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Guardare dentro i problemi dell’Open Access.

BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA' - 17 luglio, 2026 - 09:51

Claudio Della Volpe

In un recentissimo articolo pubblicato su PhysicsWorld  Nicola Armaroli e Gianfranco Pacchioni concludono che dobbiamo riconoscere i lati negativi dell’editoria ad accesso aperto per assicurarci che abbia un futuro sostenibile.

Sono due chimici italiani entrambi ben conosciuti ed è importante che abbiano deciso di prendere posizione sul tema in modo pubblico. E’ un atteggiamento che condivido completamente: la scienza non può rimanere neutra rispetto ai problemi del mondo ma deve prendere posizione, come fa per esempio rispetto a clima ed energia. E la sua posizione non può non essere “Politica”

Anche su questo blog abbiamo parlato spesso dell’OA e dei suoi problemi, come anche di altri temi connessi, come la valutazione della ricerca e l’editoria internazionale.

Personalmente credo che tutte queste contraddizioni nascano dal fatto di voler trasformare la conoscenza scientifica, un bene comune dell’umanità, nel senso proposto da Elinor Ostrom, premio Nobel 2009 per l’economia, in una merce (un fenomeno che fu denunciato in realtà da alcuni filosofi, fin dalla metà del XIX secolo).

Ma cosa dicono i nostri due colleghi?

A 25 anni dalla Budapest Open Access Initiative, Nicola Armaroli e Gianfranco Pacchioni evidenziano su Physics World come l’Open Access (OA) si sia evoluto da un modello di accesso equo a un sistema “pay-to-publish” basato su costose Article Processing Charges (APC). L’articolo sostiene che l’attuale modello incentiva la qualità inferiore, crea disuguaglianze globali e richiede una riforma verso la condivisione aperta dei dati e modelli economici sostenibili.

Essi tracciano una breve storia dell’OA e introducono alcune interpretazioni dei meccanismi in atto, per esempio il peso crescente della scienza cinese sul totale della scienza mondiale, ma anche i meccanismi di accumulazione e profitto delle grandi piattaforme internazionali (che poi sono le stesse che spingono sul modello basato sulla “quantità” delle pubblicazioni.

Nicola Armaroli e Gianfranco Pacchioni sostengono che non esiste una soluzione “magica”: per migliorare l’open access nella pubblicazione scientifica si richiede una responsabilità condivisa tra tutti gli attori della comunità di ricerca:

-i ricercatori devono partecipare in modo etico a pubblicazione e peer review, comprendere la complessità del processo editoriale e rifiutare pratiche scorrette.

-le università dovrebbero riformare i sistemi di valutazione, dando priorità alla qualità della ricerca rispetto alla quantità di pubblicazioni, eliminando incentivi economici distorsivi e rafforzando la formazione etica fin dalle prime fasi della carriera. 

-gli editori dovrebbero garantire costi di pubblicazione equi, migliorare gli standard di revisione e contrastare l’editoria predatoria.

-le istituzioni e le agenzie di finanziamento possono promuovere maggiore trasparenza e responsabilità, sostenere la formazione etica e modelli sostenibili come l’open access “diamond”, gratuito sia per chi legge sia per chi pubblica, finanziato da università o fondi pubblici.

Insomma, non si può risolvere il problema senza uno sforzo di tutti gli attori coinvolti.

Questo è logico, anche se faccio notare che non sono attori tutti dotati del medesimo potere di contrattazione, la contrattazione è tipicamente asimmetrica.

L’articolo è liberamente scaricabile https://physicsworld.com/a/an-open-access-future-is-only-possible-by-addressing-its-problems/

Speriamo che questa sia l’occasione di innescare un dibattito su questo importante tema.

Il plagio di Planck.

BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA' - 14 luglio, 2026 - 12:13

Raffaele Ragone


È di poche settimane fa la notizia che due articoli pubblicati all’inizi degli anni ’40 su Naturwissenschaften a firma di Max Planck, Premio Nobel per la Fisica nel 1918, risultano entrambi ritirati nel 2011 dalla piattaforma digitale del colosso editoriale Springer Nature, attuale proprietario della rivista tedesca, per violazione del copyright. La cosa è passata inosservata, finché è stata accidentalmenmte scoperta al principio di maggio da Yves Gingras e  Mahdi Khelfaoui, due storici della scienza   dell’Università del Quebec (https://doi.org/10.48550/arXiv.2605.17534). Qualche giorno fa, í dettagli dell’accaduto sono stati brevemente messi a fuoco nelle  News della piattaforma di Science (https://www.science.org/content/article/why-have-papers-one-history-s-most-famous-physicists-been-retracted?).

Dei due scritti di Planck, il primo è un saggio filosofico, che fu realmente pubblicato più volte in riviste e in libri (https://link.springer.com/article/10.1007/BF01488952). Pertanto, sarebbe stato considerato un caso di “auto-plagio” secondo i criteri moderni. Questo è accaduto senza considerare che, prima della diffusione delle piattaforme digitali, la pubblicazione multipla dello stesso articolo era una pratica alquanto diffusa, soprattutto se gli autori erano personalità preminenti della comunità scientifica. Nel secondo caso (https://link.springer.com/article/10.1007/BF01488952), addirittura, l’articolo sarebbe  stato ritirato perché Planck, nel rispondere a una precedente critica del filosofo Aloys Müller, pubblicata su Naturwissenschaften, avrebbe adoperato lo stesso titolo  (“Naturwissenschaft und reale Außenwelt“, “Scienze naturali e il mondo reale esterno“). La materia del contendere era la cosiddetta interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, con la quale Bohr ed Heisenberg introdussero l’idea della sovrapposizione di stati e del collasso verso uno stato definito solo all’atto dell’osservazione, come nel famoso paradosso del gatto di Schrödinger. È noto che Planck si oppose a questa idea, sostenendo che la realtà esterna esistesse al di là delle misurazioni umane. Il dibattito è quanto mai attuale. La morale della storia è che, verosimilmente, il software di controllo interno di Springer Nature abbia potuto procedere alla rimozione unilateralmente e senza supervisione umana.

