Aggregatore di feed
Correction: Boundaries for a global resilient energy transition
DOI: 10.1039/D5GC90243F, Correction
Open Access
  This article is licensed under a Creative Commons Attribution 3.0 Unported Licence.Martin H. G. Prechtl, Elisabete C. B. A. Alegria, Helena Belchior Rocha, Elsa Justino, João F. Gomes, Jaime F. PunaThe content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Membranes from bio-based poly(ethylene furanoate) and natural solvents
DOI: 10.1039/D5GC05422B, Paper
Open Access
  This article is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial 3.0 Unported Licence.Malinalli Ramírez-Martínez, Usman T. Syed, Glenda Terán-Cuadrado, Anissa Nurdiawati, Maria Di Vincenzo, Iuliana M. Andrei, Dimitrios N. Bikiaris, Sami G. Al-Ghamdi, Suzana P. NunesReplacing fossil materials with renewable bio-based alternatives is a pivotal strategy to make the membrane manufacturing industry more sustainable in alignment with the UN Sustainable Development Goals.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Cysteamine-modified Pd sites in a covalent organic framework for the efficient electrocatalytic semi-hydrogenation of terminal alkynes
DOI: 10.1039/D5GC05112F, PaperShuai Liu, Haoyan Zhang, Pengxin Ren, Jiangsheng Han, Pengpeng Shao, Yuyang Ge, Guixian Chen, Li Ma, Ling Wang, Zhengfeng Zhao, Baoying Li, Siyuan Liu, Yuehui Li, Yongli Du, Zunqi Liu, Jianbin Chen
Cysteamine-modified Pd-based COF exhibited enhanced electrocatalytic activity for the semi-hydrogenation of alkynes using H2O as a green, sustainable hydrogen source.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Citric acid: a powerful biomass-derived host doped with diverse guests for green room-temperature phosphorescence materials
DOI: 10.1039/D5GC06726J, PaperZhenghongbo Zhao, Yexin Li
Citric acid is developed as a novel green and versatile host to activate the persistent phosphorescence of various aromatic guests.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Fallen-leaf-sensitized biosolar oxygenation of hydrocarbons
DOI: 10.1039/D5GC04630K, Paper
Open Access
  This article is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial 3.0 Unported Licence.Minkyung Lee, Jinha Jang, Jeongeun Cha, Sang Hyun Lee, Frank Hollmann, Keehoon Won, Chan Beum ParkSolar-driven H2O2 production by fallen Platanus leaves enables highly selective biocatalytic oxyfunctionalization of hydrocarbons. Acting as metal-free photocatalysts, the leaves supply in situ H2O2 to peroxygenase for oxyfunctionalization.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Glycerol-enabled glycolysis of TDI-based polyurethane foams for selective recovery of aromatic diamines
DOI: 10.1039/D5GC06111C, PaperChanglei Yu, Xing Yang, Jiawei Liu, Ling Jiang, Lili Zhao, Weiliang Dong, Min Jiang
Glycerol enables one-pot glycolysis of TDI-based polyurethane foams, delivering high yields of aromatic diamines and a reusable polyether-polyol stream under solvent-free, atmospheric conditions.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Greener citrate-assisted extraction of sodium alginate: process optimization and the mechanical performance of alginate-based films
DOI: 10.1039/D5GC05514H, Paper
Open Access
  This article is licensed under a Creative Commons Attribution 3.0 Unported Licence.Hayley A. Smith, Julie Zhou, Heather L. BuckleyRSM-optimized citrate chelation delivers scalable, single-step extraction of alginate with high molecular weight and reduced energy and emissions.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Catalyst-free polyesterification enables the formation of multifunctional and sustainable polyesters
DOI: 10.1039/D5GC05204A, PaperHongjie Zhang, Miaomiao Wang, Shihao Niu, Qiuquan Cai, Wenxing Chen, Wangyang Lu
This study has successfully developed a sustainable polyester that is free of toxic catalysts, demonstrates switchable performance and closed-loop recyclability, thus fulfilling the requirements of diverse application fields.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Record-high biotin production in Pseudomonas mutabilis via multi-strategy metabolic engineering and BioB redesign
DOI: 10.1039/D5GC06333G, PaperJiarun Zhao, Siqi Zuo, Bin Zhou, Fengzhu Guo, Mengjun Fang, Jiazhang Lian, Zhinan Xu
Biotin overproduction in Pseudomonas mutabilis via multilevel metabolic engineering and BioB redesign.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Amorphous/crystalline heterogeneous interface synergizing with in situ-generated dual Cl−-repelling layers to realize ultrastable seawater oxidation
DOI: 10.1039/D5GC05113D, PaperAijiao Guo, Qichen Chen, Ziwei Zhang, Ye Feng, Meichuan Liu
The reasonable construction of an electrocatalyst with strong corrosion resistance and high catalytic activity for OER using earth abundant elements is of great significance to realize seawater splitting and hydrogen energy development.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Le bioplastiche sono veramente bio?
