbe stata un evento prevalentemente simbolico, incapace di generare cambiamenti reali nella lotta al cambiamento climatico. Solo il 34% prevedeva risultati concreti. Lo scetticismo era più pronunciato nelle economie avanzate, dove appena il 25% degli intervistati europei e il 24% dei nordamericani confidavano in un esito sostanziale. Al contrario, in Africa, Medio Oriente e Asia-Pacifico si registrava un maggiore ottimismo, indice di aspettative più elevate verso i processi multilaterali.
Il fattore generazionale introduceva un ulteriore livello di complessità: se gli over 55 apparivano più disillusi, con circa il 60% che considerava Cop30 un mero rito diplomatico, tra la GenZ tale quota scendeva al 37%, mentre il 45% degli under 25 riteneva che l’evento avrebbe portato risultati tangibili. Questa asimmetria segnala una maggiore fiducia nelle istituzioni internazionali tra i segmenti più giovani, tradizionalmente più sensibili ai temi climatici.
Per il 39% degli intervistati il successo della COP sarebbe passato per tre direttrici: protezione degli ecosistemi, riforestazione e trasformazione economica in chiave sostenibile. Solo l’11% riteneva che fermare la deforestazione sia sufficiente e appena il 4% difendeva la tesi secondo cui la perdita di foreste sarebbe un prezzo inevitabile per lo sviluppo. Una parte rilevante dell’opinione pubblica (26%) chiedeva anche meccanismi di compensazione per i danni climatici già prodotti, con picchi oltre il 40% in America Latina e Sud-est asiatico. In quest’ottica, Belém ha assunto un valore simbolico e operativo: una sede collocata nel cuore dell’Amazzonia che amplificava l’urgenza di soluzioni congiunte contro deforestazione e degrado degli ecosistemi.
Il 69% degli intervistati era convinto che le imprese privilegiassero il profitto rispetto alla tutela ambientale e il 65% sosteneva l’obbligo per le aziende di destinare una parte degli utili ad azioni climatiche. Secondo il campione globale, la principale criticità è la mancanza di volontà politica (42%), seguita dall’insufficienza dei controlli su deforestazione e inquinamento (34%) e dalla scarsità di risorse finanziarie (31%); per l’Italia viene richiesta una sensibilità elevata verso giustizia climatica e transizione regolata, con consenso significativo verso misure come contributi obbligatori delle imprese e responsabilità finanziaria dei grandi patrimoni. L’appuntamento di Belém arrivava in un momento in cui l’urgenza climatica non coincideva ancora con una fiducia piena nel multilateralismo.
La richiesta sociale è però chiara: maggiore responsabilità politica, impegni economici vincolanti e una transizione equa capace di tutelare popolazioni ed ecosistemi.
60 anni fa, l’incidente di Palomares.
Pochi lo ricordano, ma 60 anni fa il cielo cadde; e cadde sopra un piccolo paese spagnolo, Palomares, nell’Andalusia, il sud-est della Spagna.
Era un lunedì il 17 gennaio 1966 e si era in piena guerra fredda; due aerei americani, un bombardiere strategico e un grande serbatoio volante si scontrarono in volo precipitando e le 4 bombe atomiche del bombardiere caddero al suolo, nelle vicinanze del paesino. Tre caddero a terra, una a mare, due col paracadute e due no; quelle col paracadute rimasero intatte, una cadde in mare e fu recuperata dopo molti giorni, mentre una cadde al suolo; nelle altre due la caduta provocò l’esplosione della carica non nucleare che distruggendo la bomba disperse il plutonio contenuto al suolo, un effetto da bomba sporca.
Da allora sono passati 60 anni ma il plutonio è incredibilmente ancora lì, nessuno lo ha rimosso (il tempo di dimezzamento del plutonio è di 24100 anni).
Solo nel 2010 il governo spagnolo ha chiesto a quello americano di rimuovere i resti radioattivi, ma in realtà nulla si è mosso.