A tal proposito, scavando nelle mie memorie di studioso della struttura delle proteine, val la pena di ricordare che un giorno mi capitarono tra le mani due articoli identici e pubblicati su due diverse e prestigiose riviste:

1. Edsall JT, Flory PJ, Kendrew JC, Liquori AM, Nemethy G, Ramachandran GN,

Scheraga HA. A proposal of standard conventions and nomenclature for the

description of polypeptide conformation. J Biol Chem. 1966 Feb 25;241(4):1004-8.

2. Edsall JT, Flory PJ, Kendrew JC, Liquori AM, Némethy G, Ramachandran GN,

Scheraga HA. A proposal of standard conventions and nomenclature for the

description of polypeptide conformations. J Mol Biol. 1966 Jan;15(1):399-407.

Si era agli albori della stereochimica della struttura proteica, e uno degli autori fu Alfonso Maria Liquori, probabilmente una delle personalità più influenti della Chimica Fisica italiana dello scorso secolo. Dalle verifiche che ho fatto, pare che questo caso sia rimasto (ancora?) immune dagli infausti meccanismi, bot o intelligenza artificiale che essi siano, che sembrano essere stati fin troppo solertemente attivati su Springer Nature. Infatti, il primo articolo, di febbraio 1966, il secondo a essere pubblicato in ordine temporale, è liberamente disponibile sulla piattaforma di Elsevier (https://pdf.sciencedirectassets.com/778417/1-s2.0-S0021925818X91406/1-s2.0-S0021925818968638/main.pdf). Il secondo articolo, (https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0022283666802401), che è di gennaio dello stesso anno, è disponibile sulla medesima piattaforma soltanto previo pagamento.

Ritornando a Planck, la vicenda ha un seguito recentissimo. All’alba del 9 luglio 2026 vengo a sapere che la reputazione di Max Planck è salva. Nelle aggiornatissime News della piattaforma di Science, infatti, si legge che Springer Nature ha di recente revocato la decisione di ritrattare due articoli del Premio Nobel per la Fisica 1918 (https://www.science.org/content/article/springer-nature-restores-max-planck-s-mysteriously-retracted-papers), ascrivendone la responsabilità a un errore umano. Effettivamente, a una verifica tempestiva, gli articoli sono adesso accessibili liberamente, anche se è ancora presente la dicitura “retracted”:

https://link.springer.com/article/10.1007/BF01475382;

https://link.springer.com/article/10.1007/BF01488952.

Suzanne F. Scarlata, Editor-in-Chief di The Science of Nature, attuale titolo di Naturwissenschaften, in cui erano stati pubblicati gli articoli originali di Planck, aveva in origine ipotizzato che la decisione fosse scaturita dal sistema automatizzato di controllo adottato da Springer Nature. Tuttavia, i responsabili della piattaforma ora escludono questa circostanza. Un loro portavoce ha attribuito la decisione di ritirare gli articoli a un errore umano, dichiarando che nessun software o bot è stato preposto alla rimozione.

Gingras, storico della scienza e coautore dell’articolo con il quale è divenuta pubblica la scoperta casuale della ritrattazione, è tuttavia scettico: “È davvero credibile che nel 2011 un addetto di Springer abbia esaminato a mano decenni di riviste archiviate, imbattendosi casualmente nei due brevi articoli di Planck con presumibili violazioni del copyright?“.

Gingras insiste sul fatto che, a suo avviso, i due articoli sono stati soggetti a revisione come conseguenza di una procedura automatizzata di controllo del copyright, anche se la decisione finale potrebbe essere stata presa da un operatore umano.

A questo punto, non si può non chiedersi quale delle due eventualità, se un errore umano o un solerte automatismo, sia da considerare peggiore. Se fosse vero il secondo caso, dovremmo considerare che, casualmente, si scopre che la comunità scientifica si trova a fronteggiare l’imperversare, ormai imperante, di una pratica ampiamente diffusa nei social media, dove algoritmi che obbediscono a schemi unilateralmente prefissati e, soprattutto, senza controllo umano, sottopongono a una censura indiscriminata tutto ciò che ad essi viene sottoposto. L’adozione di controlli anti-plagio (che mi pare, in sé, opera meritoria dell’editoria di qualità), di contro, se affidata all’uso indiscriminato di simili procedure, sembra andare a vantaggio dell’editoria predatoria, dove tutto si pubblica, quasi sempre senza controlli stringenti, purché si paghi. Allo stato, dando per scontata la versione di Springer Nature, dobbiamo accontentarci di sapere che un errore è stato scoperto per caso e che è stato corretto. Dobbiamo pure sperare che altri errori del genere non siano già accaduti o possano accadere in futuro.

Consultati:

https://www.plagiarismtoday.com/2026/06/29/the-mystery-of-the-max-planck-retractions

Springer Nature un-retracts Planck papers, citing “human error”

Pane e….

BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA' - 10 luglio, 2026 - 06:20

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Un pezzo di pane non si nega a nessuno. Pane ed acqua. Il pane dei poveri

Sono tutte espressioni che ci hanno abituato a collocare il pane sull’ultima spiaggia alimentare, capace di risolvere situazioni di fame anche drammatiche. Da alcune statistiche però questa convinzione sembra inclinarsi con un consumo medio che si riduce (a Roma 85 g al giorno per persona contro i 120 del 2010) mentre il grado di povertà del nostro pianeta è denunciato in continua crescita (10%in Italia, 19% in Europa, 40% a livello planetario).