Luigi Campanella, già Presidente SCI
La problematica è chiara. Le bioplastiche dovrebbero garantire la disponibilità di un materiale per certi aspetti utile, senza però danneggiare ambiente e salute a causa della diffusione ubiquitaria dei suoi prodotti di degradazione. Ovviamente il prefisso bio deve essere garantito e lo si fa imponendo una composizione in cui la componente non bio non superi l’1%.
Da qui la necessità di disporre di metodi capaci di determinare con precisione tale componente, al fine di garantire la commerciabilità della corrispondente bioplastica. I metodi di controllo della composizione delle bioplastiche già esistenti includono:
1. *Analisi chimica*: tecniche come la cromatografia liquida (HPLC), la spettroscopia infrarossa (IR) e la spettrometria di massa (MS) per determinare la composizione chimica delle bioplastiche.
2. *Test di solubilità*: per valutare la solubilità delle bioplastiche in diversi solventi e determinare la loro composizione.
3. *Analisi termica*: tecniche come la calorimetria differenziale a scansione (DSC) e la termogravimetria (TGA) per studiare le proprietà termiche delle bioplastiche.
4. *Microscopia*: tecniche come la microscopia elettronica a scansione (SEM) e la microscopia a forza atomica (AFM) per studiare la morfologia e la struttura delle bioplastiche.
Ora fa piacere sapere che un team, peraltro italiano, di ricercatori ha messo a punto un nuovo metodo (si veda la citazione in fondo al post). Tra i componenti che hanno contribuito ci sono anche ricercatori pisani a cui vorremmo chiedere che i vantaggi in termini di accuratezza e sensibilità del metodo siano diffusi, al di là della pubblicazione scientifica, con il doppio fine di ridurre gli abusi e verificare le conformità alla legge.
Il team di ricercatori dell’Università di Pisa, d’intesa con il Consorzio Biorepack, il Consorzio nazionale per il riciclo organico delle bioplastiche compostabili, ha sviluppato questo nuovo metodo per rilevare la presenza di polietilene, un polimero non biodegradabile, nelle bioplastiche compostabili. L’obiettivo è contrastare l’illegalità nel settore degli imballaggi e garantire la qualità delle bioplastiche, proteggendo l’ambiente e la salute umana.
Sul piano operativo, il protocollo proposto dai ricercatori UniPi si basa su tecniche di pirolisi analitica accoppiata a spettrometria di massa, questo tipo di coordinamento rende capaci di rilevare concentrazioni di PE anche inferiori all’1%, in linea con i limiti di legge.
L’innovazione non sta solo nella metodica in sé, ma nel suo doppio valore strategico: da un lato diventa una garanzia di trasparenza industriale, permettendo alle aziende di certificare con assoluta certezza la purezza dei propri materiali; dall’altro si trasforma in un potente strumento di sorveglianza ambientale, offrendo alle autorità di controllo una “lente d’ingrandimento” capace di distinguere, senza margine d’errore, le bioplastiche autentiche.
“Non è sufficiente etichettare un prodotto come biodegradabile e compostabile: è essenziale verificarne l’effettiva conformità, per evitare che i residui plastici persistano nell’ambiente per anni”, sottolinea Marco Mattonai, uno degli autori.
I risultati delle analisi sinora condotte hanno rivelato che circa metà delle buste sottoposte ai controlli sono fuori norma con quantità di polietilene anche sino al 5%. Si tratta di prodotti in gran parte di provenienza extra UE.
“Con le metodiche analitiche che abbiamo sviluppato è finalmente possibile effettuare controlli affidabili anche su campioni complessi, in tempi rapidi e con costi contenuti, offrendo uno strumento concreto a tutela dell’ambiente e della trasparenza verso i consumatori”, aggiunge Erika Ribechini.
Vorrei ricordare quando negli anni 70 alcune leggi a protezione sanitaria ed ambientale furono ritardate dalla indisponibilità di metodi analitici affidabili di controllo rispetto ai limiti individuati dalla medicina come capaci in ogni caso di produrre un effetto.
Sapere che una legge ed il rispetto di una norma sono dotati di adeguati strumenti scientifici di controllo diviene un elemento importante di educazione civile e di sicurezza ambientale.
L’articolo è stato pubblicato in Journal of Analytical and Applied Pyrolysis col titolo “Quantification of polyethylene in biodegradable plastics by analytical pyrolysis-based methods with GC split modulation.”
Consultati:
https://www.polimericanews.com/articolo.asp?id=348
Lotta all’illegalità nelle bioplastiche: Unipi sviluppa un metodo innovativo per individuare la componente non biodegradabileAnche la plastica aumenta l’effetto serra?