Dice il sito della RAI:50.000 metri cubi di suolo contaminato da mezzo chilo di plutonio che fa durare lo stigma radioattivo a Cuevas de Almanzora, il comune di Almería a cui appartiene Palomares e Villaricos, più di mezzo secolo dopo. Le terre colpite sono ancora divise in 44 parcelle che lo Stato sta cercando di espropriare.
Nel 2015 è stato raggiunto un accordo politico (senza alcun vincolo legale) in base al quale la Spagna sarebbe stata responsabile della bonifica e gli Stati Uniti avrebbero mantenuto il terreno radioattivo. Ma quel memorandum non è mai stato implementato e la contaminazione persiste a Palomares.
José Ignacio Domínguez, avvocato del gruppo che ha promosso il procedimento giudiziario per chiedere l’esecuzione del Piano di Risanamento approvato nel 2010, ha detto che gli Stati Uniti hanno finora rimosso “solo 270 grammi dei nove chili di plutonio che contenevano le armi”, il resto “viene sparso e seppellito in due grandi fosse”, una di 1.000 e l’altra di 3.000 metri cubi.
Se uno fa due conti di chimica nucleare ottiene che la concentrazione calcolata sarebbe di ≈15,333Bq/kg un valore che supera di migliaia di volte i livelli di fondo naturale e i limiti di rilevamento ambientali standard, che sono nell’ordine dei mBq/kg per il plutonio
“Normali” effetti di un mondo pieno di migliaia di bombe atomiche. Ci sono circa 12.200-12.300 testate nucleari nel mondo all’inizio del 2025, detenute da nove paesi, con Russia e USA che ne possiedono quasi l’88% del totale, ma circa 3.900 sono schierate e circa 2.100 sono in stato di massima allerta, pronte per essere lanciate in pochi minuti, nonostante una leggera diminuzione nell’inventario totale rispetto agli anni precedenti.
Ci sono stati decine di incidenti (almeno 32, secondo alcune fonti) che hanno coinvolto bombe atomiche dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, classificati come “Broken Arrows” (Freccia Spezzata), che includono ordigni persi o danneggiati, senza però che si verificasse una detonazione nucleare, ma spesso con dispersione di materiale radioattivo. I più noti sono stati in Nord Carolina nel 1961 e in Groenlandia, a Thule, nel 1968, dove una delle 4 bombe fu dispersa e mai più ritrovata.
L’Italia non possiede bombe atomiche proprie, ma partecipa al programma di “condivisione nucleare” della NATO, ospitando circa 70-90 testate nucleari americane “a gravità” nelle basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia), destinate a essere sostituite dalle nuove bombe B61-12, che saranno gestite con aerei F-35 italiani e americani per “garantire la deterrenza”.
Oggi (scrivo il 17 gennaio 2026) i giornali rendono noto un accordo fra il nostro governo e quello giapponese ed inglese per l’acquisto di un certo numero di aerei da caccia di ultima generazione, per almeno 18 miliardi di euro; la spesa finale non è definibile al momento, ma sarà al di fuori anche dell’accordo europeo da 800 miliardi.
Il Giappone è stato l’unico paese al mondo a subire ben due esplosioni atomiche a scopi militari.
Il nostro paese ha subito nella seconda guerra mondiale la morte di oltre 500mila persone di cui 150mila civili e la distruzione sia pur parziale delle sue più importanti città.
La storia è maestra di vita, ma nessuno la ascolta.
Come chimico e come scienziato, ma soprattutto come cittadino di questo paese, sono indignato e furibondo.