Una delle ragioni è attribuita alla crescita di iniziative e opere benefiche, un’altra all’aumento dei costi, oltre il 25% in 3 anni. In controtendenza il numero delle aziende produttrici del pane, oltre 700 a Roma. Sul ridotto consumo possono giocare le crescenti variazioni di pane sul mercato che spengono le certezze, così la ciriola romana è vista come alimento di sostanza, ma la rosetta milanese fa più moda ed eleganza e per qualcuno è un’immagine che può giustificare a parità di costo una minore quantità di prodotto.

Forse la prima ragione è da ricercare negli stili di vita ed abitudini. Una volta, nel 1980 ad esempio, una famiglia comprava pagnotte da 2,5 kg una al giorno d’oggi chi chiede un filone è un alieno. Probabilmente da riflettere su tutti i dati c’è n’è uno, quello del pane sprecato e finito nei rifiuti; per alcuni tipi di pane (tagli piccoli, qualità elevata) si a: frutta, verdura e insalata. Oggi il fornaio poi con la creatività personale che lo distingue cerca di dare al prodotto quell’impronta quasi di Arte che ha portato ad un mercato del pane sempre più vario per il tipo di materia prima, di forma, di gusto, di additivi.

L’ingrediente principale, la farina, dona struttura al pane: la più usata è la farina di grano (o frumento). Si divide in tipi, come “00”, “0”, “1”, “2” o integrale, in base a quanto è raffinata. Si possono usare anche altri cereali, come farro, segale, avena o orzo. Gli additivi del pane sono sostanze aggiunte agli impasti per migliorarne l’aspetto, il volume e la durata nel tempo. I più comuni includono conservanti antimuffa (come l’acido sorbico), emulsionanti per rendere la mollica soffice, ed enzimi (come le amilasi) che aiutano i lieviti.

Le forme del pane tradizionali si dividono in grandi categorie. Le più diffuse includono pagnotte (rotonde), filoni (allungati), ciabatte (piatte, larghe e irregolari), baguette (sottili e croccanti) e trecce. L’Italia vanta inoltre forme iconiche regionali che abbiamo già ricordato, ciriola romana e rosetta milanese in primis

Trattandosi di alimento essenziale il potere nutritivo diventa componente fondamentale. Il pane è un’eccellente fonte di carboidrati complessi, vitamine (soprattutto del gruppo B) e sali minerali. I valori nutrizionali variano a seconda del tipo di farina e di lavorazione.

La composizione e il valore nutrizionale del pane variano molto in base agli ingredienti. I valori sono misurati su 100 g di prodotto. Il pane bianco contiene circa 270 kcal, mentre il pane di segale ne ha circa 228 kcal. Il pane integrale apporta circa 247 kcal e il pane azzimo raggiunge le 377 kcal.

I valori sono calcolati secondo le Tabelle di Composizione degli Alimenti CREA e le stime di Humanitas:

Tipo di PaneCalorie (kcal)Proteine (g)Carboidrati (g)Grassi (g)Fibre (g)Pane bianco (tipo 0/00)2718,5680,42,7Pane integrale2479,0501,56,5Pane di segale2286,5481,06,0Pane azzimo37711,0870,84,0Pane arabo26013,2501,02,0

Le calorie cambiano a seconda di quanti zuccheri o grassi (come l’olio) sono usati nella ricetta. Il pane integrale usa farina con più buccia. Questa ha più fibre, utili per saziarsi prima e regolare l’intestino. Il pane azzimo non ha lievito, quindi è più compatto e denso di energia. Il pane di segale ha un indice glicemico più basso, cioè fa alzare meno lo zucchero nel sangue. 

Oggi però accanto al potere nutritivo agli alimenti viene chiesto di più. La nutraceutica ci ha insegnato che una buona dieta alimentare può ridurre il consumo di farmaci dei quali in passato l’UE ha denunciato un abuso più che un uso, con conseguenti danni non solo per la salute, ma anche per l’ambiente.

Una delle proprietà più ricercate da questo punto di vista è la capacità antiossidante che protegge l’organismo umano dallo stress ossidativo Nel nostro organismo avvengono continuamente reazioni chimiche che producono radicali liberi, molecole instabili contenenti uno o più elettroni spaiati. Questi radicali liberi, in particolare le specie reattive dell’ossigeno (ROS), sono normalmente controbilanciati da sistemi di difesa endogeni: enzimi antiossidanti (come la superossido dismutasi o la glutatione perossidasi) e antiossidanti non enzimatici (come vitamina C, vitamina E, glutatione, coenzima Q10, ecc.).
Quando però questo equilibrio si rompe, e la produzione di radicali liberi supera le capacità antiossidanti (antiox) dell’organismo, si verifica uno stato di stress ossidativo. Questa condizione può danneggiare proteine, lipidi e DNA, accelerando il processo di invecchiamento cellulare e predisponendo l’organismo a diverse malattie croniche. Ma allora un alimento universale in tutti i sensi, come il pane, ha capacità antiox?

Alcuni anni fa, da chimico impegnato nella ricerca mi sono posto questa domanda e mi piace qui in questo post.per il blog, ricordarne i risultati pubblicati e comunicati ad un Congresso.

Il primo dato era il più prevedibile: il pane integrale (ma anche il casareccio) ha le migliori proprietà antiox, quasi 4 volte quelle della ciriola, un terzo però (giusto per collocare il dato dentro i valori di una scala assoluta) di quelle di potenti tradizionali antiox come la vitamina E o le fragole rosse consigliati dalla nutraceutica.

Delle 2 componenti del pane crosta e mollica la prima è da 5 a 10 volte più antiox della seconda. La reazione di Maillard, responsabile dell’abbrunimento della crosta, gioca un ruolo fondamentale (fino ovviamente a non arrivare all’eccesso della bruciatura completa) in favore del potere antiox della crosta. Il grado di abburattamento ( kg di farina da 100 kg di grano) usato per migliorare le proprietà organolettiche del pane gioca un ruolo indiretto: favorisce la reazione di Maillard e di conseguenza i valori della capacità antiox.