Diego Tesauro
Forse questo titolo appare piuttosto scontato in quanto, essendo la plastica prodotta da fonti fossili, sia nella fase della sua produzione che nella fase del suo smaltimento, con qualunque procedura si operi, genera CO2. La sola produzione è responsabile di circa il 5% (2,24 gigatonnellate di CO2 equivalente) delle emissioni globali di gas serra, rispetto all’1,4% (0,6 GtCO2) dell’aviazione [1]. Quindi aumenta l’effetto serra, il punto interrogativo sarebbe pleonastico. Ma la domanda si pone nel caso ci si voglia riferire al contributo alla produzione di un altro gas serra al quale contribuisce in misura non ancora stimata con certezza: il protossido di azoto (N2O) (Figura 1). Il protossido di azoto o ossido nitroso, scoperto da Joseph Priestley nel 1772, già all’inizio del XIX secolo aveva mostrato le sue proprietà anestetiche, è un potente gas serra e inoltre contribuisce ad una riduzione dello strato di ozono. Spesso ci si concentra sulle prevalenti emissioni di altri gas serra come il biossido di carbonio ed il metano trascurando spesso questo ossido di azoto. Eppure ha una lunga permanenza in atmosfera ed è 273 volte più efficace della CO2 come potenziale di riscaldamento globale (GWP) su un periodo di 100 anni (https://www.epa.gov/ghgemissions/understanding-global-warming-potentials). Inoltre le emissioni sono aumentate del 40% dal 1980 al 2020 secondo l’agenzia federale degli USA National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).
Figura 1 Struttura di Lewis del protossido di azoto
La causa primaria è ascrivibile all’uso agricolo di fertilizzanti ricchi di azoto e letame. I processi che lo generano nel suolo sono di natura abiotica e microbica che agiscono in condizioni di bassa concentrazione di ossigeno. (Figura 2)
Figura 2 Quadro concettuale per i processi e i fattori chiave che regolano il ciclo dell’azoto nel suolo e di conseguenza la produzione di N2O dai terreni coltivati
(A) La crescita delle piante attraverso la fotosintesi, la produttività, l’allocazione della biomassa e l’impatto della lettiera e degli essudati radicali sulle proprietà del suolo e sui percorsi di produzione di N2O.
(B) Principali processi biotici attraverso percorsi microbici per la produzione, la riduzione, la trasformazione e la diffusione di N2O dai terreni coltivati.
(C) Principali processi abiotici attraverso percorsi chimici per la produzione e la diffusione di N2O dai terreni coltivati.
(D) Le proprietà del suolo controllano i percorsi biotici e abiotici per la produzione di N2O.
(E) Impatti dei cambiamenti climatici sulla produzione di N2O nei terreni coltivati attraverso la crescita delle piante, le proprietà del suolo e i percorsi microbici e chimici.
(F) Le pratiche di gestione agricola influenzano la produzione di N2O nei terreni coltivati attraverso la crescita delle piante, le proprietà del suolo e i percorsi microbici e chimici.
I batteri denitrificanti utilizzano i nitrati come agenti ossidanti producendo nitriti e quindi protossido di azoto prima di chiudere il ciclo con produzione di azoto elementare. Quindi le condizioni del suolo, il tipo di fertilizzante ed i tempi di applicazione influenzano significativamente le emissioni. Va da sé che per contenere le emissioni dovrebbero essere messe in atto strategie di mitigazione che includano un uso ottimizzato dei fertilizzanti, l’impiego di urea protetta con un inibitore di ureasi come N-(n-butil)tiofosforico triamide (NBPT) e inibitori della nitrificazione come 3,4-dimetilpirazolofosfato (DMPP) , e approcci innovativi come l’aggiunta di rocce silicatiche , come il basalto, frantumate che rilasciano nutrienti vitali (come potassio, calcio, magnesio e silicio), migliorano la salute del suolo, aumentano la resilienza delle colture ed aumentano il pH del suolo. Tuttavia, i costi e i benefici incerti sulle rese ne hanno limitato fino ad oggi l’adozione su larga scala.
Ma accanto alla produzione agricola bisogna aggiungere le emissioni dell’industria e della deforestazione. Ma se queste sono almeno in qualche misura quantificabili, sono completamente sconosciute le emissioni che provengono da quella, che possiamo definire oggi con un neologismo plastisfera che comprende la comunità microbica presente sui detriti di plastica, dovuta alla presenza delle microplastiche nei corsi d’acqua, nel mare e nel suolo.