Da consultare:
senza pretesa di completezza e a parte le voci di wikipedia italiana ci sono una serie di lavori:
https://en.wikipedia.org/wiki/1966_Palomares_accident
cercare la pagina contenente Lessons from the Palomares nuclear accident sul sito di
Bulletin of Atomic Scientists (non linkabile direttamente)
https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_military_nuclear_accidents
lista degli incidenti con bombe nucleari avvenuti nel mondo
Chimica dopo le ustioni
Claudio Della Volpe
Le ustioni, di cui stiamo vedendo tragici casi in questi giorni, (e di cui vediamo casi terribili in tutte le guerre in corso) sono sempre state un grande problema medico, perché la distruzione della pelle, che ci copre per un paio di metri quadri, distrugge tutte le difese avanzate del corpo e ci mette alla mercè dei microorganismi più potenti e distruttivi, portandoci spesso alla morte o alla invalidità permanente oltre che a orribili cicatrici.
Normalmente un ustionato serio deve essere operato per eliminare i residui di pelle che diventano una massa rigida e subdola, denominata escara. L’escara è un grosso problema.
È una porzione di tessuto cutaneo necrotico (morto), che appare come una crosta scura, dura o friabile, formata da siero, sangue e/o pus, e si separa dal tessuto sano circostante, destinata a essere sostituita da una cicatrice. Si verifica per la necrosi cellulare dovuta a varie cause, come gravi piaghe da decubito, ustioni, infezioni, congelamenti o effetti collaterali di farmaci, compromettendo l’ossigenazione e il flusso sanguigno nell’area colpita.
La causa principale della formazione di escara sono le ustioni. Può tuttavia essere dovuta, come detto, anche ad altre comuni condizioni cliniche quali lesioni cutanee da decubito, vascolari o diabetiche, e infezione cutanea da antrace e herpes zoster.
In pratica è la conseguenza di una estesa necrosi cellulare, i cui residui formano l’escara.
L’escara e le sue conseguenze importanti necessitano di un trattamento chirurgico che deve essere svolto da personale altamente specializzato e in ambienti sterili, e costituisce un vero collo di bottiglia medico e chirurgico quando il numero di ustionati è alto, come è avvenuto a Crans Montana, ma come ripeto avviene durante le battaglie moderne in cui il fuoco è un componente continuo dell’attacco bellico.
In alternativa si possono usare oggi enzimi proteolitici da ananas.
Ananas Cosmosus
In medicina il succo di ananas (assunto per via orale) è già utilizzato in radiologia come mezzo di contrasto per gli esami di colangiografia in risonanza magnetica al posto di alcune costose sostanze di sintesi. Studi scientifici pubblicati a partire dal 2004 hanno dimostrato l’efficacia del succo dal punto di vista tecnico medicale. Ed anche in altre occasioni come antiedematoso.
Ma certamente il farmaco naturale più noto estratto dall’ananas è la bromelina (inglese bromelain).
Dall’articolo di Varilla et al citato in fondo apprendiamo che:
La bromelina è una complessa combinazione di molteplici endopeptidasi di tiolo e altri composti derivati dal frutto dell’ananas, dal fusto e/o dalla radice. La bromelina della frutta e quella dello stelo sono prodotte in modo completamente distinto e comprendono composti enzimatici unici, e il descrittore “Bromelain” originariamente si riferiva in realtà alla sola bromelina dello stelo. (nella pianta è un meccanismo di difesa)
Grazie all’efficacia della somministrazione orale nell’organismo, come farmaco fitoterapeutico sicuro, la bromelina era comunemente adatta ai pazienti per la mancanza di compromissione della sua efficacia peptidasica e l’assenza di effetti collaterali indesiderati. Vari studi in vivo e in vitro hanno dimostrato che sono antiedematosi, antinfiammatori, anticancerosi, antitrombotici, fibrinolitici e facilitano la morte delle cellule apoptotiche. Le proprietà farmacologiche della bromelina sono, in parte, legate alla sua modulazione a cascata di arachidonati, l’inibizione dell’aggregazione piastrinica, come l’interferenza con la crescita delle cellule maligne; azione antinfiammatoria; attività fibrinolitica; proprietà di debridamento cutaneo e riduzione degli effetti gravi del SARS-Cov-2.