Il grano duro ha un valore della capacità antiox quasi doppio del grano tenero. Delle farine speciali, segale, mais, grano saraceno e soia risultano le migliori con un rapporto da 1:1 a 1:3 rispettivamente per mollica e crosta.

Un composto che influenza il dato di capacità antiox è l’acido ascorbico utilizzato come additivo che favorisce la reazione di Maillard. Come tale contribuisce a valori più elevati della capacità antiox.

Non pretendo di incidere con questi dati sul consumo di pane e forse tanto meno anche sul suo riciclo evitando sprechi e smaltimento come rifiuti, ma certo quando si spendono fior di euro in integratori antiox una rispettosa attenzione verso il pane credo sia meritata In Italia si avviano ai rifiuti 13 mila quintali di pane ogni giorno che meritano il massimo della nostra attenzione ai fini del loro riciclo.

In questa prospettiva esistono già start up (in questo caso per esempio la BioVa Project), che guardano a questa attività per il recupero degli scarti di pane impropriamente smaltiti o invenduti, trasformandoli in un inno al luppolo con le loro birre artigianali, bionde e rosse. La materia prima recuperata sostituisce fino al 30 % del malto d’orzo. Il progetto della start up prevede di estendere le materie prime alternative per produrre birra alle filiere del caffè, dei vegetali, dell’ortofrutta. 

Alcune riflessioni sulla biodiversità

BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA' - 6 luglio, 2026 - 11:03

Angela Rosa Piergiovanni

Come ogni anno il 22 maggio si è celebrata la “Giornata della Biodiversità” istituita nel 2000 dalle Nazioni Unite. Dell’importanza della biodiversità ne sentiamo parlare molto spesso ma forse a non tutti è ben chiaro cosa esattamente si intende con il termine biodiversità. Una definizione che rende bene il concetto è la seguente:

Per biodiversità si intende la ricchezza di organismi (animali, piante e microbi) che popolano un determinato ambiente in un certo arco temporale”.  

Da questa definizione emergono due importanti aspetti quasi sempre sottovalutati ovvero che la biodiversità non va intesa come qualcosa di assoluto ma va correlata allo spazio e al tempo. Allo spazio perché il nostro pianeta si caratterizza per una ricca varietà di ambienti molto diversi tra loro per tipologia (terrestri e acquatici), orografia (pianure, colline, montagne, ecc.), clima (continentale, temperato, tropicale, ecc.). Ogni ambiente è popolato da un ben definito gruppo di organismi.  Basti confrontare una pianura con una zona alpina, o un fiume all’oceano per comprendere come questi ambienti non possano ospitare gli stessi organismi viventi. Vi è poi la componente tempo perché spesso si tende a considerare la biodiversità come qualcosa di perenne cosa assolutamente non vera dal momento che organismi che popolavano la Terra milioni di anni fa si sono estinti e sono stati sostituiti da altri più performanti e molti degli organismi che sono oggi presenti saranno a loro volta sostituiti da altri. Da alcuni millenni nel meccanismo di continuo adattamento delle specie, che naturalmente avviene su scale temporali molto lunghe, si è inserito l’uomo con le sue attività accelerando in maniera spropositata molti processi di estinzione. Restringendo il campo alla biodiversità vegetale le immagini in Figura 1 rendono molto bene la differenza tra un ambiente naturale e uno antropizzato.

Figura 1.  Biodiversità vegetale in ambito naturale (sopra) e antropizzato (sotto).

In un contesto naturale un elevato numero di piante, appartenenti a specie diverse, coesistono condividendo le risorse dello stesso ambiente. Al contrario nei vari appezzamenti dell’immagine di destra verrà coltivata una sola varietà appartenente ad una sola specie. Questo semplice confronto mostra chiaramente quanto l’agricoltura sia impattante sulla biodiversità vegetale. In realtà questa è solo una parte del problema perché accanto alla scomparsa di specie presenti negli ambienti naturali vi è la perdita di agro-biodiversità, ovvero di quella parte di biodiversità che comprende le specie coltivate. La progressiva diffusione dell’agricoltura a livello planetario ha portato la coltivazione delle specie utili ai nostri fabbisogni in ambienti via via diversi da quelli in cui ciascuna di esse si era originata. Ad esempio, il centro di origine del frumento è localizzato approssimativamente a cavallo tra la Turchia orientale e le zone settentrionali di Siria e Iraq ma oggi è coltivato in tutti i continenti. Questa grande diffusione ha portato ad una diversificazione intraspecifica generata dall‘adattamento a condizioni ambientali via via diverse rispetto all’area d’origine. Per millenni l’agricoltura si è basata sulla coltivazione di varietà selezionate empiricamente dagli agricoltori che di ciclo colturale in ciclo colturale portavano avanti quelle sementi che meglio soddisfacevano le esigenze agronomiche, nutrizionali ma anche estetiche della comunità. In questo contesto ciascun territorio coltivava, per ogni specie, un proprio pool di varietà che hanno continuato ad evolversi nel tempo sia sotto la pressione selettiva degli agricoltori che delle condizioni ambientali generando appunto l’agro-biodiversità. In Figura 2 sono riportati alcuni esempi della variabilità all’interno di alcune specie di largo consumo.  