Sebbene le microplastiche contengano quantità trascurabili di azoto come possono generare il protossido di azoto modificando significativamente il ciclo dell’azoto? Negli ultimi anni, molta attenzione è stata diretta verso questo problema. Inizialmente gli studi si sono concentrati su alcune forme di azoto (ad esempio, l’azoto totale del suolo) suggerendo che i diversi composti azotati (ad es. azoto organico, ammonio, nitrato e nitrito) erano influenzati dalle microplastiche tuttavia, non esiste un consenso unanime sui cambiamenti specifici che si verificano. Sebbene uno studio di qualche anno fa [2] abbia rilevato che l’emissione di N2O è stata anch’essa influenzata dall’esposizione alla microplastica, il meccanismo alla base della variazione delle emissioni di N2O rimane ancora poco chiaro, come testimoniano due studi sempre del 2022. Un primo conducendo esperimenti in laboratorio rileva che la concentrazione di ammonio (NH4+) nel suolo è aumentata e quella di nitrato (NO3–) è diminuita dopo l’applicazione di microplastiche. Al contrario, per un secondo le concentrazioni di NH4+ e NO3– non sono state significativamente influenzate dalla presenza di microplastiche.
Inoltre, i cambiamenti nei processi azotati del suolo e nei microrganismi funzionali coinvolti non sono stati sistematicamente elucidati in seguito all’esposizione alla microplastica. Pertanto, diventa urgente determinare come vengano modificati questi processi.
Le microplastiche possono modificare in certa misura le strutture delle comunità microbiche del suolo e le alterazioni nei microrganismi funzionali coinvolti nel ciclo dell’azoto possono infine influenzare il corrispondente processo dell’azoto. I geni infatti possono tradursi in enzimi che catalizzano i processi del ciclo dell’azoto.
Ad esempio, i microrganismi ossidanti l’ammonio mediano la fase iniziale del processo di nitrificazione esprimono il gene marker amoA, mentre i microrganismi funzionali svolgono ruoli essenziali nel processo di denitrificazione esprimono i geni marker come narG, napA e nirS. Allora esiste una correlazione fra l’espressione dei geni e quindi la funzione degli enzimi coinvolti nel ciclo dell’azoto e le quantità di specie azotate presenti nel suolo? Effettivamente uno studio sperimentale ha rivelato che le variazioni nel numero di copie dei geni amoA e nirS, indotte dalle microplastiche, potrebbero riflettere dei mutamenti nelle concentrazioni dello ione ammonio e dello ione nitrato. Per esempio la nitrato reduttasi è codificata da narG o napA, mentre la nitrito reduttasi è codificata da nirS e nirK, con entrambi gli enzimi che partecipano alla denitrificazione, uno studio ha riportato che, sotto esposizione a microplastiche, la diminuzione delle concentrazioni di nitrito nel suolo (NO2–) era strettamente associata a una maggiore attività della nitrato reduttasi. Pertanto, le attività enzimatiche coinvolte nel ciclo dell’azoto sono variabili indispensabili per chiarire i cambiamenti nei processi dell’azoto. Questi geni funzionali possono rispondere in modo variabile alla microplastica in quanto questa può alterare le proprietà del suolo (cioè pH e contenuto di grandi aggregati, ecc.) e influenzare l’aerazione del suolo. È stato osservato che il numero di copie di nirS può aumentare o diminuire sotto esposizione a microplastiche, mentre l’entità di amoA è influenzata. Le risposte variabili di questi geni probabilmente intrecciano i contributi della nitrificazione e della denitrificazione nelle emissioni di N2O (Figura 3). Inoltre, è stato ipotizzato che gli effetti delle microplastiche sul ciclo dell’azoto nel suolo fossero legati alle loro caratteristiche (cioè struttura, dimensione delle particelle, concentrazione, ecc.) e alla durata sperimentale. È necessario chiarire come questi fattori influenzino il ciclo dell’azoto del suolo.
Figura 3 Un quadro ipotetico proposto per rivelare le variazioni nelle trasformazioni dell’azoto in risposta alla presenza di microplastiche. La freccia rosa mostra la relazione tra due forme di azoto. Le linee tratteggiate indicano i cambiamenti gerarchici nel processo di ciclo dell’azoto. I microrganismi funzionali sono nel rettangolo rosa e gli enzimi del suolo sono nel rettangolo verde. ‘?’ rappresenta una variabile mancante. Abbreviazioni: NR = Reduttasi del nitrato, NIR = Reduttasi del nitrito, NXR = Nitrito ossidoreduttasi. (Copyright Elsevier)
Per valutare sistematicamente gli impatti delle microplastiche sul ciclo dell’azoto nel suolo bisogna analizzare i dati riportati dai vari studi effettuati: (1) quantificare l’entità con cui le varie forme di azoto nel suolo cambiano in presenza di microplastiche; (2) rivelare come i processi dell’azoto nel suolo sono alterati e identificare quali processi dominano la modifica delle emissioni di N2O; (3) esplorare come le proprietà delle microplastiche e le condizioni sperimentali influenzino le emissioni di N2O e i microrganismi funzionali che le inducono.