L’espressione endopeptidasi di tiolo corrisponde ad un tipo di enzima che taglia le proteine all’interno (endopeptidasi) della catena peptidica, utilizzando un gruppo tiolico (-SH) della cisteina come elemento chiave per la sua funzione catalitica, invece di ioni metallici come lo zinco, come fanno dunque le metallo-endopeptidasi. Questi enzimi sono importanti in vari processi biologici e possono essere coinvolti nella degradazione proteica, agendo come proteasi che tagliano legami ammidici all’interno delle proteine stesse, spesso grazie alla presenza di residui di cisteina.
La struttura non è unica perché la bromelina non è una singola molecola, ma un complesso di proteasi cisteiniche (tiolo endopeptidasi) provenienti dall’ananas; è essenzialmente una proteina glicosilata (con catene di zuccheri cioè) a catena singola con specifiche sequenze aminoacidiche (famiglia della papaina), contenente residui cisteinici fondamentali per la sua funzione (tre legami disolfuro) e catene oligosaccaridiche attaccate (xilosio, fucosio, mannosio, N-acetilglucosamina).
Il componente strutturale chiave è una singola catena polipeptidica, spesso di circa 24,5 kDa per la bromelina dello stelo, con un ripiegamento complesso in eliche alfa, fogli beta (come nella seta) e curve; contiene da 212 a 285 amminoacidi di cui sette residui di cisteina, che formano tre legami disolfuro, fondamentali per la stabilità strutturale.
Nel sito attivo c’è una triade catalitica che coinvolge un residuo di cisteina con un gruppo sulfidrilico libero (-SH), essenziale per la scomposizione delle proteine.
Alcune catene di carboidrati (oligosaccaridi) attaccate sono costituite da mannosio, xilosio, fucosio e N-acetilglucosamina.
In sostanza, pensate alla bromelina come a una piccola macchina proteica decorata con zucchero, costruita con aminoacidi specifici, in particolare cisteina, per tagliare altre proteine.
Struttura della più comune endopeptidasi di ananas.
La azienda MediWound Ltd. è un’azienda biofarmaceutica israeliana, fondata intorno al 2000/2001, specializzata nella cura enzimatica delle ferite, ha sviluppato in particolare il suo prodotto principale NexoBrid (una miscela raffinata e purificata di enzimi proteolitici arricchita di bromelina di stelo di ananas) per ustioni gravi e sta sviluppando un nuovo farmaco candidato EscharEx per ferite croniche, con l’obiettivo di rimuovere selettivamente il tessuto morto per favorire la guarigione.
Il chirurgo israeliano Lior Rosenberg, fondatore di MediWound, ha detto che NexoBrid è particolarmente efficace sulle mani, i piedi e le parti del corpo più soggette a ustioni quando una persona cerca di sfuggire alle fiamme.
Fra le 9 startup israeliane selezionate per ricevere 130 milioni di euro in sovvenzioni dal programma Horizon dell’Unione europea, c’è anche l’israeliana MediWound, a cui sono stati assegnati finanziamenti per 16 milioni. Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha investito parecchi milioni di dollari nella MediWound per sviluppare una nuova versione del suo trattamento (che è stato approvato anche dalla Food and Drug Administration americana per l’uso pediatrico), per applicazioni di prima linea (https://it.marketscreener.com/quotazioni/azione/MEDIWOUND-LTD-16056541/attualita/MediWound-Ltd-ottiene-un-ulteriore-finanziamento-del-Dipartimento-della-Difesa-degli-Stati-Uniti-pe-44942729/).
Si tratta di una delle meraviglie tecnologiche uscite dai laboratori israeliani, spesso create per rispondere all’esperienza bellica di quel paese.
Nexobrid, in forma di polvere e gel viene correntemente usato al posto dell’intervento chirurgico per rimuovere l’escara in poche ore (una confezione di polvere e gel in 4 ore di azione ripulisce oltre 400 cm2 di pelle)
E lo fa in modo molto preciso e per la profondità necessaria senza bisogno di un chirurgo specializzato, come illustrato qui sotto.