Fig. 2. Esempi di variabilità intraspecifica. Dall’alto: patata, frumento, cece e ciliege

Tutto è cambiato a partire dalla prima metà del XX secolo quando la selezione di nuove varietà ha subito una netta accelerazione passando da una modalità empirica operata dagli agricoltori ad una selezione scientifica condotta da genetisti. Le nuove varietà più performanti hanno via via soppiantato quelle vecchie portando a ciò che oggi vediamo ovvero grandi estensioni in cui si coltiva una sola varietà, quella maggiormente richiesta dal mercato. L’abbandono delle vecchie varietà ha generato una drastica riduzione della diversità genetica all’interno di ciascuna specie per cui le nuove varietà sono sempre meno utili per generarne di nuove a causa della elevata similarità del loro genoma. Questo costituisce un grosso problema sia per affrontare crisi cicliche dovute a diffusione di patogeni altamente nocivi, vedi il caso xylella, che per affrontare la sfida posta dall’incalzare dei cambiamenti climatici. È dunque evidente quanto sia indispensabile conservare l’agro-biodiversità per avere un patrimonio di geni cui attingere per selezionare nuove varietà in grado di rispondere efficacemente a nuove sfide che il tempo ci può porre.

Le strategie per la conservazione della biodiversità vegetale sono varie essendo le piante molto diverse tra loro. Se per tutelare le specie selvatiche e quelle arboree la creazione di aree protette (parchi, oasi, ecc.) è l’approccio prevalente per l’agro-biodiversità si va dalla conservazione dei semi (conservazione ex situ) nei genebank, attualmente ogni nazione ne ha almeno uno, ma in Italia esiste anche una rete di piccoli genebank regionali, al mantenimento in campo (conservazione on farm) almeno di una parte delle vecchie varietà. Questo avviene grazie agli “agricoltori custodi” che, in sinergia con gli organismi regionali, si impegnano a dedicare una certa superficie della propria azienda alla coltivazione di una o più varietà locali perpetuando così la tradizione del proprio territorio. A differenza della conservazione ex situ che cristallizza lo status di un campione al momento della sua acquisizione e messa in sicurezza nelle strutture deputate, la conservazione on farm permette ad ogni risorsa di continuare a evolversi sulla spinta dell’interazione genotipo-ambiente che, come detto, ha nel tempo plasmato l’agro-biodiversità. Accanto alle iniziative istituzionali, ciascuno di noi, in quanto consumatore, può contribuire alle azioni di tutela indirizzando i propri acquisti, nel limite del possibile, verso le varietà locali di cui il nostro paese è ricchissimo (Fig. 3).

Figura 3. Alcuni esempi di vecchie varietà locali: zucche, ceci, mandorle, carote e frutti.

Un adeguato sbocco sul mercato, sia pure come prodotti di nicchia, è essenziale per la sopravvivenza in coltivazione delle vecchie varietà di un territorio. A trarne vantaggio non è solo l’agro-biodiversità e gli agricoltori che le coltivano ma anche l’uso di agrotecniche più rispettose dell’ambiente, la tutela del paesaggio di un comprensorio, e aspetti culturali quali tradizioni, modi dire e ricette legate alle vecchie varietà locali di ciascuna comunità.  

Il cromo sotto la lente: la sicurezza chimica degli articoli in cuoio

BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA' - 30 giugno, 2026 - 17:50

Biagio Naviglio

Quando acquistiamo un capo o un accessorio di lusso, la sicurezza dei materiali è garantita dietro le quinte. Le grandi case di Moda impongono ai propri fornitori dei severi capitolati d’acquisto (si veda in fondo). Lo strumento principale è la PRSL (Product Restricted Substances List), una lista che stabilisce i limiti massimi delle sostanze chimiche ammesse nel prodotto finito (come cuoio, tessuti o plastica) per tutelare la salute del consumatore.

Tra le sostanze più monitorate nel cuoio troviamo metalli pesanti, biocidi, formaldeide e, in particolare, il cromo.

La valutazione del cromo, così come quella degli altri metalli pesanti viene effettuata mediante estrazione con sudore artificiale acido

Il test del “sudore artificiale”: come funziona?

Per capire se un materiale rilascia metalli a contatto con noi, i laboratori simulano la realtà. Poiché la nostra pelle ha un pH leggermente acido, i test utilizzano una soluzione di sudore artificiale acido (pH 5,5), nota 1. Se i metalli si sciolgono nel sudore in quantità eccessive, rischiano di penetrare nella pelle e causare dermatiti allergiche da contatto.

Non si usa il sudore artificiale alcalino (pH 8) sia perchè l’obiettivo è simulare nel modo più realistico possibile le condizioni della cute (pH acido) sia perché diversi metalli in ambiente alcalino tendono a formare composti poco solubili, con tendenza alla precipitazione, riducendo artificialmente la quantità misurata in soluzione.

I limiti di mercato sono severissimi: per il cromo estraibile dal sudore, la soglia è di appena 2 mg/kg per i prodotti destinati ai bambini (0-3 anni) e di 200 mg/kg per gli adulti; tali valori sono riportati, per esempio, nella lista PRSL del gruppo KERING.. Anche AFIRM (Apparel and Footwear International RSL Management Group) fa riferimento a questi limiti per il cuoio.

Il cuoio conciato al cromo non sempre  è in grado di rispettare tali requisiti soprattutto quello concernente il valore di 2 mg/kg; infatti, l’estrazione con sudore acido può comportare una leggera deconcia generando valori di cromo estraibile, talvolta, anche superiori a 200 mg/kg.

Il pericolo del Cromo Esavalente

Una distinzione fondamentale riguarda il tipo di cromo:

  • Cromo Trivalente: viene usato per la normale concia delle pelli e non è intenzionalmente pericoloso.

Cromo Esavalente (Cr VI): è un forte allergizzante. Il Regolamento Europeo (UE 301/14) vieta la vendita di articoli in cuoio a contatto con la cute in condizioni d’uso normali o ragionevolmente prevedibili che superino i 3 mg/kg di cromo esavalente (nota 2).

Il problema è che il cromo trivalente può trasformarsi in esavalente nel tempo a causa di fattori ambientali come l’esposizione alla luce solare (foto-invecchiamento), il calore o sbalzi di pH. Per evitare questo fenomeno, le concerie utilizzano oggi particolari accorgimenti tra i quali l’uso di speciali antiossidanti come ad esempio l’acido ascorbico o si orientano su sistemi di concia alternativi.