A seguito di un’analisi in contrasto con studi precedenti [3], si rivela un aumento delle emissioni di N2O complessivamente del 140,6% sotto l’esposizione a microplastiche. Il tasso di denitrificazione è aumentato significativamente del 17,8% con l’esposizione alle microplastiche. Vale la pena notare che il contributo della denitrificazione all’incremento di N2O è stato maggiore di quello della nitrificazione. Il numero totale di geni dei denitrificanti è aumentato del 10,6%, così come il numero di copie di diversi geni (nap, nas, nir e nos); tuttavia, il numero di copie dei nitrificanti non è stato alterato dall’esposizione alle microplastiche. Inoltre, le microplastiche hanno aumentato significativamente le attività della nitrato reduttasi del 4,8%. I cambiamenti divergenti nei processi dell’azoto nel suolo hanno portato a una diminuzione delle concentrazioni di ammonio e nitrato nel suolo (rispettivamente -6,7% e -22,4%). La razionalizzazione dei dati sembrano mettere in luce l’effetto delle microplastiche sulla produzione di protossido di azoto nel suolo. Ovviamente non essendo il suolo omogeneo i risultati possono essere molto influenzati dalla composizione, temperatura, dal pH, dal potere cationico. Questi primi risultati preliminari andrebbero allargati anche alle microplastiche presenti nei corsi d’acqua o nel mare. Inoltre andrebbe analizzato l’effetto delle comunità microbiche presenti sulle varie tipologie di microplastiche, ipotizzare il ruolo delle molecole rilasciate dalle microplastiche ed il motivo per il quale i geni dei microbi ne risultano influenzati. Insomma siamo soltanto all’inizio di un’attività di ricerca ancora tutta da svolgere.
Per approfondimenti:
[1] Karali, N., Khanna, N. & Nihar, S. Climate Impact of Primary Plastic Production (Lawrence Berkeley National Laboratory, 2024). https://escholarship.org/uc/item/6cc1g99q
[2] Gao, H. et al. Macro-and/or microplastics as an emerging threat effect crop growth and soil health. Resour. Conserv. Recycl. 2022, 186, 106549 https://doi.org/10.1016/j.resconrec.2022.106549.
[3] Pinjie Su et al. Microplastics stimulated nitrous oxide emissions primarily through denitrification: A meta-analysis Journal of Hazardous Materials 2023, 445, 130500 https://doi.org/10.1016/j.jhazmat.2022.130500
Zhu, G., et al. Nitrous oxide sources, mechanisms and mitigation. Nat Rev Earth Environ 2025, 6, 574–592 https://doi.org/10.1038/s43017-025-00707-5
L’inquinamento dell’aria indoor. Questo sconosciuto.
Angelarosa Piergiovanni
Quando si parla di inquinamento dell’aria una delle prime immagini che torna in mente alla maggior parte di noi è sicuramente quella vista più volte in TV, ovvero un enorme impianto industriale con tante ciminiere che riversano in atmosfera spropositate quantità di densi fumi grigiastri. Forse qualcuno penserà agli alti livelli di inquinanti nelle zone urbane particolarmente congestionate dal traffico o ai fumi prodotti dagli impianti di riscaldamento domestici obsoleti. Ma quanti si fermeranno a riflettere se e quanto sia inquinata l’aria all’interno delle nostre case, uffici, scuole, centri commerciali, e via dicendo? Ambienti in cui trascorriamo gran parte del nostro tempo ma che percepiamo come sicuri ed accoglienti. Effettivamente dell’inquinamento indoor si parla molto poco ma ciò non vuol dire che il problema non esista o che sia ignorato dalla comunità scientifica. Infatti, da una rapida ricerca ci si accorge che la mole di studi pubblicati sull’argomento è tutt’altro che trascurabile ma i risultati sono poco noti al di fuori dello stretto ambito scientifico. Sebbene non sia semplice quantificare i singoli inquinanti nei vari contesti, l’OMS ha stimato in 3.2 milioni, 500.000 dei quali solo in Europa (European Environmental Agency, 2019), i decessi prematuri riconducibili all’inquinamento indoor. Ovviamente le fonti di inquinamento sono un po’ diverse tra le varie tipologie di edifici poiché la qualità dell’aria indoor dipende essenzialmente da tre fattori:
1) posizione dell’edificio;
2) attività che si svolgono al suo interno;
3) materiali usati per la costruzione e per gli arredi.
Limitandoci al caso di una abitazione privata al suo interno vi sono varie fonti di inquinanti che generalmente non percepiamo come tali.