Una considerazione da fare è comunque che il sistema sanitario pubblico nel caso di Crans Montana, ha mostrato, come nel caso degli avvelenamenti di questa estate con il botulino, che è in grado di far fronte alle emergenze mobilitando le proprie risorse ed usando una organizzazione superiore a quella di qualunque sistema privato; gli ospedali e centri che avevano più farmaco, ed è un farmaco che costa parecchio a confezione (la confezione piccola 2g+20g (polvere e gel) costa circa 650 € e basta per 180cm2), deve essere conservato in frigo e una volta aperto deve essere usato entro 15 minuti, hanno rifornito quelli che ne avevano bisogno a causa dell’improvviso numero di pazienti con gravi ustioni; da questo punto di vista il nostro paese ha dato un ottimo esempio di efficienza.
Recentemente, prima del caso svizzero, la azienda produttrice israeliana era assurta agli onori delle cronache perché aveva inviato il Nexobrid gratuito (costa alcune migliaia di euro a confezione) ai feriti dai bombardamenti russi di Leopoli, in Ucraina; non si sa se abbia fatto lo stesso anche per i feriti gazawi.
Comunque sia grande invenzione che ha salvato e salverà certamente molte vite.
Ringrazio Fulvio Mattivi per la segnalazione.
Consultati
Fai clic per accedere a nexobrid-epar-product-information_it.pdf
https://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2023/fo/d3fo01060k
https://www.sigmaaldrich.com/IT/it/product/targetmolchemicalsinc/ta9h9abdd22d?context=bbe&srsltid=AfmBOopnFrJqqztK-lYGXbbOY53edCufnT_p6oYF4ixUQkY7oQTsO2CvFai clic per accedere a pang2020.pdf
https://www.handomchemicals.com/it/carbomer-980-product/
Nota sulla bromelina; ci sono lavori e siti che riportano la struttura della bromelina SENZA zolfo il che sembra un mero errore dato che lo zolfo è presente nella cisteina e che la presenza della cisteina è necessaria all’azione enzimatica.
Composizione degli eccipienti del farmaco.
Polvere: Ammonio solfato, Acido acetico
Gel: Carbomer 980, Sodio fosfato dibasico anidro, Idrossido di sodio
Acqua per preparazioni iniettabili
Il carbomer serve come eccipiente per stabilizzare la formula, controllare la viscosità e migliorare la texture (ossia forma fisica). Funziona come un agente gelificante e texturizzante, creando una base omogenea per gli enzimi (bromelina) e assicurando una distribuzione uniforme e un’adesione prolungata del prodotto sulla ferita, senza alterare l’azione principale degli enzimi proteolitici che rimuovono il tessuto necrotico.
La finanziaria 2026 e la chimica.
Claudio Della Volpe
Di solito non mi ci metto ad analizzare le leggi finanziarie italiane che non brillano per chiarezza; ma quest’anno mi è venuta una reazione di “stomaco” che capirete leggendo.
Ovviamente la legge finanziaria deve occuparsi di problemi legati all’industria chimica data la sua importanza e dunque è giusto ci siano riferimenti; il problema è quali riferimenti ci sono?
La parte che salta agli occhi è che in un caso per la OTTAVA VOLTA e nell’altro per la QUARTA si sposta in avanti di un anno la applicazione di leggi che chiedono un piccolo contributo per l’ambiente e la salute da parte dell’industria chimica nazionale, parlo delle cosiddette sugar e plastic tax.
Di cosa si tratta?
La tassa sulla plastica (Imposta di 0,45 euro/kg sulla plastica monouso (MACSI)), mira a tassare gli imballaggi monouso in plastica e quella sullo zucchero le bevande zuccherate (Tassa sulle bevande edulcorate (10€/hl per liquidi, 0,25€/kg per polveri)
(es.: la Coca Cola costa almeno 1.28€ al litro e la tassa sarebbe di 10 centesimi di euro, ora la Coca Cola denuncia ufficialmente nel 3 trimestre 2025 ricavi per 12.5 miliardi e profitti per 3.7, ossia oltre 35 centesimi su ogni litro di bevanda in media sono profitti, fatevi due conti), con lo scopo dichiarato di difendere ambiente e salute dei consumatori, specie i più piccoli; ma l’applicazione è stata continuamente posticipata per accogliere le richieste del settore industriale, generando perplessità sull’effettiva attuazione futura.