Nuove etichette per il consumatore: Chrome-Free e Metal-Free

Per rispondere alle richieste di massima sicurezza, il mercato ha adottato definizioni standard (Norma EN 15987:2022) per identificare i prodotti alternativi:

  • Cuoio senza cromo (Chrome-free): il contenuto totale di cromo è inferiore allo 0,1%.
  • Cuoio senza metalli (Metal-free): il totale di tutti i metalli concianti (Cromo, Alluminio, Titanio, Zirconio, Ferro) è inferiore allo 0,1%.
  • Concia vegetale o organica: i metalli concianti non superano lo 0,3%.

Conclusioni

Il cromo svolge un ruolo essenziale nella produzione del cuoio, ma richiede un attento monitoraggio per garantire la sicurezza dei prodotti finiti. La distinzione tra cromo trivalente e cromo esavalente è fondamentale per comprendere i rischi associati e le misure adottate dall’industria. Grazie ai controlli normativi, alle analisi di laboratorio e all’innovazione tecnologica, il settore del cuoio continua a migliorare i propri standard di sicurezza, offrendo prodotti sempre più affidabili per i consumatori.

Bibliografia

  1. Russo A., Tomaselli M., Naviglio B., Gallo A., Cassano A., Metalli pesanti nel cuoio: aspetti ambientali ed esperienze analitiche, CPMC, 2, 1998
  2. Naviglio B., Calvanese G., Tortora G., Caracciolo D., Girardi V., Metalli nel cuoio: origine, requisiti e conformità, CPMC, 85, 2, 2009
  3. Caracciolo D., Determinazione dei metalli nel cuoio, CPMC, 5/6, 2013
  1.  Naviglio B., La problematica del cromo esavalente nel cuoio, 1° seminario formativo AICC, Arzignano, 2016
  2. Bielak, E., Marcinkowska, E. Heavy metals in leathers, artificial leathers, and textiles in the context of quality and safety of use. Sci Rep 12, 5061 (2022) https://doi.org/10.1038/s41598-022-08911-9

Nota 1: Il metodo di prova, norma UNI EN ISO 17072-1:2019, per la determinazione del contenuto di metalli estraibili dal cuoio utilizza una soluzione di sudore artificiale a pH 5,5; tale soluzione contiene 0.5 grammi di L-istidina monoidrato, 5 grammi di cloruro di sodio, 2.2 grammi di sodio diidrogeno ortofosfato diidrato.

Nota 2: Il metodo di analisi per la determinazione del Cromo (VI) nel cuoio, UNI EN ISO 17075-1:2017, prevede l’estrazione del cromo (VI) a pH 7,5-8,0 mediante una soluzione tampone di K2HPO4 .3H2O in presenza di gas inerte, e la sua successiva determinazione spettrofotometrica per reazione con 1,5-difenilcarbazide a pH di circa 4,0.

L’altro metodo, UNI EN ISO 17075-2:2017, utilizzato in caso di controversie ufficiali e previsto anche nelle PRSL delle griffe di moda, prevede la determinazione del cromo esavalente, dopo estrazione con soluzione tampone, mediante un metodo cromatografico (cromatografia ionica).

Esempi di restricted substances list:

https://sustainability.dolcegabbana.com/wp-content/uploads/2024/12/Restricted-Substances-List-di-DolceGabbana.pdf

https://saint-laurent.dam.kering.com/m/5d8c046ffa5f5690/original/PRSL-and-Product-Safety-Requirements_Contract-Version_rev-9_2023_ITA.pdf

https://afirm-group.com/wp-content/uploads/2026/02/2026_AFIRM_RSL_2026_0211b.pdf

A recyclable porphyrin photocatalyst for highly efficient visible-light-driven aerobic oxidation of sulfides

Chemical News - 29 giugno, 2026 - 20:55

Green Chem., 2026, 28,10157-10167
DOI: 10.1039/D6GC01903J, PaperCongjia Xie, Heng Tang, Maolin Yang, Tianzhen Xie, Long Shi, Xiao Peng, Zhongxia Zhao, Wenyun Tan
A recyclable porphyrin photocatalyst merging homogeneous efficiency with heterogeneous recyclability enables highly efficient, visible-light-driven sulfide oxidation.
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Photocatalytic water-donating transfer semi-hydrogenation of alkynes coupled with glycerol oxidation over Pd-TiO2

Chemical News - 29 giugno, 2026 - 20:55

Green Chem., 2026, 28,10251-10259
DOI: 10.1039/D6GC01700B, PaperEn Zhao, Shaokang Zhai, Jingyuan Su, Hehe Fan, Zhaohui Chen, Ziyi Fan, Wenjun Zhang, Haijiao Lu, Zupeng Chen
This study reports a TiO2-supported Pd photocatalyst that enables coupled water-donating transfer semi-hydrogenation of alkynes with glycerol conversion, providing a sustainable approach for alkene production and biomass valorization.
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Neanche gli dei

BLOG: LA CHIMICA E LA SOCIETA' - 27 giugno, 2026 - 10:01

Mauro Icardi

“Contro la stupidità neanche gli dei possono nulla”

Questa celebre affermazione dello scrittore e drammaturgo tedesco Friedrich Von Schiller, contenuta nel terzo atto de La pulzella d’Orléans, è forse una delle massime più citate della letteratura europea. Chi puo’ dire di non averne fatto esperienza? Vi sono ostacoli e confronti che nemmeno l’intelligenza o la saggezza riescono a superare, quando si scontrano con il pregiudizio, l’ottusità, l’incapacità di comprendere.