1. Posizione dell’abitazione
La qualità dell’aria all’interno di una abitazione è molto influenzata dalla sua ubicazione poiché è inevitabile uno scambio di aria tra esterno e interno tutte le volte che si apre una finestra, una porta o per l’azione di sistemi di climatizzazione. Il livello di inquinanti esterni che penetrano all’interno sarà decisamente diverso a seconda che si abbia un affaccio su una strada molto trafficata, vicino a strutture industriali o su spazi verdi sufficientemente ampi. Il traffico veicolare, come sappiamo, diffonde in atmosfera CO2, CO, NOx, SO2, O3, polveri sottili (PM) ma altre fonti presenti nelle vicinanze come attività commerciali, cantieri, interventi urbanistici di vario genere, ecc. rilasciano una variegata serie di composti organici e inorganici che inevitabilmente si ritroveranno all’interno delle abitazioni situate nei dintorni. Inoltre, nell’interscambio d’aria esterno/interno giocano un ruolo non trascurabile le condizioni metereologiche. Giornate ventose o di pioggia favoriscono l’abbattimento degli inquinanti all’esterno con indubbi benefici anche per la qualità dell’aria indoor. Infine, in particolari contesti, a questo background possono aggiungersi specifici composti prodotti da impianti industriali presenti nelle vicinanze dell’abitazione. Prescindendo da casi di rilascio accidentale di inquinanti dovuti a inconvenienti tecnici o incidenti, situazioni in cui vi è una costante esposizione a sostanze nocive non di rado sono salite all’attenzione delle cronache anche nel nostro paese.
2. Attività che si svolgono
Le attività che normalmente si svolgono in una abitazione contribuiscono a loro volta all’inquinamento indoor ma il loro impatto è correlato alle abitudini di chi ci abita. La cottura domestica dei cibi, oltre alla diffusione di composti volatili che comunemente percepiamo come “odori gradevoli”, è una importante fonte di inquinamento. L’utilizzo per la cottura di fiamme libere (prevalentemente fornelli a gas nel nostro paese), come tutti i processi di combustione, genera consumo di ossigeno e rilascio di biossido e monossido di carbonio (CO2, CO), quest’ultimo in misura minima. Eventuali impurità presenti nel gas, bruciando, produrranno biossido di zolfo, ossidi di azoto (SO2, NOx), polveri sottili o ultra sottili (PM) che vengono rilasciati nell’ambiente in assenza di adeguati sistemi di aspirazione. L’impiego di piani a induzione o piastre elettriche risulta decisamente meno impattante sulla qualità dell’aria indoor ma non necessariamente sull’ambiente se l’energia elettrica utilizzata per il loro funzionamento è comunque prodotta da combustibili fossili. Ulteriori fiamme libere in ambiente domestico sono costituite dall’utilizzo per il riscaldamento di caminetti o stufe (a gas, pellet, legna, biomasse, ecc.). Tutte queste tipologie incrementano ulteriormente i livelli dei prodotti della combustione. Purtroppo non sono rari i casi di intossicazione o decesso a causa di malfunzionamenti che portano il livello di CO indoor al di sopra della soglia tollerabile da un essere umano. La presenza di fumatori contribuisce a sua volta alla contaminazione dell’aria poiché anche la combustione del tabacco rilascia nell’ambiente sostanze nocive.
Un capitolo a parte è rappresentato dalla vasta gamma di prodotti utilizzati per la pulizia della casa il cui uso è essenzialmente concentrato in due ambienti la cucina e il bagno. Tali prodotti contengono in quantità variabile surfattanti, acidi, basi, solventi, sbiancanti, propellenti oltre a varie fragranze. Il loro rilascio nell’ambiente durante l’utilizzo non sono influenza negativamente la qualità dell’aria ma può dar luogo a reazioni chimiche indesiderate generate dalla combinazione con composti rilasciati nell’ambiente da altre fonti. È bene ricordare che è stato ampiamente dimostrato come un uso eccessivo e/o scorretto dei prodotti per l’igiene può portare all’insorgenza di patologie alle vie respiratorie, acidi e basi concentrati sono fortemente irritanti, alcune fragranze possono causare allergie, il benzalconio cloruro può dar luogo a dermatiti.
3. Materiali di costruzione e arredi
I materiali con cui è edificata o arredata una abitazione hanno a loro volta un impatto sulla qualità dell’aria. Parquet, superfici in PVC, pitture murali, laccatura e collanti di infissi e mobili, agenti sigillanti possono rilasciare una vasta gamma di composti che, avendo un basso punto di ebollizione, si diffondono facilmente. Genericamente denominati Composti Organici Volatili (VOCs), appartengono a questa categoria circa 400 diverse molecole. Si tratta di alcani, composti aromatici alchilati, stirene, toluene, glicoli, esteri, chetoni, formaldeide, ecc. che sono variamente presenti nelle abitazioni private, uffici, scuole, centri commerciali, ecc. Gli effetti negativi sulla salute dei VOCs più comuni sono ampiamente documentati in letteratura ma definire per ciascuno di essi una soglia limite è molto difficile poiché si tratta di valori strettamente legati alle diverse tipologie di edifici.