Il mancato gettito solo economico (le tasse) è stimato in oltre 380 milioni di euro senza contare gli effetti benefici su salute ed ambiente che riprenderemo fra un momento.
Sono state introdotte la prima (sugar) nel 2020 e questa è la sua ottava proroga e la seconda (plastic) nel 2024, “solo” quarta proroga; questo regime di rimandare tutto fa si che nonostante la soddisfazione immediata perfino le associazioni di categoria evidenzino la necessità di pianificare la transizione perché continui slittamenti rendono difficile la pianificazione strategica a lungo termine per le aziende.
Aziende che comunque incassano un regalino che evita alle industrie chimiche e del packaging un aggravio fiscale stimato in circa 385 milioni di euro per l’anno 2026, e ringraziano i loro lobbisti di Assobibe.
Assobibe ha fatto una campagna basata sul nulla (e sui suoi interessi):
Mentre in Italia Plastic Tax e Sugar Tax sono state introdotte ma continuamente rinviate (con l’entrata in vigore prevista per il 2027), in altri Paesi come Regno Unito, Messico e Cile, Francia, Irlanda, Estonia, Norvegia, sono già attive e hanno portato a una riduzione dei consumi di bevande zuccherate, beneficiando la salute pubblica e incentivando riformulazioni dei prodotti, anche se l’impatto sulla riduzione dei rifiuti plastici è più variabile e dipende dall’elasticità della domanda e dalla presenza di misure complementari.
Per esempio nel Regno Unito il “Soft Drinks Industry Levy” (SDIL) ha portato le aziende a riformulare le bevande, riducendo drasticamente il contenuto di zuccheri, con un impatto positivo sulla salute e riducendo il gettito fiscale atteso (poiché sono tassate le aziende, non i consumatori).
Introdotta nel 2018, è considerata un successo strutturale. I dati aggiornati al 2025 mostrano significativi vantaggi sanitari ed economici derivanti dalla riformulazione dei prodotti e dalla riduzione dei consumi.
Tra il 2015 e il 2024, il contenuto medio di zucchero nelle bevande soggette a tassa è diminuito del 47% con i seguenti effetti:
- Calo dell’obesità: Si stima una riduzione dell’8% dei casi di obesità tra le bambine di 10-11 anni (dati successivi hanno trovato risultati altrettanto buoni in entrambi i sessi). Le nuove estensioni del 2025 mirano a prevenire altri 14.000 casi di obesità negli adulti.
- Salute dentale: Le ammissioni ospedaliere per estrazioni dentarie dovute a carie sono calate del 12% complessivamente tra i minori, con punte del 28,6% nella fascia 0-4 anni.
- Impatto calorico: Le misure annunciate a fine 2025 prevedono di tagliare 17 milioni di calorie al giorno dal consumo nazionale.
Ma non solo; il capitalismo inglese sembra più “illuminato” di quello nostrano (storicamente “straccione” se ricordate Gramsci): l’estensione della tassa (che dal 2028 includerà bevande a base di latte e vegetali zuccherate) genererà circa 1 miliardo di sterline in benefici sanitari ed economici complessivi con risparmi di 36 milioni di sterline per il sistema sanitario (NHS) e 30 milioni per i servizi sociali.
Ma attenzione, cosa che i nostri geniali e poco illuminati capitalisti non conteggiano: un aumento di produttività, ossia un aumento stimato di 221 milioni di sterline nell’output economico grazie a una maggiore partecipazione della forza lavoro in salute (la gente si ammala di meno e lavora di più).