In questi giorni sto leggendo sia il romanzo di Asimov che richiama lo stesso aforisma, che il quasi introvabile libro di Bertrand Russel “Il trionfo della stupidità”, che ho recuperato  grazie all’interessamento dell’amico gestore del negozio “Il libraccio” di Varese.

In entrambi i libri la stupidità, lo sgomento che si prova quando la si incontra sono il filo rosso dei due libri, molto diversi tra loro.  In quello di Asimov la stupidità è vista in chiave narrativa, mentre quello di Russel è una raccolta di 156 saggi scritti tra il 1931 e il 1935 sul “New York American”.

Nel libro di Asimov Il ritrovamento, in un laboratorio, di una sostanza che, secondo le nostre leggi fisiche, non può esistere, porta un gruppo di scienziati a entrare in contatto con una razza misteriosa ed evolutissima che abita in una realtà parallela alla nostra. La scoperta provoca in breve una vera e propria rivoluzione nella scienza. Grazie alla collaborazione tra i due universi i terrestri riescono a impadronirsi di una fonte di energia apparentemente inesauribile. Un giovane fisico idealista  Peter Lamont scopre però che lo scambio di materia tra i due universi mette in pericolo la stabilità del sole.

Ma i suoi tentativi di mettere in guardia i potenti per evitare le conseguenze catastrofiche dello scambio sono respinti sdegnosamente. Qualcosa di analogo avviene nell’universo alieno. Nessuno vuole rinunciare ad agi e comodità, anche se possono provocare danni alle generazioni successive.

Nel libro di Bertrand Russell si possono trovare delle perle di questo tipo: “Nel corso degli ultimi anni un’enorme quantità di denaro, tempo e materia grigia è stata impiegata nel tentativo di sopraffare la resistenza all’acquisto, ossia nell’indurre persone inoffensive a sprecare il loro denaro per l’acquisto di oggetti che non hanno alcun desiderio di possedere”.

Nel saggio intitolato “Il trionfo della stupidita” Russel cerca di comprendere come sia stato possibile che in Germania Hitler abbia potuto prendere il potere. E qui l’aforisma è ancora oggi più attuale che mai: “Nel governo del mondo ,oggi la forza bruta ha un ruolo molto più importante di quanto lo avesse mai avuto prima del 1914,è ciò che è particolarmente allarmante è che la forza tende ad essere sempre dalla parte dei nemici della civiltà.”

Poche righe più avanti si incontra il suo aforisma più famoso e conosciuto: “La causa fondamentale del problema è che nel mondo moderno lo stupido è arrogante, mentre l’intelligente è pieno di dubbi”

L’articolo usci nel 1933, ma sembra scritto oggi.

Ho voluto utilizzare questo lungo preambolo letterario in primo luogo perchè apprezzo i due autori e i loro libri, ma anche per un motivo maggiormente attuale.

Si dice spesso che un’immagine valga più di mille parole. E di parole sulle ondate di calore, sul cambiamento climatico su questo blog, su queste pagine ne abbiamo scritto innumerevoli volte. Con le parole della scienza, delle nostre competenze che cerchiamo di mettere a disposizione di chi troverà il tempo e la voglia di leggerci.

Ma sono parole che vengono respinte, disdegnate e rifiutate. La realtà che vedo è quella di un colossale è planetario rifiuto collettivo della realtà. Ho dovuto abbandonare per qualche tempo la bicicletta, e con i concomitanti lavori sulla tratta ferroviaria devo utilizzare un lungo e sfiancante viaggio con un bus sostitutivo, e poi l’ultima tratta in treno per arrivare in ufficio.  Avevo trovato un’alternativa con un’altra direttrice ferroviaria, ma ho rischiato davvero il colpo di calore, per recarmi alle stazioni di partenza ed arrivo situate a maggiore distanza da dove abito. Nel tragitto in autobus ho assistito ad un accenno di rivolta per l’aria condizionata non funzionante sul mezzo Nella  percezione quasi generale, questi non sono assolutamente eventi anomali. Perché in estate è normale che faccia caldo, è il problema non è l’emissione di CO2 ma un oscuro complotto dei soliti poteri forti. (schematizzato così in testa alla “gggente”: il troppo caldo è figlio di una oscura geoingegneria e lo scopo è farci comprare l’auto elettrica)

“C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti, e c’è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza.””**

Si può tranquillamente affermare che gli Stati Uniti abbiano perso questo primato, che si è diffuso a macchia d’olio in buona parte del pianeta, soprattutto negli stati che si considerano evoluti.

Non tira davvero una bella aria, anzi in questo momento non si muove un filo d’aria.

** da Un culto dell’ignoranza” (pubblicato originariamente sulla rivista Newsweek il 21 gennaio 1980 e successivamente raccolto in alcune antologie con il titolo in inglese “A Cult of Ignorance”).

One-pot oxidation–acetalization strategy for photocatalytic cleavage of C–C bonds in lignin model compounds over phosphorus-doped carbon nitride

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,10087-10095
DOI: 10.1039/D6GC00716C, PaperYuguo Dong, Puyan Bai, Hongyu Yang, Changle Zhao, Lin Dong, Xiaoli Gu, Zupeng Chen
We developed an efficient oxidation–acetalization strategy for the selective cleavage of the Cα–Cβ bond in lignin using phosphorus-doped carbon nitride (P-CN) as the photocatalyst under mild conditions, which afforded acetal yield of up to 91.1%.
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Component modulation strategy of waste camellia shells via hydrogen-bond competition within neutral deep eutectic solvents to construct hard carbon as a high-performance sodium-ion battery anode

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,10074-10086
DOI: 10.1039/D6GC01715K, PaperJiaying Chen, Xi Yu, Yuejin Zhan, Jing Huang, Hanlin Hu, Bi Luo, Hui Li, Ping Gao, Yefeng Zhou
Deep eutectic solvent (DES) pretreatment is a key strategy for modulating the three major components of waste biomass (cellulose, hemicellulose, and lignin).
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Low-temperature ambient-air synthesis of an efficient and stable axially N-coordinated Fe single-atom catalyst for oxygen reduction