È bene fare qualche esempio esplicativo poiché si tratta di molecole molto diverse tra loro che sono rilasciate in quantità e modalità differenti. Gli abiti sottoposti a lavaggio a secco in lavanderia a seguito del trattamento subito rilasciano tetracloroetilene o prodotti similari per un certo lasso di tempo. Prodotti per la profumazione degli ambienti e oli essenziali rilasciano pinene, limonene e altri terpeni. Plastiche di vario tipo, pitture, solventi, adesivi rilasciano benzene, etilbenzene, xileni, toluene i cui livelli sono generalmente più alti in ambienti da poco costruiti o ristrutturati. Particolarmente attenzionata è la formaldeide che è rilasciata da svariati materiali molto diffusi nelle abitazioni quali Il compensato, presente nei manufatti in legno, materiali utilizzati per l’isolamento termico, resine, collanti, pitture. Anche in questo caso il rilascio nell’ambiente andrà via via decadendo col trascorrere del tempo dalla data di costruzione o ristrutturazione. Alcuni detergenti per la casa contengono a loro volta formaldeide ma questa può anche generarsi per ossidazione di alcuni VOCs in presenza di ozono.
tetracloroetilene
formaldeide
Le piante da appartamento possono giocare un duplice ruolo sulla qualità dell’aria poiché, oltre a produrre ossigeno, possono migliorare o peggiorare la qualità dell’aria a seconda della specie. Alcune specie sono capaci di assorbire selettivamente diverse classi di VOCs, altre rilasciano isoprene, monoterpeni, sesquiterpeni, i quali danno luogo a aerosol organici secondari a seguito di ossidazione. La formazione di tali aerosol varia nell’arco della giornata essendo i processi ossidativi favoriti dalla presenza della radiazione solare. Esiste una vasta letteratura sugli effetti delle piante sulla qualità dell’aria che sarebbe bene conoscere per fare scelte appropriate prima di acquistare delle piante da interno. Ad esempio, il potos (Epipremnum aureum)eil falangio(Chlorophytum comosum) sono molto utili poiché agiscono come purificatori dell’aria.
Potos
Falangio
Un ultimo pericoloso inquinante è rappresentato dal radon, un gas radioattivo generato dal decadimento dell’uranio naturalmente presente in alcune rocce e suoli. La sua cancerogenicità è nota da decenni e già nel 2014 la UE ha sollecitato i governi ad intraprendere le necessarie misure per ridurre l’esposizione della popolazione (EU, 2014). A tal fine è fondamentale definire la relazione tra quantità di radon indoor e le caratteristiche geologiche del suolo su cui sono stati costruiti i singoli edifici. Uno studio appena pubblicato (Antignani et al 2026) va in questa direzione fornendo un quadro sufficientemente dettagliato del rischio di esposizione al radon per il nostro paese. I dati presentati dagli autori evidenziano significative differenze della potenziale concentrazione di radon indoor tra le diverse zone d’Italia. Va comunque precisato che la concentrazione di radon si riduce progressivamente passando dal piano terra, che è a diretto contatto col suolo, ai piani via via più alti. Si può anche notare come in certe zone del nostro paese i materiali da costruzione usati (il tufo campano) sono sorgenti di radon.
Per migliorare la qualità dell’aria indoor sono disponibili sul mercato diversi tipi di purificatori che operano sia sulla base di principi fisico-chimici (ozonizzatori, materiali adsorbenti, ecc.) che biologici (microrganismi immobilizzati su film, microalghe, ecc.). Ciascuna tipologia ha una diversa efficacia nell’abbattimento di specifiche classi di inquinanti per cui la scelta di un purificatore va commisurata alla particolare situazione da affrontare. In genere, si tratta però di purificatori poco adatti a un utilizzo in ambito domestico. Questa breve nota è tutt’altro che esaustiva, ma prendere coscienza del problema è già un importante passo in avanti per intraprendere consuetudini utili a migliorare la qualità dell’aria nella propria abitazione.
BIBLIOGRAFIA
Antignani S. et al, 2026.Towards a representative and affordable national survey on radon in dwellings: a new methodological approach with findings from Italy. Environmental Research, 293, 123702. https://doi.org/10.1016/j.envres.2026.123702
Campagnolo et al, 2017. VOCs and aldehydes source identification in European office buildings. The OFFICAIR study Building and Environment 115: 18-24.