Ed infine entrate fiscali: Per l’anno fiscale 2024-2025, le entrate provvisorie dalla tassa sono state di 327 milioni di sterline. Dal 1° aprile 2025, le aliquote della tassa aumenteranno annualmente per i successivi cinque anni per riflettere l’inflazione e mantenere l’efficacia della misura. Il governo ha inoltre confermato l’estensione del prelievo a nuovi prodotti (come i frappé pronti e i caffè zuccherati), concedendo alle aziende tempo fino al gennaio 2028 per riformulare le ricette ed evitare il pagamento.
In Italia l’industria chimica è inclusa anche indirettamente nella Legge di Bilancio 2026 attraverso misure fiscali generali, per esempio dal 2026 viene reintrodotto l’iper-ammortamento per gli investimenti in beni strumentali nuovi destinati alla trasformazione tecnologica e digitale (Industria 4.0/5.0).
- Aliquote di maggiorazione: fino al 220% per investimenti innovativi e green.
- Scaglioni: 180% per investimenti fino a 2,5 milioni; 100% tra 2,5 e 10 milioni; 50% oltre i 10 milioni.
Questi incentivi sono particolarmente rilevanti per l’industria chimica, caratterizzata da un’alta intensità di capitale e necessità di innovazione di processo.
La legge inoltre punta a unificare gli incentivi per la “doppia transizione” (digitale ed energetica). Tuttavia, alcune bozze hanno evidenziato criticità per i settori “hard-to-abate”, come la chimica di base e la siderurgia, che potrebbero necessitare di strumenti specifici per la decarbonizzazione non interamente coperti dal nuovo modello unico (quindi prevedendo future misure specifiche di riduzione).
Rientrano ancora le industrie chimiche nella
- ZES Unica, ossia estensione del credito d’imposta per gli investimenti nelle Zone Economiche Speciali fino al 15 novembre 2026.
- Contratti di Sviluppo: rifinanziamento con 250 milioni di euro per il 2027 per sostenere grandi progetti industriali.
Ed infine Sgravi contributivi: confermati tagli al cuneo fiscale per i dipendenti con redditi fino a 33.000 euro, impattando sul costo del lavoro del settore.
In sostanza i padroni della chimica hanno ricevuto tanto ma veramente tanto dalla finanziaria di quest’anno (la stessa che ha ridotto la percentuale di investimento sulla salute rispetto al PIL, scesa per la prima volta sotto il 6% da anni), sottraendolo di fatto a noi cittadini come me e voi (e ai nostri bambini, che questo governo dichiara di voler sostenere! Anche se purtroppo anche i governi di diversa estrazione han fatto lo stesso e le opposizioni non si sono poi spese tanto): è una vergogna!
E sarebbe un dovere che la nostra associazione denunciasse (casomai più neutramente con meno rabbia della mia, ma senza tentennamenti) la loro scarsa attenzione alla salute e all’ambiente. Noi chimici non possiamo identificarci con l’industria chimica, personalmente me ne vergognerei.
PS dimenticavo gli auguri: auguri dai 43 SIN (Siti di Interesse Nazionale) italiani (una volta erano 57 ma i lobbisti non dormono, cambiano le regole scendono i numeri!), prodotti nei decenni dall’industria chimica nazionale: una volta, dico una sola, che qualcuno degli eredi di quegli inquinatori avesse deciso di investire i profitti, sostenuti dalle finanziarie statali, nella riqualificazione dei SIN, gli stessi che secondo il progetto Sentieri del CNR producono in Italia un eccesso di tumori e malattie croniche!
E come potremmo poi lamentarci che “chimico” sia una parolaccia?
Consultati:
https://www.climate.ox.ac.uk/publication/1786894/ora-hyrax
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11008889/
https://www.nature.com/articles/s41432-024-01025-3
https://qmro.qmul.ac.uk/xmlui/bitstream/handle/123456789/98809/s41467-024-49120-4.pdf?sequence=15
che raccontano almeno in parte gli effetti ottenuti da parte degli organi istituzionali del Regno Unito e di ricercatori di terze parti.