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,10141-10149
DOI: 10.1039/D5GC06274H, PaperXianghui Wang, Yun Luo, Xuehan Zheng, Zhicheng Wang, Shengpin Wu, Chenghang You, Guifa Long, Jiali Mu, Zhenxing Liang
Low-temperature ambient-air synthesis of an efficient and stable axially N-coordinated Fe single-atom catalyst for oxygen reduction.
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Time-release catalysis for cascade hydrolytic hydrogenation of cellulose

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,10027-10038
DOI: 10.1039/D6GC02110G, PaperJunyan Fu, Shihan Zhang, Bingjie Qiu, Richard Lee Smith, Xinhua Qi
Carbon-encapsulated nickel phosphide with time-release properties was synthesized for the highly efficient one-pot cascade hydrolytic hydrogenation of cellulose by balancing acidic and hydrogenation active sites in the catalytic system.
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Synergistically enhanced co-adsorption of HMF and hydroxyl on selenium and oxygen dual vacancies in CeO2-CuNiSe2/NF for high-efficiency HMF electrooxidation

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,10039-10049
DOI: 10.1039/D5GC07018J, PaperJunpu An, Fan Yang, Hongchen Liu, Kexin Wei, Chunhui Yu, Siyuan Sun, Yang Sun, Jiahui Liu, Xinyang Sun, Ruijing Feng, Yongfeng Li
To address slow HMF electrooxidation from weak coadsorption, we fabricate CeO2–CuNiSe2/NF with O/Se dual vacancies, achieving 1.23 A cm−2 at 1.5 VRHE. Dual vacancies enhance co-adsorption, reduce energy barriers, and accelerate HMF oxidation.
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Morphology-controlled fully spray-coated organic solar cells with a high power-to-weight ratio

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,10017-10026
DOI: 10.1039/D6GC00940A, PaperQin Wang, Kang An, Zhisheng Zhou, Hongyu Zhang, Zhipeng Yin, Jialin Wu, Xingwang Kang, Feiyue Lu, Xujie Hui, Wei Meng, Youyu Jiang, Yinhua Zhou, Keyou Yan, Lei Ying, Ning Li
Fully spray-coated organic solar cells achieve a power-to-weight ratio of >250 W g−1via morphology-regulated active layers.
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One-step supramolecular co-assembly of lignin into micro-/nanospheres for photostable, sustained-release delivery of photosensitive pesticides

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,10057-10073
DOI: 10.1039/D6GC01679K, PaperHong-zhen Sun, Hai-xiu Bai, Yu-han Shang, Xin-yao Ye, Min Wang, Wei Xu, Jia-long Wen, Da-xia Zhang, Feng Liu
Conventional pesticide formulations suffer from energy-intensive processing, organic-solvent burdens, poor photostability, and high non-target toxicity.
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Electrocatalytic valorization of bio-based 2,5-furandicarboxylic acid: selective ring-opening hydrogenation to 2-hydroxyadipic acid over nanostructured bismuth

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,9996-10005
DOI: 10.1039/D6GC00924G, PaperTing-Yi Chung, Tzu-Hsuan Wang, Fitri Nur Indah Sari, Jie-You Ke, Chi-Cheng Chiu, Chia-Yu Lin
Synergistic electrocatalysis between bismuth and QAS cations promotes ring-opening and hydrogenation of 2,5-furandicarboxylic acid to 2-hydroxyadipic acid. This platform achieves exceptional selectivity and yield for sustainable biomass valorization.
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Machine learning boosted design of ionic liquid-based deep eutectic solvents for CO2 capture

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,9959-9975
DOI: 10.1039/D6GC00083E, Tutorial ReviewRuina Zhang, Guokai Cui, Guoxiong Zhan, Mengyi Ma, Xiaochun Zhang, Xiangping Zhang, Hanfeng Lu
Artificial intelligence accelerates the design of ionic liquid-based deep eutectic solvents for efficient CO2 capture, enabling prediction, screening, and interpretation through machine learning driven models.
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Reclaiming carbon fibres: a green catalytic route for low-temperature CFRP recycling

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51

Green Chem., 2026, 28,9976-9982
DOI: 10.1039/D5GC06006K, CommunicationYunzi Xin, Mai Goto, Takashi Shirai
A green catalytic strategy enables low-temperature recycling of CFRP, selectively removing the resin matrix and recovering structurally preserved carbon fibres for sustainable reuse.
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A Dilute Electrolyte Additive Enables Synergistic Thermodynamic and Kinetic Modulation for Durable Four-Electron Zn-I2 Batteries

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51
Green Chem., 2026, Accepted Manuscript
DOI: 10.1039/D6GC02752K, PaperShusheng Huang, Tianran Yan, Shiqi Shen, Lei Wang, Pan Zeng, Lingling Guo, Liang Zhang
Aqueous zinc-iodine batteries (ZIBs) based on four-electron I -/I 0 /I + redox chemistry hold great promise for high-energy-density energy storage. However, their practical deployment faces critical challenges, mainly including...
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Biobased antifatigue organohydrogel with superior ionic conductivity enabled by lignin nanostructures

Chemical News - 25 giugno, 2026 - 10:51
Green Chem., 2026, Accepted Manuscript
DOI: 10.1039/D6GC02024K, PaperOpen Access Open Access Creative Commons Licence&nbsp This article is licensed under a Creative Commons Attribution 3.0 Unported Licence.Thanh Vu, Alexandros E E. Alexakis, Mika H. Sipponen, Matilda Andersson
Organogels that exhibit efficient mechanical energy dissipation, high mechanical robustness, long-term durability, and outstanding ionic conductivity are promising for flexible electronic devices, yet integrating these attributes into a single material...
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