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0360132317300094
European Commission, 2014. Council Directive 2013/59/Euratom of 5 December 2013 Official Journal of the European Union, pp. 1–73. https://doi.org/10.3000/19770677.L_2013.124.eng
European Environmental Agency, 2019. Air Quality in Europe d 2019 Report. https://doi.org/10.2800/822355
González-Martín J. et al, 2021. A state–of–the-art review on indoor air pollution and strategies for indoor air pollution control. Chemosphere, 262, January, 128376 Elsevier
Salonen H.et al, 2024. Cleaning products: Their chemistry, effects on indoor air quality, and implications for human health Environment International 190, 108836 https://doi.org/10.1016/j.envint.2024.108836
Tran, V.V., et al., 2020. Indoor Air Pollution, Related Human Diseases, and Recent Trends in the Control and Improvement of Indoor Air Quality. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 2927. https://doi.org/10.3390/ijerph17082927
WHO, 2022. Household air pollution. Fact Sheets. 2023, 2022.
NdW- In italiano si vedano anche:
Vivere e lavorare in ambienti salubri: aria indoor, materiali da costruzioni, arrediConstructing Anode Ca-rich Protective Layer of for High Performance Aqueous Zinc-ion Batteries
DOI: 10.1039/D5GC06296A, PaperLun Zhang, Zhuo Chen, Junrun Feng, hao Gu, Lin Sheng, Feng Ryan Wang, Zhangxiang Hao
Zinc metal anodes (ZMA) are notable among aqueous ion battery anodes for their low cost, high specific capacity and low redox potential. However, zinc anodes still encounter many challenges such...
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Sustainability and economic boundaries of micellar catalysis in fine chemical synthesis
DOI: 10.1039/D5GC05540G, Paper
Open Access
  This article is licensed under a Creative Commons Attribution 3.0 Unported Licence.Mert Can Ince, Gianvito ViléA comparative techno-economic and planetary assessment reveals the current limitations and future sustainability pathways of micellar catalysis across industrial reactions.
To cite this article before page numbers are assigned, use the DOI form of citation above.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Progress of photothermal/thermal catalytic CO2 hydrogenation by metal-modified CeO2
DOI: 10.1039/D5GC05746A, Tutorial ReviewHuiqing Dong, Ziyi Zhang, Dongxu Zhou, Siyu Huang, Zhuopeng Lin, Xiaodong Zhang, Zhongxiao Zhang, Jianqiu Lei, Ning Liu
The graphical abstract illustrates CO2 hydrogenation via photothermal and thermal catalysis over noble and non-noble metal-modified CeO2 to produce valuable chemicals.
To cite this article before page numbers are assigned, use the DOI form of citation above.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Phase-switchable catalytic system design for the efficient and economical conversion of fructose to 5-hydroxymethylfurfural
DOI: 10.1039/D5GC06217A, PaperFangyuan Zhou, Tianyi Long, Yitong Wang, Hongke Zhang, Tiansheng Deng, Bin Yang, Can Yin, Ming Xia, Wanbin Zhu, Hongliang Wang
5-Hydroxymethylfurfural (HMF) is a central platform molecule linking plant biomass to renewable fuels and chemicals, yet its scalable production is hindered by instability and costly separation.
To cite this article before page numbers are assigned, use the DOI form of citation above.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Fully sustainably sourced and closed-loop recyclable underwater adhesive for on-demand erasable electronic sealing
DOI: 10.1039/D5GC06477E, PaperXingle Chen, Zexuan Wang, Mingsong Huang, Qin Zhang, Xin Liu
In this work, a fully sustainably sourced and closed-loop recyclable electronic adhesive is designed and exhibits tough bonding behavior, on-demand erasability, and recyclability in various harsh environments.
To cite this article before page numbers are assigned, use the DOI form of citation above.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Assessing the sustainability of solvometallurgy for black mass processing – the LEACH (Low-impact Extraction and Assessment of CHemical solvometallurgy) tool
DOI: 10.1039/D5GC06056G, Paper
Open Access
  This article is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial 3.0 Unported Licence.Alberto Mannu, Maria Enrica Di Pietro, Marco Yuri Basilico, Elza Bontempi, Andrea MeleA modular penalty-based framework is proposed to assess the sustainability of solvometallurgical processes. The tool integrates technical, economic and safety aspects into a unified score to support greener solvent selection and process design.
To cite this article before page numbers are assigned, use the DOI form of citation above.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry
Itaconic acid as a platform chemical for bio-based polymers: from green polymerization strategies to structure-driven applications
DOI: 10.1039/D5GC06410D, Critical ReviewXueying Liu, Florent Allais, Sami Fadlallah
As a promising bio-based platform chemical, itaconic acid (IA) combines two carboxyl groups with an activated vinyl group, enabling extensive derivatization and multiple polymerization pathways.
To cite this article before page numbers are assigned, use the DOI form of citation above.
The content of this RSS Feed (c) The Royal Society of Chemistry





